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Secondo un’analisi di Nikkei Asia, a tanto ammontano gli impegni contrattuali futuri non riportati nei bilanci ma nelle note ai conti che le Mag7 hanno assunto per sviluppare data center e capacità di calcolo. Una cifra che, se la domanda rallentasse, potrebbe esporre le società al rischio di sopportare costi fissi molto alti
La corsa all’intelligenza artificiale potrebbe aver creato una nuova categoria di passività che gli investitori osservano ancora con relativa attenzione. Secondo un’analisi di Nikkei Asia, i cinque principali colossi tecnologici statunitensi maggiormente impegnati nello sviluppo dell’IA avrebbero infatti assunto complessivamente 1.650 miliardi di dollari di impegni futuri che non compaiono nello stato patrimoniale ma sono riportati nelle note ai bilanci trimestrali. Una serie di obbligazioni contrattuali future superiori per importo ai 1.350 miliardi di debito finanziario ufficialmente iscritti nei loro conti e che, per quanto non considerabili passività occultate né di pratiche contabili scorrette, potrebbero trasformarsi in costi significativi nei prossimi anni nell’ipotesi in cui la domanda dovesse raffreddarsi.
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Contratti fuori bilancio per alimentare la corsa all’IA
L’origine di questi impegni, viene spiegato dalla testata asiatica, è legata agli enormi investimenti che le Big Tech stanno effettuando per assicurarsi la capacità di calcolo necessaria a sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Negli ultimi anni i grandi hyperscaler hanno infatti firmato contratti pluriennali con operatori di data center, impegnandosi ad acquistare in futuro grandi quantità di potenza di calcolo. Poiché però molti di questi impianti sono ancora in costruzione, gli accordi non generano ancora una passività contabile e vengono quindi indicati tra gli impegni fuori bilancio anziché finire tra i debiti finanziari. Una condizione destinata a interrompersi nel momento in cui le infrastrutture concordate entreranno in funzione, quando cioè le intese diventeranno pienamente operative e le società interessate dovranno corrispondere ai fornitori i pagamenti previsti indipendentemente dal livello effettivo della domanda di servizi di IA.
Meta e Oracle tra le società più esposte
Secondo Nikkei Asia, Meta presenta uno dei rapporti più elevati tra impegni fuori bilancio e debito iscritto nei conti. La società avrebbe infatti circa 420 miliardi di dollari di obbligazioni future non contabilizzate nello stato patrimoniale, si legge, contro circa 140 miliardi di passività registrate. Ma ad aver incrementato in modo significativo questo tipo di esposizione ci sarebbe anche Oracle: gli impegni fuori bilancio del gruppo ammonterebbero infatti a 273,3 miliardi, si calcola nell’analisi, con una crescita di circa il 2.900% rispetto al 2022. L’indicazione di un’accelerazione negli investimenti per infrastrutture legate all’intelligenza artificiale arriverebbe però pure da atri operatori del settore che, sempre stando alla testata asiatica, evidenziano tutti una situazione simile: da Alphabet ad Amazon fino a Meta Microsoft.
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Dietro gli investimenti ci sono ordini già acquisiti
Le aziende coinvolte hanno già sottolineato che questi investimenti non rappresentano una scommessa puramente speculativa, come riportato dalla stessa Nikkei Asia. Alphabet, Amazon e Microsoft dispongono infatti di un portafoglio ordini per servizi cloud ancora da erogare pari complessivamente a 1.450 miliardi di dollari destinato a sostenere la domanda futura di capacità computazionale. Anche il ceo di Amazon Web Services, Matt Garman, ha ribadito che gli investimenti della società “non sono opportunistici” ma rispondono a contratti e richieste già esistenti da parte dei clienti. Il modello seguito dai grandi operatori consiste infatti nel garantirsi prima la domanda attraverso accordi commerciali con i clienti e successivamente assicurarsi la capacità produttiva mediante contratti di lungo termine con i gestori dei data center.
Il rischio è una domanda inferiore alle attese
Il principale rischio individuato dall’analisi riguarda l’ipotesi che la crescita della domanda di servizi basati sull’intelligenza artificiale possa rallentare. In questo scenario le Big Tech sarebbero infatti obbligate a pagare comunque la capacità di calcolo prenotata, anche in assenza di clienti sufficienti a utilizzarla. Si tratterebbe quindi di costi fissi molto elevati che potrebbero comprimere margini e redditività. A rendere più delicata la situazione contribuisce anche il fatto che, secondo Nikkei Asia, gli investimenti destinati all’espansione delle infrastrutture starebbero ormai superando gli utili generati e costringendo alcune società a finanziare la crescita facendo maggiore ricorso all’emissione di obbligazioni o di nuove azioni.
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L’IA cresce, ma resta un mercato ancora da consolidare
Nonostante l’entusiasmo degli investitori, il mercato continua infatti a presentare elementi di incertezza. L’adozione dei modelli generativi procede rapidamente, ma diverse aziende stanno iniziando a fare i conti con costi operativi superiori alle aspettative. L’utilizzo intensivo degli agenti IA e dei modelli linguistici di grandi dimensioni sta cioè facendo lievitare il consumo di token fino a esaurire in poche settimane budget annuali inizialmente previsti per l’intero esercizio: un fenomeno che gli addetti ai lavori hanno ‛tokenmaxxing’. Il tutto mentre cresce l’interesse verso modelli open source o sviluppati in Cina, generalmente meno costosi, e alcune imprese stanno ridimensionando i progetti più onerosi.
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