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Dopo il +76% del 2025, in otto mesi il settore ha quasi doppiato la performance dell’azionario europeo. A sostenere la tesi rialzista redditività, capitale e distribuzioni agli azionisti sostengono la tesi rialzista. “Ma attenzione anche alle valutazioni”
Le banche europee continuano a correre sui listini. Il settore ha infatti guadagnato oltre il 25% da inizio anno, quasi il doppio rispetto al +13,7% dell’indice MSCI Europe, e si è così confermato in crescita anche al netto del rialzo del 76% messo a segno nel 2025 dall’MSCI Europe Banks in termini di total return in euro. Quanto basta, insomma, per alimentare l’idea che il rally del settore sia ormai arrivato al capolinea. Eppure, c’è un gruppo nutrito di asset manager secondo cui resta ancora spazio per altri allunghi. Un apprezzamento che, in particolare, dovrebbe affondare le radici nella trasformazione dei bilanci e della redditività imposta dall’intelligenza artificiale.
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L’IA non spaventa più il settore
Il primo pilastro su cui poggia la convizione dei gestori riguarda proprio l’impatto degli algoritmi sul modello di business bancario, che ha rappresentato una delle principali incognite per il comparto. Il timore è infatti stato inizialmente quello che agenti AI capaci di individuare automaticamente i conti di risparmio più remunerativi potessero generare una maggiore concorrenza sulla raccolta o mettere alla prova la tenuta delle attività di wealth management. Per Jacco de Winter, investment content manager di ING, si tratta però di rischi del tutto sovrastimati. Dal suo punto di vista, la natura delle decisioni finanziarie e il peso della relazione rendono infatti “improbabile” che i clienti affidino su larga scala queste attività agli algoritmi. Al contrario, è la view fornita dall’espero, questi sistemi possono diventare un fattore di efficienza per gli istituti attraverso molteplici canali: “Dalla riduzione dei costi legati a compliance al contrasto alle frodi fino al miglioramento del servizio alla clientela”. Non fa eccezione alla logica contrarian di de Winter neppure l’altra grande preoccupazione emersa durante l’anno circa il destino degli istituti di credito, cioè quello relativo alla loro esposizione al private. “Non sembra per ora essersi trasformato in un problema sistemico”, ha sottolinea l’esperto.
Tassi e margini sostengono la redditività
Sul fronte dei fondamentali, è invece il ritorno a un contesto di politica economica restrittiva che rappresenta un elemento favorevole. “Gli attuali livelli di tassi sostengono i margini di interesse”, spiega ancora de Winter, favorendo l’ampliamento della differenza tra il costo della raccolta e i ricavi generati dai prestiti. A ciò si aggiunge la crescita delle nuove erogazioni, che contribuisce a sostenere i ricavi da interessi. Secondo Chris Hart, gestore della strategia BP Global Premium Equities di Robeco, il cambiamento è però più profondo e non può essere spiegato soltanto dalla normalizzazione nel costo del denaro. “Dalla pandemia in poi il settore europeo si è trasformato gradualmente da perenne trappola di valore a una delle storie di redditività più interessanti dell’azionario globale”, sottolineando come il miglioramento dei rendimenti sul capitale e sugli attivi indichi una maggiore capacità strutturale di generare utili e non semplicemente un effetto della leva finanziaria o di un aumento del rischio di credito. Una dinamica su cui sarebbe intervenuta anche la disciplina in materia di costi, con l’avanzamento tecnologico e le ristrutturazioni interne che hanno sostenuto il miglioramento dell’efficienza operativa.
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Più commissioni, meno dipendenza dal margine
Un altro elemento della trasformazione messo in evidenza dalle due analisi riguarda la diversificazione dei ricavi. Negli ultimi anni le banche hanno infatti progressivamente sviluppato attività commission-based, dall’asset management alla gestione patrimoniale, e questo le ha aiutate a ridurre la dipendenza dal solo margine di interesse. Hart sottolinea in particolare la crescita delle divisioni di wealth management di diversi gruppi europei, con masse gestite in aumento dell’8%-12% annuo. “Grazie alla crescita dei servizi di gestione patrimoniale e degli asset”, chiarisce, “i ricavi da fee sono aumentati in misura significativa”. Il gestore individua inoltre un elemento meno evidente ma potenzialmente rilevante per gli utili futuri: i portafogli di copertura costruiti da molti istituti UK ed europei durante gli anni dei tassi bassi. “Molti di questi strumenti hanno scadenze di cinque-sette anni e vengono oggi reinvestiti a rendimenti significativamente più elevati”, è la spiegazione dell’esperto, “offrendo un vento favorevole pluriennale per il margine di interesse netto che potrebbe persistere anche in presenza di futuri tagli della BCE”.
Capitale più solido e più ritorni agli azionisti
La trasformazione riguarda però anche la gestione del capitale, secondo i due specialisti. Non solo infatti i coefficienti CET1 delle banche europee si attestano mediamente intorno al 16%, ben al di sopra dei requisiti regolamentari minimi, ma la disciplina nell’allocazione è migliorata molto e le operazioni di M&A sono diventate più orientate alla creazione di valore. Una maggiore solidità complessiva che ha aperto spazio a una politica di distribuzione del capitale più generosa, con programmi di buyback per 61 miliardi annunciati tra il 2020 e il 2024. Hart nota in particolare come il fenomeno presenti una forte analogia con quanto avvenuto negli Stati Uniti tra il 2014 e il 2018, quando i payout ratio degli istituti locali passarono da circa il 40% a oltre il 100% grazie ai riacquisti di azioni. “La differenza è che oggi il comparto europeo finanzia le cedole attraverso la generazione organica di utili”, spiega “mantenendo l’indicatore di solidità patrimoniale intorno al 16%. Tradotto: le banche sono ora più redditizie, utilizzano meno leva e remunerano maggiormente i soci pur essendo più sicure e solide”.
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Lo sconto non è ancora scomparso
Il rally degli ultimi due anni ha naturalmente ridotto il margine di sicurezza, tanto che le europee non possono più essere considerate le occasioni di deep value di qualche anno fa. Eppure, secondo de Winter e Hart, le valutazioni continuano a offrire un argomento a favore del comparto. Per il manager di ING, nello specifico, il settore tratta infatti oltre il 30% in meno rispetto al mercato azionario del continente nel suo complesso: a poco più di 10 volte gli utili attesi nei successivi 12 mesi. La lettura di Hart è ancora più favorevole: i titoli vengono scambiati a circa 8,9 volte i profitti stimati per il 2027, a fronte di una crescita attesa superiore al 10%. E a questo si aggiunge un rendimento complessivo per gli azionisti, dato da dividendi e buyback, di circa l’8% annuo. La tesi è quindi quella di un’industria che ha già beneficiato di una forte rivalutazione, ma che potrebbe non aver ancora esaurito il proprio potenziale.
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