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Il risiko è destinato a proseguire. E spingerlo saranno fattori come capitale in eccesso, crescita organica debole, margini in calo. La Penisola in prima fila tra i Paesi più dinamici, con operazioni in vista soprattutto sul fronte domestico. Ma la politica e le valutazioni detteranno i tempi. Il report di S&P Global Ratings
Dall’operazione Mediobanca-Mps all’affaire Commerzbank-Unicredit fino al caso BPCE, sono tante le pedine del risiko bancario ad aver già fatto la loro mossa. Eppure, l’Europa non smette di essere un terreno fertile per le fusioni e acquisizioni tra colossi del credito. La conferma arriva dall’ultimo brief di S&P Global Ratings, secondo cui il settore si trova ancora nel pieno della stagione di consolidamento iniziata diversi mesi fa. Nel report si evidenzia infatti come la combinazione di capitale in eccesso, crescita organica limitata e margini di efficienza ormai ridotti nei modelli tradizionali sia in procinto di attivare nuove iniziative. Un trend che promette di cambiare radicalmente il panorama del credito internazionale.
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Un nuovo paradigma
Negli ultimi due anni, spiega l’agenzia di rating dell’Unione, si è verificato un cambio di paradigma: dopo un decennio di contrazione post-crisi, il deal-making non è più guidato dai venditori ma anche e soprattutto dagli acquirenti. Le banche, forti di basi patrimoniali solide e di una generazione di capitale superiore alle esigenze interne, stanno cioè tornano ad agire in modo proattivo sul mercato e la fanno approfittando del sostegno proveniente da autorità di vigilanza e policymaker sempre più inclini a favorire l’integrazione.
Scale e diversificazione i principali driver
A guidare la maggior parte delle operazioni, secondo lo studio, è in particolare la ricerca di scala e sinergie di costo significative per gli operatori attivi all’interno dei singoli mercati nazionali. Ma cresce contestualmente anche il numero di acquisizioni cosiddette ‛di scope’, ossia finalizzate a diversificare le fonti di ricavo verso attività fee-driven che vanno dal brokeraggio alla gestione del risparmio fino alla copertura assicurativa. L’obiettivo a più ampio spettro resta comunque sempre uno: compensare il rallentamento dei margini d’interesse, tornati su livelli fisiologici dopo l’effetto positivo dei tassi più alti. E se è vero che i grandi istituti possono vantare già oggi costi di raccolta e vantaggi dimensionali tali da non aver bisogno di incamerare altri soggetti, quelli medio-piccoli faticano a mantenere una redditività sostenibile: una discrepanza la cui conseguenza è che “una fusione tira l’altra”, come affermano gli esperti di Scope Ratings, con ogni singolo deal in grado di modifica l’equilibrio competitivo e spingere i concorrenti a muoversi per difendere le proprie posizioni.
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Mercati nazionali e politica ancora decisivi
L’analisi ribadisce poi come il sistema bancario europeo resti un mosaico di oltre 30 mercati nazionali, ciascuno con regole e sensibilità proprie. Questo significa che eventuali ostacoli al consolidamento non sono da escludere a nessuna latitudine: in Paesi come Italia e Germania, ad esempio, l’intervento politico può ostacolare le aggregazioni per difendere cause sociali quali l’occupazione o l’equilibrio territoriale mentre mercati come Islanda e Irlanda hanno il problema della saturazione. Secondo la heatmap elaborata da S&P, Italia (livello 1) e Spagna (livello 2) figurano tra i mercati più “caldi” d’Europa per attività sotto questo profilo insieme agli Stati dell’area centrale e orientale. Nel Regno Unito, invece, le prospettive sono più moderate perché scontano considerazioni antitrust e da valutazioni elevate.
In futuro più fusioni, ma con capitale più diluito
Guardando avanti, S&P prevede che le operazioni continueranno ma a condizioni diverse dal passato. “La crescita delle valutazioni bancarie ha reso i target più costosi e ridotto la possibilità di realizzare ‛badwill’”, si legge, “ma le fusioni resteranno una leva strategica”. A differenza dei deal cash-only del passato, le transazioni future includeranno quindi una componente crescente di azioni proprie e così incideranno maggiormente sui coefficienti patrimoniali regolamentari. Le operazioni più probabili, osserva allora l’agenzia, saranno quelle all’interno dei mercati domestici. Tra i potenziali target figurano le banche di medie dimensioni prive di scala e le entità non strategiche per gli attuali proprietari. Non mancheranno tuttavia iniziative cross-border, soprattutto da parte di istituti di grandi Paesi alla ricerca di crescita in economie più piccole ma dinamiche: esempi recenti sono proprio l’acquisto di Novo Banco da parte della francese BPCE e il deal Erste-Santander Polska.
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Italia e Spagna in prima linea
Insomma, per S&P, la nuova ondata di fusioni nel settore bancario europeo è destinata a proseguire ma a fronte di una maggiore selettività. In questo quadro l’Italia e la Spagna restano in prima linea mentre il contesto regolamentare e politico continuerà a influenzare i tempi e le modalità delle operazioni. Per le banche, conclude l’agenzia di rating, l’M&A rimane la strada principale per rafforzare la redditività e sostenere la competitività in un mercato che ha ormai esaurito i margini di efficienza interna.
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