Secondo Rachael Callaghan di Baillie Gifford, prezzi contenuti e l’assenza di leva finanziaria permettono di catturare valore lontano dalle Borse riducendo i rischi legati al quadro macro. Ma servono selezione e un approccio paziente. Ecco la ricetta della casa
Rachael Callaghan, investment specialist e membro del Private Companies Team di Baillie Gifford
In un mercato sempre più cauto nei confronti delle IPO e con le aziende che rimandano l’approdo in Borsa per massimizzare la creazione di valore lontano dai riflettori delle Borse, il private growth equity emerge come un’alternativa interessante al private equity tradizionale. Ne è convinta Baillie Gifford, secondo cui investire nelle società che hanno superato la fase di start-up promette ricavi significativi a prezzi più contenuti e non richiede neppure leva finanziaria o il cambio di controllo tipici delle operazioni di buyout. FocusRisparmio ha raggiunto Rachael Callaghan, investment specialist e membro del Private Companies Team della società, per approfondire questo universo ed esplorarne le potenzialità.
Quali caratteristiche ha il private growth equity?
Il private growth equity si rivolge a società affermate e in forte crescita, che hanno superato la fase di start-up ma che devono ancora raggiungere traguardi fondamentali di scalabilità e sviluppo prima di approdare sul mercato pubblico. Queste realtà dispongono generalmente di modelli di business collaudati e ricavi significativi ma sono ugualmente alla ricerca di capitali per accelerare l’espansione, entrare in nuovi mercati o finanziare eventi trasformativi. A differenza del private equity tradizionale, investire in soggetti del genere non implica acquisire il controllo della maggioranza attraverso un indebitamento significativo per promuovere il cambiamento operativo: si tratta piuttosto di costruire partecipazioni di minoranza, con una leva finanziaria limitata o nulla, e mantenere il management esistente.
È il momento giusto per puntare su questa asset class?
I dati sulle IPO globali dimostrano come le aziende tendano oggi a rimanere lontane dalle Borse più a lungo, spostando la maggiore parte della creazione di valore dai mercati pubblici a quelli privati. Non solo. Le valutazioni di ingresso nelle società growth equity sono calate del 63% dai massimi del 2021 e i multipli di investimento risultano praticamente dimezzati: questo azzeramento offre agli investitori la possibilità di accedere ad aziende promettenti a condizioni più interessanti. Va poi sottolineato come le società in fase di crescita abbiano un potenziale enorme per rivoluzionare settori esistenti e crearne di nuovi, perché sempre più spesso ricorrono a tecnologie come l’intelligenza artificiale e la robotica o l’automazione per aumentare l’efficienza dei loro modelli di business.
Ha innanzitutto un profilo di rischio più basso, perchè gli investimenti sono effettuati in società con flussi di ricavi già consolidati e prospettive di crescita ben delineate. Poi presuppone un allineamento con i fondatori, favorendo una collaborazione proficua e la creazione di valore nel lungo periodo. Il capitale viene inoltre viene utilizzato per finanziare l’espansione, piuttosto che per la ristrutturazione finanziaria o la riduzione dei costi come nelle operazioni tradizionali di private equity. Infine, si tratta di investimenti che normalmente evitano l’uso della leva finanziaria e quindi proteggono dalla volatilità dei tassi d’interesse o altri fattori macro che potrebbero portare con sé rischi.
Una stagione storica come quella che stiamo vivendo non rischia di rappresentare un vento contrario allo sviluppo del settore? Quali impatti si aspetta dai dazi di Trump e dalla dinamica dei tassi su società agli albori del loro ciclo di vita?
Periodi di incertezza macroeconomica, tensioni geopolitiche e mutamenti nelle politiche commerciali sono sfidanti per tutte le asset class. Il Growth Equity si concentra però su società che operano spesso in settori innovativi e dalle ambizioni globali, la cui agilità può rivelarsi un vantaggio nel gestire la volatilità. Sebbene tassi di interesse elevati e dazi possano aumentare i costi o rallentare l’espansione nel breve termine, come segnalato da diversi organismi internazionali, le aziende partecipate da fondi della categoria presentano in genere una bassa leva finanziaria e modelli di business resilienti nel lungo periodo: tutte caratteristiche che le rendono meno esposte a dinamiche di servizio del debito o a pressioni esterne di breve periodo. Inoltre, molti investimenti di questo tipo si concentrano su settori relativamente meno esposti a frizioni commerciali globali, come tecnologia e la sanità o i servizi digitali, e che quindi possono essere più isolati dalle turbolenze. Se da un lato la volatilità può insomma frenare l’attività nell’immediato, dall’altro crea occasioni per investitori pazienti e ben capitalizzati.
Quali allora le prospettive di sviluppo per questo mercato?
Prevediamo che il Growth Equity continuerà a generare interessanti rendimenti corretti per il rischio, in particolare per gli investitori pazienti e in grado di offrire capitale a fondatori visionari. L’evoluzione del settore sarà probabilmente caratterizzata da tre direttrici: maggiore scalabilità, più attività transfrontaliere ma soprattutto una crescente integrazione con le strategie di Borsa in un contesto nel quale i confini tra capitale privato e pubblico continuano a sfumare. Da quando ha iniziato a investire sul settore nel lontano 2012, la stessa Baillie Gifford ha infatti mantenuto l’integrazione tra i team di investimento privato e pubblico: questo ci consente di sostenere efficacemente le società nelle fasi cruciali della loro crescita e di rispondere all’intero spettro delle loro esigenze di capitale.
Quali prodotti avete per posizionarvi su questa asset class e come lo approcciate, in particolare, in Italia? Avete un riscontro positivo dai clienti e verso quali obiettivi vi proiettate?
Baillie Gifford ha sviluppato una gamma di fondi progettati per fornire l’accesso a imprese private in forte crescita a livello globale, anche in Europa. Il tutto con un approccio che si fonda su tre pilastri: pazienza, partnership e prospettiva di lungo termine. I nostri clienti apprezzano la capacità di accedere a opportunità di alta qualità e ben diversificate a livello globale, la logica collaborativa che applichiamo nel relazionarci con i fondatori e l’impegno nella creazione di valore duraturo. Vogliamo continuare a espandere la nostra presenza nei mercati chiave, tra cui la Penisola, e offrire rendimenti crescenti su orizzonti temporali più ampi.
Qual è il vostro approccio e come effettuate la selezione quando decidete di investire in società di questo tipo?
La nostra filosofia d’investimento è incentrata sull’identificazione di società con il potenziale di trasformare interi settori e fornire una crescita superiore nel lungo termine. Cerchiamo cioè aziende con modelli di business comprovati e forte crescita dei ricavi, team di gestione visionari, mercati di riferimento ampi e soluzioni scalabili, vantaggi competitivi solidi e una cultura dell’innovazione. Conduciamo una due diligence rigorosa, sfruttando la nostra profonda esperienza settoriale e le nostre reti globali per valutare le prospettive di ciascun target. È importante sottolineare che diamo priorità all’allineamento con i fondatori e il management, fornendo capitale a supporto del raggiungimento dei loro obiettivi a lungo termine e adottando un atteggiamento paziente. Questo modus operandi, orientato alla partnership, rappresenta un elemento distintivo ed è anche il motivo per cui molte aziende private promettenti scelgono di collaborare con noi.
E l’Italia? È un mercato che ha una sua dimensione o è meglio guardare altrove? Quali sono i margini di crescita, considerando che le IPO nel nostro Paese latitano e le PMI faticano a finanziarsi ?
L’Italia rientra tra i Paesi chiave per i piani di espansione di questo business. Tuttavia, per ora, sono ancora poche le startup emergenti con dimensioni tali da consentirci di investire. In genere, guardiamo infatti a società con almeno 50 milioni di dollari di fatturato e una capitalizzazione non inferiore ai 500 milioni nel momento dell’investimento iniziale. L’unica eccezione è rappresentata da Bending Spoons, sulla quale abbiamo investito oltre 100 milioni di dollari: poche aziende sono riuscite a mantenere il loro ritmo di crescita per un periodo così lungo e crediamo che la società riservi ancora interessanti margini di crescita. Continuiamo però a monitorare il mercato alla ricerca di profili simili.
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