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Per il ceo della società, la crescita degli asset privati continuerà grazie a ricerca di diversificazione e bisogno di esporsi all’economia reale. Dagli USA nessun rischio contagio, ma la democratizzazione richiede maggiore cultura e consapevolezza sulla natura dei sottostanti. “Prossimità ed expertise i nostri vantaggi competitivi”
Gli alternativi continueranno a guadagnare spazio nei portafogli, anche se la prossima fase della loro crescita avrà caratteristiche molto diverse da quella degli ultimi anni. Il mercato non sarà infatti più trainato soltanto dalla ricerca di rendimento e dalla liquidità abbondante perché diventerà cruciale la capacità dei gestori di selezionare operazioni solide, spiegare correttamente i rischi dell’illiquidità e costruire strategie coerenti con un contesto macroeconomico complesso. A dare la propria lettura su uno dei trend che più stanno rubando la scena nell’industria del risparmio gestito non un osservatore qualunque ma chi da anni si cimenta quotidianamente con la materia: Mario Fera, ceo di Clessidra Capital Credit. Secondo il manager, alla guida di una delle società dell’omonimo gruppo italiano da oltre 2,4 miliardi di euro in capitale e 1,5 miliardi di investimenti in asset privati, il segmento che più di tutti si avvia verso una fase matura è in particolare il private credit. Traiettoria che imporrà maggiore qualità dell’underwriting, disciplina nella costruzione dei portafogli e specializzazione degli operatori.
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Negli ultimi anni gli alternativi hanno registrato una forte crescita. A che punto siamo di questo percorso e quali prospettive vede, soprattutto in Italia?
Il segmento continuerà a crescere e questo è ormai un dato abbastanza consolidato, perché gli investitori cercano diversificazione, accesso a fonti di rendimento meno correlate e maggior esposizione a segmenti dell’economia reale che i mercati quotati rappresentano solo in parte. Si tratta di una dinamica particolarmente evidente proprio nel nostro Paese, dove il tessuto produttivo è scarsamente rappresentato dalla Borsa. Se si guarda alla capitalizzazione di Piazza Affari, ci si rende infatti conto che la tipica pmi è poco rappresentata sui listini: chi vuole ottenere esposizione a quel segmento dell’economia reale deve quindi necessariamente guardare altrove. Ma il fenomeno inizia a emergere anche in piazze finanziarie più sviluppate come gli Stati Uniti, dove la crescente concentrazione degli indici su un numero ristretto di grandi società tecnologiche pone un tema di rappresentatività del tessuto produttivo.
Si parla molto di democratizzazione. Secondo lei il mercato e gli investitori sono davvero pronti?
È un’espressione che mi ha sempre lasciato qualche perplessità. Ampliare l’accesso agli investimenti alternativi è positivo, ma solo se avviene con regole chiare, prodotti coerenti e un livello adeguato di consapevolezza da parte dell’investitore finale. Il punto centrale è che ogni volta che si approccia il pubblico retail c’è un tema di educazione finanziaria da non sottovalutare. Questo significa che la responsabilità ricade innanzitutto su chi struttura e distribuisce i prodotti. Parlare soltanto di rendimento elevato senza spiegare in maniera chiara la natura del sottostante è, in altri termini, un approccio errato perché l’impossibilità di smobilizzare il capitale prima che sia passato un certo numero di anni non rappresenta un dettaglio secondario ma la caratteristica chiave dell’universo alternativo. Alcune tensioni emerse negli Stati Uniti mostrano proprio quanto sia importante allineare struttura del prodotto, liquidità degli asset e aspettative degli investitori. Il nodo della questione, dal mio punto di vista, sta proprio qui: preferisco parlare di strumenti con liquidità limitata o programmata, non di prodotti liquidi. Il termine semi-liquidità, se non spiegato correttamente, può creare aspettative non coerenti con la natura del sottostante.
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Dove vede il maggiore potenziale di crescita in Italia?
C’è ancora molto spazio sul versante private, perché la penetrazione dei private markets nei portafogli italiani resta contenuta, soprattutto se confrontata con i mercati anglosassoni e con gli investitori istituzionali più evoluti. Questo vale sia per il mercato private sia, in parte, per gli investitori istituzionali, che in diversi casi hanno ancora allocazioni limitate o pressoché nulle verso gli alternativi. Le ragioni sono diverse: una tradizionale preferenza per strumenti liquidi, una maggiore avversione all’illiquidità, vincoli regolamentari o di governance e, in alcuni casi, anche un tema culturale. Sono barriere che possono essere superate, ma non semplicemente mettendo nuovi prodotti sul mercato. Serve soprattutto un lavoro di educazione finanziaria. Gli investitori devono comprendere che gli alternativi non sono una versione più redditizia degli strumenti tradizionali, ma asset class diverse, con orizzonti temporali più lunghi, rischi specifici e un ruolo preciso nella costruzione del portafoglio.
Entrando più nello specifico del private credit, perché questo segmento sta crescendo così rapidamente?
Questo segmento offre accesso a flussi contrattuali, garanzie e protezioni che consentono di avere una maggiore visibilità sul profilo rischio-rendimento rispetto ad altre asset class alternative. Inoltre, parliamo generalmente di investimenti con duration più contenute e una gamma molto ampia di strategie: senior secured, unitranche, mezzanino, distressed credit, capital solutions. Una flessibilità che contribuisce indubbiamente a rendere il settore particolarmente dinamico. Se però guardiamo alla distribuzione della crescita, emerge un panorama molto più eterogeneo di quanto la narrativa degli ultimi anni abbia restituito. Il private credit sta vivendo un’accelerazione molto importante soprattutto negli Stati Uniti, dove il mercato è più maturo e sviluppato, ma in Europa ha guadagnato spazio a velocità differenti tra i vari Paesi. L’Italia, ad esempio, resta ancora indietro e la ragione ha a che fare con la struttura del nostro modello di finanziamento: mentre altrove la diffusione degli alternativi è avvenuta in uno spazio lasciato libero dal disimpegno degli istituti di credito tradizionali su alcune operazioni, soprattutto per ragioni regolamentari e di assorbimento di capitale, il sistema economico del nostro Paese è ancora fortemente bancocentrico.
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È un vincolo, quello che ha appena citato, destinato a penalizzare il nostro mercato anche sul lungo termine?
Come ogni cosa, cambiare richiederà tempo ma non credo che assisteremo a un eccessivo rallentamento della crescita. Sono anzi convinto che, proprio perché gli investitori istituzionali del nostro Paese sono ancora fortemente sottopesati, ci sia margine per un allungo non indifferente.
E le recenti tensioni emerse negli Stati Uniti rappresentano un rischio sistemico?
Non credo. Penso invece che il ciclo del credito sia entrato in una fase più matura, nella quale emergeranno con maggiore chiarezza le differenze tra portafogli ben costruiti e strategie più aggressive. Il problema non è il private credit in sé ma nasce nel momento in cui si costruiscono strutture finanziarie troppo spinte, con leverage eccessivo, covenant deboli o aspettative di liquidità incoerenti con il sottostante. Oppure quando il rischio industriale dell’azienda finanziata viene sottovalutato. Ciò che probabilmente non vedremo più, ma qui mi riferisco agli alternativi in generale, è la velocità degli anni passati: a prenderne il posto saranno una maggiore selettività e la differenziazione più netta tra gestori di qualità e operatori meno disciplinati.
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Il contesto macroeconomico di certo non aiuta scremare in base alla qualità. Che criteri utilizzate per selezionare le operazioni?
Oggi più che mai conta la qualità dell’underwriting. La prima domanda non è quale struttura finanziaria costruire, ma capire se il modello di business l’azienda sottostante sia realmente sostenibile. Noi analizziamo la posizione competitiva dell’impresa, la qualità del management, la generazione di cassa, la resilienza del business, la diversificazione di clienti o fornitori, la capacità di trasferire sui prezzi l’aumento dei costi: tutti elementi fondamentali per comprendere la bontà dell’investimento. Nel private credit, in particolare, un aspetto centrale è il downside risk. A differenza dell’equity, dove l’upside può teoricamente raggiungere livelli molto elevati, qui il rendimento massimo è infatti sostanzialmente definito. Ecco perché bisogna concentrarsi soprattutto sugli scenari avversi: cosa accade se i margini calano, se il capitale circolante assorbe più cassa del previsto, se le sinergie previste in un’operazione di M&A non si realizzano. Per noi è infine fondamentale anche il pacchetto di governance e covenant, perché permette di monitorare tempestivamente eventuali criticità e intervenire prima che diventino strutturali.
E questo approccio su quali segmenti del mercato vi sta facendo orientare oggi?
Operiamo principalmente nel mid-market, con un focus storico sulla manifattura di qualità ma anche sui beni e servizi industriali e su settori che vanno dall’information technology all’healthcare, all’automazione fino all’efficienza energetica e alla transizione sostenibile. I nostri strumenti servono soprattutto per sostenere percorsi di crescita, operazioni di M&A, buyout o rifinanziamenti. Parallelamente lavoriamo molto anche sulle special situations, cioè aziende che stanno attraversando fasi temporanee di stress finanziario ma non per questo prive di fondamenti industriali ancora validi.
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Sono sempre di più i gestori internazionali che entrano nel mondo degli alternativi per cavalcare l’onda. Come una realtà delle dimensioni di Clessidra Capital Credit riuscirà a ritagliarsi un mercato sempre più presidiato?
Siamo un operatore specializzato e focalizzato su specifiche strategie di private credit. Questo ci porta a non inseguire le operazioni di larga scala presidiate dai grandi fondi internazionali, anche perché quel mercato richiede masse e capacità di deployment molto diverse da quanto siamo in grado di mettere in campo oggi. Il nostro focus resta allora il mid-market italiano, con operazioni che spesso richiedono una maggiore profondità di analisi e una forte presenza locale. In molti casi si tratta infatti di iniziative bilaterali o situazioni particolarmente complesse, nelle quali la conoscenza diretta del territorio e delle aziende rappresenta un vantaggio competitivo imprescindibile per generare valore sia interno sia a beneficio degli investitori”
Qual è oggi la fotografia di Clessidra Capital Credit e quali saranno le priorità strategiche nei prossimi mesi?
Clessidra Capital Credit è oggi una piattaforma specializzata di private credit, articolata su tre principali aree di attività. La prima riguarda il credito performing, focalizzato su aziende in bonis con progetti di crescita, consolidamento o acquisizione. In quest’area abbiamo recentemente avviato una nuova fase di sviluppo con il lancio del nuovo fondo di private debt classificato ai sensi dell’articolo 9 SFDR, caratterizzato anche da una forte attenzione alla sostenibilità.
La seconda area è quella delle special situations, dove interveniamo in situazioni aziendali più complesse, spesso caratterizzate da esigenze di capitale flessibile, riorganizzazioni finanziarie o passaggi strategici che richiedono una soluzione non standard. Nell’ambito di questa strategia, nel corso del 2026, lanceremo un nuovo fondo di Capital Solutions.
La terza area riguarda il distressed credit, con la gestione di portafogli deteriorati corporate e retail. È una componente che ci consente di completare la piattaforma lungo diverse fasi del ciclo del credito.
Nei prossimi 12-24 mesi la priorità sarà continuare a investire, ma con grande disciplina. Il contesto macroeconomico richiederà maggiore selettività, più attenzione alla qualità del credito e una gestione molto attiva del portafoglio. Vediamo un aumento delle operazioni finanziarie complesse, con aziende che attraversano fasi di stress ma che possono ancora essere sostenute attraverso capitale, competenze e strutture adeguate.
L’obiettivo è continuare a sviluppare Clessidra Capital Credit come piattaforma specializzata, capace di operare lungo un continuum che va dal credito performing alle situazioni più complesse, mantenendo un approccio industriale e fortemente orientato alla protezione del capitale.
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