Secondo l’head of European Private Markets del gruppo azionista di LFDE, gli asset privati entrano in una fase più selettiva e le opportunità si stanno spostando altrove. Dalle Pmi ai secondari, ecco view e obiettivi della società. Con l’Italia in testa
Peter Arnold, Head of European Private Markets, LBP AM (Azionista di LFDE)
Dopo un decennio caratterizzato da liquidità abbondante e crescita sostenuta, i private markets stanno entrando in una nuova fase. L’aumento dei tassi e il rallentamento delle exit di private equity hanno infatti riportato al centro la selezione dei gestori e l’analisi fondamentale delle opportunità di investimento. Lo sanno bene in LBP AM, società azionista di LFDE che vanta uno storico focus sull’universo non quotato, dove la convinzione dominante è che questo passaggio segni l’inizio di un nuovo ciclo contraddistinto da riallocazione progressiva verso il Vecchio Continente e una maggiore dispersione sia tra strategie sia tra operatori. FocusRisparmio ha raggiunto Peter Arnold, che guida la divisione del gruppo dedicata all’asset class, per analizzare le prospettive de settore e il ruolo l’Italia nel suo sviluppo internazionale.
Nell’ultima analisi parla di un “ritorno ai fondamentali”. Siamo all’inizio di un nuovo ciclo di investimenti?
I tassi di interesse bassi nel 2020-2022 hanno portato liquidità nei mercati privati, con gli investitori istituzionali che sempre di più hanno posto questo universo al centro della loro asset allocation. L’inasprirsi della politica monetaria nel periodo seguente ha poi riorientato la domanda verso strategie di mercato medio e medio-basso, nel private debt soprattutto, che hanno beneficiato di rendimenti più alti. Il biennio che stiamo vivendo segna invece l’inizio di un riequilibrio che vede i capitali continuare a essere investiti negli USA ma spostarsi sempre di più anche in Europa, ponendo le basi per un’industria più profonda e matura. Siamo quindi all’inizio di un nuovo ciclo di investimenti, con una riallocazione strategica che interrompe la tendenza prevalsa nell’ultimo decennio.
Il mercato sta però entrando anche in una fase più tecnica: questo significa rendimenti più bassi o semplicemente una maggiore dispersione tra i gestori?
Entrambe le cose. In alcuni casi i rendimenti del private equity sono inferiori a causa del rallentamento delle exit con ripercussioni sugli IRR. Il ritorno sul cash flow è più lento di prima, dati i payout più scarsi o posticipati. La liquidità, invece, è maggiore nel private debt. Abbiamo osservato una compressione dei margini nel credit continuum sia pubblico che privato. Il premio per la complessità-illiquidità in senso lato continua a offrire rendimenti soddisfacenti per i portafogli con la generazione di valore rispetto al quotato. Le opportunità ci sono, insomma, ma bisogna essere selettivi: si stanno ridimensionando coloro che stavano semplicemente sfruttando il beta del mercato invece di creare alfa.
Fare private asset significa investire in aziende valide e progetti che coprono un ciclo economico: da questo punto di vista, di opportunità ce ne sono tante. Il debito lower-mid market e il private equity in Europa, ad esempio, offrono occasioni molto interessanti. Il mercato delle Pmi è molto profondo, con tante aziende in crescita e alla ricerca di partner che possono essere trasformate anche dagli specialisti del private lending. Dopo aver vissuto il peggio in termini di valutazioni, perfino il real estate dovrebbe iniziare a dimostrarsi resiliente e aggiungere nuovo valore. Nei prossimi cinque anni, uno dei settori più interessanti saranno i secondari.
Come è strutturata la vostra offerta e come vi posizionate?
LBP AM EPM, la piattaforma dedicata ai private asset europei, offre tre aree complementari di competenza nel private debt: infrastrutture, immobiliare e corporate. Inoltre, progetta e distribuisce soluzioni su misura. La diversità è un fattore chiave per la performance. Il nostro team, composto da oltre 50 professionisti con competenze e background molto variegati, favorisce un dialogo più ricco insieme a un processo decisionale più accurato e a una maggiore innovazione. Un track record di 13 anni ci permette di orientarci, investire e democratizzare questi segmenti complessi e poco serviti con soluzioni di investimento equilibrate e rendimenti resilienti.
LBP AM sta rafforzando la sua distribuzione in Europa: che ruolo può avere l’Italia in questo senso?
A gennaio abbiamo aperto una branch a Francoforte, confermando un’ambizione di crescita regionale che vede anche nell’Italia una priorità strategica. Lo slancio nel Paese è sostenuto anche dalla nostra controllata LFDE, specializzata nella gestione basata su convinzioni e presente sul territorio dal 2013. I nostri investimenti sul mercato locale negli ultimi sette-otto anni si sono concentrati nell’energia solare, eolica e da biomasse. Abbiamo inoltre analizzato alcune opportunità nel settore sanitario. Nel 2026, intendiamo ampliare le nostre attività per includere il real estate e il direct lending alle imprese. EPM punta a un patrimonio di 20 miliardi di euro nel 2030 e, considerando che alla fine del 2025 la piattaforma aveva raccolto 10 miliardi, lo sviluppo nel continente sarà fondamentale per centrare l’obiettivo.
L’Italia è pronta per una maggiore esposizione agli illiquidi o è in ritardo sul resto d’Europa? In generale, quali differenze vede rispetto agli altri mercati in cui operate?
Da anni, le assicurazioni in Italia sono tra gli investitori più sofisticati nei private asset. I fondi pensione sono probabilmente in ritardo rispetto alle controparti globali, con un’allocazione complessiva inferiore. É una questione di risorse e di mandato. Dove però vedo più margine di crescita è nei settori mass affluent e retail: la situazione sta migliorando con l’introduzione dei fondi ELTIF 2.0 ma l’allocazione può salire ancora.
Quali ostacoli devono ancora essere rimossi, anche in Europa, per colmare questo gap?
Affinché l’Europa diventi più competitiva sulla scena globale, i risparmi devono contribuire a dinamizzare la sua economia. I governi cercano di facilitare questo processo ma esistono dei vincoli naturali che comportano un intervento sempre maggiore del capitale privato. Le istituzioni del Vecchio Continente investono tra il 6% e il 20% negli alternativi, una quota in aumento negli ultimi 15 anni ma che ancora non basta. Per soddisfare le esigenze future, bisogna quindi seguire il modello degli USA efare leva sul retail. Dobbiamo far sì che il wealth acceda attraverso canali appropriati, tenendo conto però dell’illiquidità. Ecco perché gli ostacoli riguardano, in buona parte, proprio le modalità di ingaggio dei clienti. L’ELTIF 2.0 segna un passo avanti significativo in questa direzione, anche se ha bisogno di ulteriori perfezionamenti che in Francia e Regno Unito stanno venendo introdotti. Sarà necessario un maggiore allineamento da parte dei leader politici europei e delle autorità di regolamentazione.
I mercati privati stanno diventando una componente fondamentale dell’asset allocation europea?
Sì, certamente, per gli investitori istituzionali in tutta Europa e per il settore degli ultra high net worth. Meno per il retail e questo va migliorato, perché non hanno lo stesso accesso ai prodotti investibili e la sua asset allocation è meno diversificata rispetto alle incertezze geopolitiche o economiche.
Quali rischi sistemici gli operatori stanno sottovalutando oggi?
Uno dei principali è l’eccesso di liquidità che può indebolire la disciplina di investimento e, in ultima analisi, portare a una performance inferiore non cogliendo il premio per la complessità-illiquidità degli asset privati. Un’altra criticità è legata alla leva finanziaria: potrebbe non manifestarsi a livello bancario come durante la crisi del 2008, ma in aree del mercato meno visibili e quindi più difficili da monitorare. La frammentazione globale sul fronte geopolitico potrebbe inoltre destabilizzare ulteriormente sia il commercio sia le economie e l’energia, con conseguenti rischi non sistemici. Detto ciò, nell’Europa di oggi non è lo scenario principale poiché questa è caratterizzata da economia solida, crescita costante e tassi di interesse stabili.
Quali segmenti domineranno gli alternativi nel 2026? Come possono essere affrontati in modo efficace?
Nel 2026 sarà necessaria un’analisi fondamentale rigorosa. Tra i temi rilevanti: l’ESG sta entrando in una fase di consolidamento e standardizzazione. Le infrastrutture dovrebbero rimanere un’allocazione strategica, sempre più integrata in portafogli di asset reali più ampi data la crescita della domanda in tutti i settori. La sanità si conferma un altro settore interessante, in Europa soprattutto. Le aziende dual-use dovrebbero acquisire ulteriore slancio con la diversificazione dei ricavi e la resilienza derivanti da questo mandato duale.
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