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Secondo l’accademico, euforia, debito monstre e valutazioni alle stelle ricordano le due precedenti crisi. E se il peggio dovesse concretizzarsi travolgerà non solo gli investitori diretti ma anche i risparmiatori
Un figlio illegittimo che unisce il peggio dei più grandi shock finanziari degli ultimi trent’anni, ovvero il crollo delle dot-com e la Grande crisi del 2008. Con questa immagine da fare tremare i polsi, Erik Gordon, professore alla Ross School of Business dell’Università del Michigan e voce sempre più ascoltata a Wall Street, è tornato a lanciare l’allarme per la bolla AI. Secondo l’esperto, infatti, euforia, debito monstre e valutazioni alle stelle rendono oggi l’intelligenza artificiale il principale rischio sui mercati, che minaccia di travolgere non solo gli investitori ma anche i risparmiatori.
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Le somiglianze con la bolla delle dot-com
In un’intervista a Business Insider, Gordon ha affermato che, con tutta probabilità, l’intelligenza artificiale genererà più valore reale di quanto abbia fatto Internet. Tuttavia, ha precisato, il boom dell’AI “ha ereditato l’eccesso di entusiasmo e le valutazioni fuori scala” dalla bolla del Duemila. E il problema, secondo l’accademico, è che i prezzi attuali sono talmente lontani dai fondamentali che “la maggior parte degli investitori finirà per bruciarsi, proprio come accadde con le dot-com”.
Non solo investitori diretti
A rischiare, ha proseguito, non sono però solo quelli che hanno puntato direttamente sui titoli tecnologici, ma anche i risparmiatori. Questi, spesso inconsapevolmente, sono esposti all’AI attraverso fondi indicizzati ed Etf, dal momento che le aziende tech da sole rappresentano ormai una parte più che consistente del mercato. Nvidia, Apple, Alphabet, Microsoft e Amazon, infatti, sono le cinque maggiori società americane per capitalizzazione e insieme valgono oltre 20 mila miliardi di dollari. Tale cifra riflette in larga parte le aspettative del mercato sui ritorni dell’intelligenza artificiale, ma un eventuale crollo dei ‘Magnificent’ avrebbe un effetto domino pesantissimo su milioni di portafogli, anche al di fuori del comparto tech.
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L’enorme debito in stile 2008
La somiglianza con l’altro ‘genitore’ di questa bolla, la crisi dei mutui sbprime, secondo Gordon è il debito. Le grandi società legate all’AI, ha avvertito, hanno “accumulato qualche trilione di dollari di obbligazioni, sia contabilizzate che non contabilizzate, e non hanno ancora finito di indebitarsi”. In caso di difficoltà nel ripagare anche solo una parte di questi impegni, il danno si estenderebbe quindi oltre gli azionisti, “coinvolgendo banche, fondi d’investimento e persino compagnie assicurative che hanno concesso prestiti”. Di qui, secondo il professore, la contagiosità sistemica che ricorda da vicino quella della Grande crisi finanziaria del 2028.
Bolla o non bolla?
Non è la prima volta che il professore lancia un tale allarme. Nei mesi scorsi ha già accusato il mercato di avere “creato un proprio universo” in cui l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale prevale su minacce come la guerra e l’inflazione. E l’estate scorsa ha avvertito che l’enorme quantità di denaro investita nel settore rischia di tradursi in un numero maggiore di investitori travolti rispetto al crollo delle dot-com. E in una “sofferenza più dolorosa”.
Gordon non è il solo a paventare il peggio: le voci allarmate per uno scoppio della bolla AI sono sempre più numerose e autorevoli. A partire da quella di Michael Burry, l’investitore che predisse la crisi dei subprime, che negli ultimi mesi ha intensificato i suoi attacchi, accusando i colossi tecnologici di truccare gli utili, sottostimando gli ammortamenti dei loro investimenti in infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Burry ha anche puntato il dito contro i cosiddetti schemi di finanziamento circolare tra OpenAI, Nvidia e altri operatori, e ha tradotto le sue convinzioni in pesanti scommesse ribassiste. Altrettanto autorevoli sono però anche le voci di chi contrasta questa view. Il ceo di Nvidia, Jensen Huang, e quello di Tesla e SpaceX, Elon Musk, continuano ad esempio a sostenere che le attuali valutazioni sono giustificate dall’enorme potenziale dell’intelligenza artificiale.
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