Per Mariette (Gruppo Amundi), il continente è pronto a un ruolo chiave nelle asset allocation globali. Merito di transizione energetica, digitalizzazione e investimenti in difesa. “Ma la selezione resta cruciale”. Ecco le strategie tematiche della casa
Damien Mariette, Global Equities di CPR Asset Management di Amundi
La riscossa dell’Europa promette di imporsi come uno dei temi dominanti nei portafogli tematici e istituzionali. Riallineamento delle catene di fornitura globali, aumento delle spese per la difesa e investimenti energetici stanno infatti portando Bruxelles e i governi nazionali a ridisegnare il perimetro industriale del continente. Ma se molti operatori credono che questo ciclo rappresenti un semplice riflesso tattico delle recenti tensioni geopolitiche, c’è chi invece è convinto si tratti di un vero e proprio fenomeno strutturale. È il caso di Damien Mariette, senior Fund Manager Azioni Globali di CPR Asset Management (Gruppo Amundi), secondo cui la sovranità UE è un’opportunità pluriennale che sta riportando il Vecchio Continente al centro delle asset allocation globali. FocusRisparmio lo ha raggiunto per capire cosa si aspetta dai prossimi mesi e approfondire la caratteristiche del fondo CPR Invest – European Strategic Autonomy.
Perché oggi ha senso investire nella sovranità europea?
La spinta verso la sovranità nasce da una combinazione di fattori politici, finanziamenti pubblici e opportunità industriali. Pandemia e guerra in Ucraina hanno messo in luce dipendenze strategiche, accelerando programmi come il Chips Act o il rafforzamento della difesa. Questi interventi generano una domanda più prevedibile e di lungo periodo, riducono il rischio dei progetti più capital-intensive e migliorano la visibilità dei ricavi per le aziende allineate alle priorità strategiche dell’Unione. Le valutazioni del Vecchio Continente restano inoltre interessanti e il contesto macro, tra segnali di altri tagli della BCE e maggiore autonomia energetica, si presenta molto più favorevole di quanto non fosse in passato. Parliamo di un’opportunità strutturale pluriennale, adatta a investitori con orizzonte lungo.
Il ritorno di interesse globale per le azioni del Vecchio Continente rende più conveniente investire nella sovranità europea?
Restiamo costruttivi sull’Europa per ragioni che vanno oltre la politica: il quadro macro sta migliorando, i prezzi sono relativamente attraenti e la pressione geopolitica ha favorito un coordinamento più deciso tra i singoli Paesi. I grandi piani nazionali, incluso quello tedesco da 500 miliardi di euro, offrono poi quel sostegno fiscale che da tempo ci sia auspicava. La durata del re-rating dipende però dall’esecuzione: se industrial policy e investimenti procederanno come previsto, il miglioramento potrà durare; in caso contrario, gli USA potrebbero riconquistare terreno.
La rinnovata attenzione statunitense alle politiche tariffarie ha incrementato la volatilità e creato uno scenario diversificato. Se infatti i settori export-drive sono stati penalizzati, automotive e industria su tutti, quelli orientati al mercato interno o prettamente difensivi hanno mostrato una certa resilienza. Anche i più recenti sviluppi, in particolare l’accordo USA-UE che ha fissato un tetto massimo del 15% su molti dazi, hanno diviso in campo in due: il farmaceutico ha beneficiato dal calo di tensione rispetto alle prospettive di breve termine mentre l’aerospazio ha beneficiato dell’appartenere ai pochi comparti esentati dall’extra tassazione.
Qual è il vostro approccio di investimento al tema?
Ci focalizziamo su un universo tematico mirato e applichiamo una selezione fondamentale rigorosa. Partendo dai settori chiave per la sovranità, come industria e difesa o sanità e finanza, utilizziamo filtri quantitativi e qualitativi per identificare le aziende con un’esposizione significativa: fornitori della difesa, produttori di chip sovvenzionati, operatori logistici specializzati. Le scelte finali sono determinate da un approccio bottom-up: prendiamo cioè in considerazione fattori come la visibilità dei contratti, il vantaggio competitivo, la capacità di finanziare gli investimenti e la qualità del management determinano le nostre convinzioni. Le esposizioni settoriali sono gestite in modo attivo e si adattano all’evoluzione macroeconomica, delle politiche e dei risultati aziendali per cogliere il potenziale di rialzo strutturale a fronte di un rischio di concentrazione contenuto.
Com’è composto oggi il portafoglio e quali cambiamenti avete apportato di recente?
Il fondo copre cinque dimensioni tematiche, con priorità alla reindustrializzazione e alla difesa. Il portafoglio è diversificato e bilanciato per fattori: esposizione ciclica tramite i settori industriali, crescita mediante IT o difesa, posizioni difensive nei beni di prima necessità e nella sanità. Da inizio anno abbiamo incrementato l’esposizione alla Germania per cogliere le opportunità del piano bazooka di Merz ma anche aumentato le posizioni legate all’elettrificazione a seguito della domanda crescente di energia da parte dei Data Center.
In prospettiva quali settori e aree dell’Eurozona offrono il potenziale maggiore? E il settore bancario?
Industria e difesa saranno probabilmente segmenti dominanti nel 2026, con cybersecurity e intelligenza artificiale chiamati a imporsi come sotto-temi chiave. Per quanto riguarda il settore bancario, valutiamo solo istituti solidi e che possano sia beneficiare del processo di consolidamento in corso sia contribuire al finanziamento di progetti pubblici o privati di grande rilievo. In generale, non smetteremo comunque di puntare su tutti quei segmenti che sono cruciali per ridurre le vulnerabilità europee: manifatturiero avanzato, energia, digitale, difesa, finanza, agroalimentare e sanità.
Ha parlato di difesa. Come intepretare questo segmento?
L’esposizione è selettiva e gestita attivamente. I driver sono evidenti, dagli ordini di lungo periodo agli investimenti in supply chain, ma i rischi di esecuzione restano elevati. Per questo ci concentriamo su fattori come la visibilità dei contratti, la scalabilità produttiva, la forza tecnologica e la solidità finanziaria. Investiamo quando i fondamentali giustificano le valutazioni, evitiamo la concentrazione attraverso la diversificazione multisettoriale e siamo pronti a ribilanciare se consegne o ordini deviano dalle attese.
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