Per l’analista della casa di gestione, la sovraesposizione degli investitori globali all’euro equity potrebbe rivelarsi rischiosa. Colpa di prospettive sugli utili in netto calo. Ma healthcare e IA restano opportunità. Dal Giappone al Regno Unito, dove guardare
Robert Griffiths, Global Equity strategist di L&G
La politica del presidente USA Donald Trump ha spinto gli investitori globali ad aumentare considerevolmente l’allocazione nell’azionario europeo, facendoli convergere su valutazioni particolarmente convenienti e su una Cina che ha deciso di concentrare i suoi sforzi nello stimolo dei consumi interni. Un cambio di rotta che ha spinto molti osservatori a decretare la fine dell’eccezionalismo americano, dopo decenni di predominio di Wall Street sulle altre piazze finanziarie. Eppure, c’è chi crede che la sovraesposizione all’Euro equity non solo sia un fenomeno di natura transitoria ma possa rivelarsi anche un trappola se mantenuta per lungo tempo. Tra chi nutre questa convinzione figura anche Robert Griffiths, Global Equity strategist di L&G, secondo cui le aziende del Vecchio Continente non saranno in grado di produrre utili tali da giustificare il valore raggiunto. La redazione di FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire questa view.
Cosa la spinge a formulare questo tipo di valutazione?
Il DAX 30 ha sovraperformato il Nasdaq di circa il 20% da dicembre a oggi mentre lo sconto della Germania si attesta attorno al 15%, con i dati di Bank of America che suggeriscono uno dei maggiori sovrappesi netti visti nell’ultimo decennio. E andamenti simili si sono registrati anche per gli indici di tutti gli altri Paesi leader del blocco, Italia compresa. Ciò pone l’azionario europeo in una posizione che poche volte si è osservata, in cui le aspettative sono sì elevate ma impongono anche che gli utili si dimostrino all’altezza. Eppure, proprio qui sta il problema. Nonostante il rally cui si è assisto nella prima parte del 2025, le previsioni sui profitti per l’intero anno si sono infatti contratte anziché aumentare. E questo rappresenta un chiaro segnale che, sebbene il contesto fiscale sia cambiato notevolmente in favore della crescita, tradurlo in rendimenti per gli azionisti sarà tutt’altro che semplice.
Come incide in questo scenario la variabile Trump?
Il coefficiente di sfida portato dall’elezione Trump alla Casa Bianca ha certamente rappresentato un punto di svolta positivo per l’equity europeo: la sua rigida agenda, fatta di dazi ma anche di maggiori pretese sulle spese militari dei Paesi Nato e di forti sostegni governativi alle big tech, ha convinto i 27 a prendere decisioni prima impensabili e ha ridotto le valutazioni dei loro mercati azionari a livelli molto attraenti per gli investitori globali. Bisogna però fare attenzione a dare per scontato che questa dinamica prosegua anche nei prossimi mesi: come la politica statunitense muta molto rapidamente, anche ciò che rientra sotto la definizione di “rifugio sicuro” può farlo.
Quali settori dell’azionario europeo risultano più insidiosi per gli investitori da questo punto di vista. Su quali, invece, ha senso continuare a puntare?
Sembra che gli investitori stiano mostrando entusiasmo per un numero abbastanza ristretto di settori in Europa: le banche, la difesa e le costruzioni. Tra questi, proprio gli istituti di credito scatenano un dibattito interessante: se infatti il comparto vanta un rendimento da inizio anno del 22% e appare il più performante, gli scenari di rallentamento della crescita economica fanno temere per gli utili perché implicano una minore richiesta di prestiti da parte dei clienti e tagli ai tassi d’interesse. Per quanto riguarda gli altri due settori, cruciale sarà la capacità della Germania di aumentare la spesa pubblica ma ledifficoltà incontrate da Frederich Merz nell’ottenere la nomina a nuovo cancelliere non lasciano ben sperare sulla tenuta della coalizione CDU-SPD e quindi sul compimento delle riforme strutturali. Da qui la convinzione che alcuni mercati più difensivi ed economici, come l’healthcare e le telecomunicazioni, possano fornire una soluzione migliore.
Crede quindi che il gap di performance tra listini USA ed Europei sia destinato a ritornare ampio come è stato negli ultimi decenni?
Ciò che ha davvero dato la supremazia all’azionario americano nell’ultima decade e oltre non sono state le valutazioni, ma la solida capacità di generare utili. Una dimostrazione pratica l’abbiamo avuta anche di recente, in occasione delle pubblicazioni dei bilanci, con le tech company che si sono dimostrate comunque in grado di superare le aspettative iniziali degli analisti e di mantenere alte le loro spese in conto capitale. Dall’altro lato, i profitti delle società europee hanno subito un downgrade a seguito del rafforzamento della moneta unica e dell’indebolimento della domanda di imprese leader in settori come lusso o semiconduttori. Alla luce di ciò, soltanto chi crede che la l’intelligenza artificiale sia una moda e non un’autentica rivoluzione potrebbe pensare di escludere totalmente gli Stati Uniti: peccato che sempre più studi dimostrano come questa ipotesi sia destinata a non reggere la prova del tempo, poiché proprio quell’IA di cui gli USA sono ancora il punto di riferimento genera impatti positivi molto importanti su produttività e profitti.
Se non l’Europa, quali geografie possono essere interessanti per un investitore azionario che sia intimorito dalla volatilità presente sul mercato americano?
Il mercato del Regno Unito è meno costoso di quello europeo e offre comunque una certa protezione al portafoglio. Non è un caso che molti investitori stranieri abbiano di recente comprato società inglesi e siano aumentate le attività di M&A nel Paese. Inoltre, nell’ultimo mese, il London Stock Exchange è stato in grado di sovraperformare gli agli altri listini del Vecchio Continente. Lo stesso vale per il Giappone: qui le imponenti operazioni di buyback hanno spinto al rialzo le stime future dell’EPS per molte aziende, catalizzando l’attenzione degli operatori. Non solo: ora ci sono più segnali di collaborazione tra amministrazione e aziende, come la potenziale privatizzazione di Toyota Industries, e il governo sembra finalmente intenzionato a raggiungere un accordo con gli Stati Uniti.
Qual è la vostra strategia per interpretare questa stagione di transizione?
Poiché riteniamo che le informazioni su cosa avverrà in futuro su questo fronte siano scarse e poco affidabili, il nostro primo passo è cercare di evitare tutti i settori particolarmente sensibili ai dazi. Al contrario, siamo costantemente al lavoro per individuare opportunità ignorate su asset relativamente poco costosi e per i quali le tariffe non rappresentano la principale preoccupazione. Un approccio che ci ha portato a preferire il Giappone, poiché più sottovalutato dell’Europa nonostante debba fare anche lui i conti con le politiche commerciali di Trump. Dal punto di vista dei settori, torniamo invece nel Vecchio Continente con l’healthcare: si tratta infatti di un comparto dalla buona qualità e che storicamente è scambiato a prezzi molto bassi. Continuiamo infine a sostenere l’intelligenza artificiale come tema di investimento, anche perché negli ultimi mesi sembra riscuotere meno successo rispetto al passato.
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