Il 2018 si è chiuso all’insegna della volatilità, ma da inizio anno quasi tutte le asset class hanno recuperato terreno. L’esperto di Gam spiega perché la casa svizzera punta sugli emergenti sia sul versante equity che fixed income, mentre in Europa il rischio politico impone prudenza. E sull’Italia…
Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Gam Sgr
“Siamo entrati nel decimo anno di espansione e questo suggerisce una certa cautela, ma allo stesso tempo nei mesi scorsi i mercati hanno scontato un eccesso di reazioni negative alla congiuntura economica globale”. Carlo Benetti, Head of Market Research & Business Innovation di Gam Sgr guarda all’anno in corso con sobrio ottimismo.
“Il 2019 può essere un anno di rallentamento dell’economia globale, ma non di recessione” spiega a FocusRisparmio. “Per gli utili aziendali possiamo parlare di fase post-picco, raggiunto nella parte finale dell’anno scorso, ma il supporto non mancherà e gli earning rimarranno sostenuti”.
Gennaio è stato un mese gagliardo sul versante azionario, con Borse in rally (+7% da inizio anno per l’indice mondiale Msci World, dati al 6 febbraio). Come spiega l’euforia degli operatori nelle prime settimane dell’anno, dopo un 2018 così turbolento? In gennaio si sono verificate due novità. Anzitutto, la Federal Reserve guidata da Jerome Powell ha radicalmente cambiato la grammatica della propria comunicazione. Se poche settimane prima parlava di pilota automatico nella riduzione del bilancio, Powell ha poi cambiato registro parlando della necessità di portare pazienza e fare attenzione ai dati. Siamo entrati nel 2019 pensando a due o tre incrementi dei tassi, mentre oggi il mercato ne sconta al massimo uno e questo rende la vita più semplice soprattutto ai mercati emergenti, con un dollaro che non dovrebbe rafforzarsi.
In termini di asset allocation, quali sono le indicazioni per affrontare i prossimi mesi? In un’ottica di moderato ottimismo, nei portafogli multi asset flessibili abbiamo ridotto l’esposizione azionaria pur senza smontare del tutto l’esposizione agli asset rischiosi, a cui affiancato a strumenti che ne modificano il profilo di rischio-rendimento – mi riferisco in particolare a strategie neutrali al mercato, decorrelate alla direzionalità.
E per quanto riguarda la componente a reddito fisso? Siamo diffidenti verso le obbligazioni governative e cerchiamo alpha in prodotti a bassa duration con preferenza per i mercati emergenti. Ci piacciono prodotti legati alle assicurazioni come i catastrophe bond, oppure le emissioni junior di buona qualità o, ancora, gli Mbs, cartolarizzazioni ipotecarie che costituiscono un mercato molto liquido che – se gestito con sapienza – riesce ancora a generare extra-rendimento.
È lecito dire che gli emergenti – anche alla luce delle basse valutazioni con cui hanno iniziato il 2019 – possano essere l’asset class su cui puntare? Quella sugli emergenti resta una chiamata forte nel lungo periodo, perché Asia e America Latina restano i luoghi del mondo a maggiore produttività, dove si concentra la popolazione giovane e si fanno ancora figli e dove sarà creata la ricchezza maggiore a livello globale. Ciò detto, quella di ’emergenti’ è una definizione quasi anacronistica, perché raggruppa aree geografiche e modelli di sviluppo molto diversi tra loro.
I segnali di rallentamento della Cina non sono fonte di preoccupazione? Non abbiamo mai creduto all’ipotesi di hard landing, perché il governo e le autorità monetarie tengono le redini corte sul sistema. Resta il fatto che quello che accade in Cina non rimane circoscritto al paese perché le dimensioni dell’economia sono tali da condizionare i livelli del commercio internazionale e i prezzi delle materie prime agricole ed energetiche. Allo stesso tempo, un rallentamento cinese non pregiudica irreversibilmente la salute dell’economia globale.
Cosa pensa dello spartiacque delle elezioni di fine maggio per il parlamento europeo? Intravedete punti di ingresso o gli investitori farebbero meglio a stare lontani dal Vecchio Continente? Il nodo delle elezioni europee, insieme all’incognita Brexit, pregiudica qualsiasi analisi sui mercati europei. Rispetto al 2016 – quando le sorprese politiche sono state affrontate con indifferenza da parte dei mercati generando pochi giorni di volatilità, dal momento che c’erano ottime prospettive di crescita economica globale – il quadro è cambiato. Oggi che l’intensità della crescita globale è diminuita, assistiamo a un aumento del peso del rischio politico, per cui le prospettive europee sono effettivamente legate a doppio filo a questi snodi cruciali. Ma c’è da dire che la Banca centrale europea, ben consapevole di tutto questo, ha rimandato l’aumento dei tassi a fine anno, se non oltre. Il supporto monetario, insomma, non verrà meno. Ciò detto, per la componente azionaria dei portafogli all’Europa preferiamo Stati Uniti e Giappone.
Qual è la vostra lettura delle prospettive economiche dell’Italia? La performance azionaria ha patito le difficoltà politiche tra governo italiano e Commissione europea, ma l’accordo poi raggiunto ha sgomberato il campo da questo aspetto. Il convitato di pietra di qualsiasi discorso sulle prospettive di crescita economica del paese è il debito pubblico, e in questo momento la legge di bilancio approvata genera perplessità perché predilige la spesa corrente a discapito degli investimenti, per cui assistiamo a qualche dubbio da parte degli operatori sulla tenuta del debito.
L’Italia è in recessione tecnica, mentre a gennaio l’indice Pmi (Purchasing managers’ index) che sintetizza l’andamento del settore manifatturiero e dei servizi ha virato al negativo. La manovra di bilancio ha la forza per riportare l’Italia in territorio di crescita? Gli ultimi dati sul Pil e sui Pmi italiani risentono anzitutto di una frenata della crescita in Europa – pensiamo al rallentamento del settore automotive in Germania – e di una modifica degli indicatori di fiducia del nostro paese. C’è poi una parte idiosincratica, specificamente italiana e legata alle tensioni sullo spread che hanno generato una contrazione dell’offerta di credito, e questo è un fatto incontrovertibile. Tutto questo grava sulla ripresa e sulle prospettive di crescita, che patiscono le prospettive del debito e il calo di fiducia degli operatori e delle famiglie – tanto che la Banca d’Italia stima una crescita allo 0,6% e non più all’1% come nelle previsioni del governo.
Alla ricerca di ‘Alpha’” è la rubrica di FocusRisparmio.com dedicata a investimenti, mercati e all’attualità economico-finanziaria. Ogni lunedì, con l’aiuto degli esperti del settore, vengono messi sotto la lente i fatti recenti più significativi e gli appuntamenti che avranno effetti sul medio e lungo termine.
Il responsabile Policy and Research di State Street Global Advisors presenta alcune delle evidenze emerse dallo studio degli effetti degli shock geopolitici sui mercati, proponendo soluzioni di investimento per affrontare i periodi di maggiore concentrazione dei rischi esogeni.
I pericoli all’orizzonte per i mercati emergenti sono ancora molti. Allo stesso tempo, gli investitori obbligazionari in cerca di diversificazione non possono ignorare quest’asset class. Come districarsi tra rischi e opportunità del debito emergente?
Il responsabile della ricerca macro della Sgr di Intesa Sanpaolo prevede un anno di stop and go per l’Europa, con “una tendenziale sottoperformance rispetto agli indici globali, alternata da fiammate temporanee di recupero”. Ragion per cui gli effetti della fine del QE “non andrebbero esagerati”.
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