Secondo i gestori, Francoforte confermerà l’approccio prudente. Ma il deciso apprezzamento della moneta unica sul dollaro potrebbe riaprire il dibattito sulla necessità di ulteriori tagli
La prima riunione dell’anno della Banca Centrale Europea non dovrebbe riservare sorprese. Gli analisti sono infatti concordi sul fatto che il consiglio direttivo sceglierà di mantenere il tasso sui depositi al 2% per la quinta volta consecutiva, alla luce di un’inflazione sotto controllo e vicina all’obiettivo, una crescita in linea con le previsioni e un mercato del lavoro solido. L’incerto contesto internazionale non consente infatti fughe in avanti, la politica monetaria è in una “buona posizione” e l’approccio resterà data-dependent. Il tema centrale su cui si focalizzerà l’attenzione dei mercati, e con tutta probabilità quella del board dell’Eurotower, è dunque il forte apprezzamento dell’euro sul dollaro, con un tasso di cambio che si aggira ormai stabilmente intorno a quota 1,20. Il rafforzamento della moneta unica rischia infatti di esercitare ulteriori pressioni al ribasso sui prezzi dell’Area, rendendo inevitabile nei prossimi mesi un intervento di Francoforte e smentendo l’attesa maggioritaria tra gli operatori di tassi invariati almeno fino a metà 2026.
Konstantin Veit, portfolio manager European Rates di Pimco
Secondo Konstantin Veit, portfolio manager di PIMCO, in questa fase la BCE ha poche ragioni per modificare la propria politica. “Sebbene permanga un dibattito sui rischi inflazionistici di medio termine, riteniamo che il Consiglio direttivo guarderà oltre le modeste deviazioni dall’obiettivo determinate dai prezzi dell’energia e manterrà i tassi invariati nel prossimo futuro, mentre l’inflazione dei salari e dei servizi continua a normalizzarsi”, afferma.
Ulrike Kastens, european economist di DWS
Per Ulrike Kastens, senior economist di Dws, anche la comunicazione di politica monetaria non dovrebbe subire cambiamenti significativi, “soprattutto in un contesto caratterizzato da incertezza politica, nel quale la dipendenza dai dati continua a rappresentare il principale principio guida”. A suo parere, tra i temi che verosimilmente verranno affrontati ci saranno l’incertezza legata alle politiche commerciali, il rinnovato apprezzamento dell’euro e l’atteso calo del tasso di inflazione di gennaio al di sotto della soglia del 2%.
Il peso dell’euro forte
Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments
Proprio sulla corsa della moneta unica, che ha riacceso le speculazioni su una possibile risposta di Francoforte, si sofferma Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments. “La forza dell’euro si inserisce in un contesto globale difficile, caratterizzato da dazi statunitensi e da una forte competizione con la Cina. Resta inoltre il rischio di un ulteriore e più marcato rafforzamento, ad esempio se la fiducia negli Usa dovesse indebolirsi”, spiega. Facendo notare che le recenti dichiarazioni di Villeroy de Galhau, secondo cui una valuta forte influenzerà le future decisioni di politica monetaria, indicano come il tasso di cambio stia diventando un fattore più rilevante. Per Wolburg, quindi, Lagarde manterrà un approccio prudente e dipendente dai dati, ma suggerirà che un apprezzamento persistente della divisa europea potrebbe rendere necessari tassi di interesse inferiori al livello del 2%.
Secondo Nadia Gharbi, senior economist di Pictet Wealth Management, Lagarde dovrebbe utilizzare un linguaggio standard, ribadendo che l’istituto centrale non persegue un obiettivo specifico sul tasso di cambio, ma tiene conto delle sue dinamiche nella valutazione delle prospettive di inflazione e delle implicazioni per la politica monetaria. Tuttavia, l’esperta ricorda come le stime basate sui modelli dell’Eurotower suggeriscano che un apprezzamento del 10% del tasso di cambio effettivo nominale della moneta unica potrebbe ridurre il carovita di circa 0,6 punti percentuali nell’arco di un anno. “Dalla riunione di dicembre, l’euro si è apprezzato di circa l’1,0% nei confronti del dollaro”, evidenzia. Precisando che, “qualora il rafforzamento dovesse proseguire in vista della riunione del 19 marzo, quando saranno presentate le nuove proiezioni dello staff, ciò potrebbe contribuire a revisioni al ribasso delle stime di inflazione, che nelle proiezioni di dicembre risultavano già inferiori all’obiettivo (1,9% nel 2026 e 1,8% nel 2027)”. Questo, conclude, “rafforzerà marginalmente” l’ipotesi di un ulteriore allentamento.
Cosa significa per gli investitori
Flavio Carpenzano, Investment Director per Fixed Income in Europa ed Asia di Capital Group
Flavio Carpenzano, investment director Fixed Income in Europa e Asia di Capital Group, è convinto che la BCE potrebbe tenere fermi i tassi per gran parte dell’anno, con possibili rialzi alla fine del 2026 in funzione di eventuali sorprese positive a livello di crescita e inflazione. L’esperto fa quindi notare come le curve dei rendimenti in Europa si siano irripidite: i rendimenti sul tratto a breve si sono leggermente alzati grazie al miglioramento della crescita, e quelli a più lunga scadenza hanno registrato un sell-off per le aspettative di un aumento delle emissioni in Germania. “Manteniamo una posizione short sulle obbligazioni tedesche perché il miglioramento del sentiment, la politica fiscale favorevole e l’aumento delle emissioni potrebbero spingere al rialzo i rendimenti. Siamo cauti sulla Francia, in un contesto di continua instabilità politica”, afferma. Carpenzano preferisce poi un’esposizione all’Italia, alla Spagna e alla Grecia. “I titoli di Stato periferici restano resilienti, con Madrid favorita dal calo dei costi dell’energia e Roma che mantiene una buona disciplina fiscale e investimenti finanziati dall’UE”, chiarisce.
Anche per Peter Goves, head of developed market debt sovereign research di Mfs IM, probabilmente il costo del denaro rimarrà invariato per il resto dell’anno, a meno di un nuovo shock. “A livello di mercato, questa situazione mantiene i rendimenti dei Bund più stabili e vulnerabili ai fattori globali”, assicura.
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