Con il persistere della volatilità, i mercati tornano a porsi l’antico dilemma di portafoglio. Ma, per Franz Weis (Comgest), si tratta di un esercizio sbagliato e poco utile. A meno che non si guardi alla dinamica dei profitti nel lungo periodo
Franz Weis, cio e managing director strategie azionarie europee ma anche analista e portfolio manager di Comgest
Inflazione appiccicosa, picco dei tassi incerto, dubbi sulle prospettive di crescita globale. Con molteplici fattori di incertezza che si stagliano all’orizzonte, gli investitori del Vecchio Continente tornano a dividersi su uno dei più antichi dilemmi delle strategie di portafoglio: puntare su titoli value o fare incetta di growth? Secondo Franz Weis, chief investment officer e portfolio manager per le strategie azionarie europee di Comgest, non c’è nulla di più sbagliato e infruttuoso. A meno che non si utilizzi un criterio preciso: “Seguire la crescita degli utili”.
Una risposta impossibile
Weis è convinto che sia impossibile capire quale asset preferire. Tanto che, fa notare, gli stessi mercati sono rimasti più volte spiazzati rispetto alle loro aspettative: “Fino a dieci anni fa prevaleva la convinzione che i titoli value superassero i growth nel lungo periodo ma, dal 2010, questi ultimi hanno quasi sempre offerto rendimenti molto più elevati. Poi, dopo il 2021, i primi sono tornati a salire (trainati da materie prime, industrial e banche) mentre i secondi (dalla tecnologia alle comunicazioni fino ai beni di lusso) hanno improvvisamente vissuto un anno particolarmente debole”. Non solo. Partendo da questi presupposti, nemmeno ampliare le prospettive a un orizzonte storico viene considerato dal gestore un esercizio utile a dirimere la questione. “Una ricerca condotta sul periodo 1927-2019 da Aswath, professore della Columbia University di New York, mostra come i titoli value di Wall Street abbiano ottenuto le migliori performance nel 52,7% dei casi mentre quelli growth siano stati la scelta vincete il 47,3% delle volte”. In altre parole, evidenzia Weis, “si tratta di un pareggio”.
Distinzione solo artificiale
A ogni modo, è il parere del portfolio manager di Comgest, anche un’eventuale risposta non permetterebbe agli investitori di formulare previsioni sui prossimi anni né tantomeno sui prossimi decenni. E il motivo è semplice: “La distinzione tra le due categorie è artificiale”. Un esempio su tutti, secondo il gestore, viene dal Msci. “Il più grande produttore di indici al mondo mette insieme panieri di titoli value e panieri di titoli growth. Questi raggruppamenti cambiano composizione di circa il 20% ogni anno e si caratterizzano per diverse sovrapposizioni: basti pensare che, nel 2021, quasi il 30% dei titoli del secondo l’indice faceva parte anche del primo”, spiega Weis. Da qui, la sua conclusione: “Confrontare i titoli value con quelli growth non è una pratica corretta perché la differenza tra gli indici sta nei settori. Nell’indice Msci Growth, il 5,4% è guidato da titoli del settore finanziario rispetto al 21,2% del corrispettivo value. Al contrario, quest’ultimo contiene solo l’8,7% del settore informatico a fronte del 35,6% del growth.
Questione di approccio
“Un buon investitore ha una mentalità aperta”, spiega Weis. Che ribadisce la necessità, soprattutto in un periodo di forte volatilità come quello attuale, di restare al di fuori dei due schieramenti. Anche per un altro motivo: “Gli economisti e gli investitori utilizzano un proprio linguaggio. Per esempio, il rischio nei mercati azionari non significa la probabilità di un risultato negativo o di una perdita totale ma piuttosto il grado di deviazione dalla norma o dalla media. I titoli ad alto rischio possono avere un punteggio (temporaneo o meno) sia molto positivo che negativo”.
In ogni caso, per chi voglia raccogliere comunque questo tipo di sfida, il gestore individua un solo parametro capace di agire davvero come stella polare: la crescita degli utili. E presenta un esempio concreto di come le informazioni sul prezzo non portino a nulla se non si sa cosa si ottiene con il proprio denaro: “Una piccola Fiat di seconda mano è accessibile mentre una Ferrari costa una fortuna. Ma sono auto molto diverse perché, a meno di distruggerla, la seconda varrà sempre molto di più. La stessa logica si applica alle azioni: un titolo caro i cui utili continuano ad aumentare rimarrà caro e potrà crollare qualora su tale crescita ci fossero dubbi; un titolo economico che inizia a crescere aumenta enormemente di valore ma è raro”. In altre parole, nel breve periodo, le valutazioni e le speculazioni possono avere un forte impatto sui prezzi delle azioni. Tuttavia, quanto più lunga è la durata dell’investimento, tanto più la crescita degli utili determina i rendimenti per gli azionisti. Da questo punto di vista, secondo Weis, la panoramica delle performance dell’equity statunitense nell’arco di un secolo è inequivocabile: “Per ogni periodo di dieci anni, il ritorno è quasi uguale al dividendo pagato più la crescita dell’eps. Le variazioni di valutazione non giocano praticamente alcun ruolo in quei periodi”.
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