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Secondo gli asset manager, i campanelli d’allarme in stile Dot-Com non mancano, ma non è detto che la correzione avverrà subito. Intanto le prospettive a lungo termine restano positive: ecco su cosa puntare
A Wall Street c’è davvero una bolla? È questa la domanda che da settimane tormenta il sonno degli investitori, sempre più convinti che le quotazioni tech a stelle e strisce, soprattutto quelle legate all’intelligenza artificiale, siano ormai diventate insostenibilmente elevate. D’altra parte il Nasdaq, guidato dai ‘Magnifici 7’, è salito del 50% dai minimi di inizio aprile, portando i guadagni da gennaio al 19%. Persino il Fondo Monetario Internazionale ha suonato l’allarme. I gestori restano cauti: anche se non è possibile dire con certezza se siamo alla vigilia di un evento in stile Dot-Com, i segnali d’allerta ci sono e non devono essere trascurati. Tuttavia questo non non deve tradursi in una fuga dall’AI, che resta un promettente trend di lungo periodo, ma nello scegliere con attenzione su cosa puntare, preferendo le società più trascurate e guidate da soldi fondamentali. Senza lasciarsi contagiare né dall’euforia né dalla paura.
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Valutazioni in zona pericolo
Per Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin, esistono notevoli parallelismi, ma anche differenze fondamentali, che rendono il mercato vulnerabile ma meno precario rispetto a quello dei primi anni Duemila. “In primo luogo, il rapporto prezzo-utili del Nasdaq Composite rimane ben al di sotto dei livelli record dell’era delle Dot-Com: allora era salito oltre 70 volte, mentre oggi è circa la metà di quel livello”, analizza. Per l’esperto è però più corretto tracciare un parallelo con l’S&P 500, che era un indice maturo nel Duemila e lo è ancora oggi. “In questo caso, le valutazioni dipingono un quadro più preoccupante”, avverte. Il rapporto PE dell’indice, spiega infatti, si attesta a 23 volte, eguagliando il massimo del ciclo 2021 e avvicinandosi al picco di 25 volte registrato durante il boom delle Dot-Com. “Ciò suggerisce che le valutazioni attuali potrebbero trovarsi in una zona pericolosa, potenzialmente matura per una correzione”, mette quindi in guardia von Rotberg.
La variabile PIL
Secondo lo strategist di J. Safra Sarasin, un’altra condizione fondamentale del boom delle Dot-Com, spesso trascurata, era l’economia eccezionalmente forte dell’epoca, con il PIL che superava il 4%. “Il premio per il rischio azionario (ERP) scese profondamente in territorio negativo: gli investitori accettarono un rendimento degli utili inferiore al tasso privo di rischio, spinti dalle aspettative di un forte aumento degli utili nei successivi anni”, spiega. Sottolineando che, come dimostra la storia, tanto ottimismo era eccessivo. “Oggi, per la prima volta dall’inizio degli anni Duemila, l’ERP dell’S&P 500 è tornato a zero, sostenuto da un solido contesto macroeconomico”, fa quindi notare von Rotberg, secondo cui, per giustificare gli attuali livelli di valutazione, la crescita degli utili USA dovrebbe accelerare in modo significativo nei prossimi anni. “Tuttavia, le correlazioni storiche con la crescita del PIL suggeriscono come ciò sia improbabile”, precisa. “Con l’ERP attuale dello 0%, si prevede un rendimento annualizzato di appena il 4% nei prossimi dieci anni. E i rapporto PE di Shiller ne suggerisce uno ancora più basso, pari al 2% nello stesso periodo”, prosegue quindi l’esperto, evidenziando come negli ultimi 40 anni si è verificato solo due volte un significativo disaccoppiamento dei rendimenti decennali dalle proiezioni del PE di Shiller.
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Il mercato si sta muovendo verso una bolla
Insomma, anche se una bolla può essere determinata solo con il senno di poi, per von Rotberg è possibile tracciare dei paralleli con i casi precedenti. “Le valutazioni attuali suggeriscono chiaramente che il mercato si sta muovendo verso una bolla, ma ciò non significa necessariamente che questa scoppierà immediatamente”, afferma. Le implicazioni a lungo termine, invece, a suo parere appaiono più chiare. “Alle attuali valutazioni, le azioni statunitensi faranno fatica a generare rendimenti superiori al 5% annuo nel prossimo decennio”, assicura.
Occhio ai fondamentali
Per Lewis Grant, senior portfolio manager for Global equities di Federated Hermes, non è un segreto che il rialzo azionario di quest’anno sia stato determinato principalmente dal sentiment, con i fondamentali in secondo piano. “La FOMO mette alla prova la determinazione anche dei più disciplinati, e ci sono molte ragioni per sostenere come questa volta sia diverso”, osserva. Tuttavia, anche se la storia di queste società affermate, ben capitalizzate e con un market cap elevato è certamente avvincente, per l’esperto si tratta solo una parte del processo di investimento. “I fondamentali e le valutazioni possono essere ignorati solo per un certo periodo di tempo”, avverte. Rimarcando che “una capital expenditure così intensa, con rendimenti incerti in termini di quantità e tempistiche, rende il rally dell’AI vulnerabile a improvvisi cambiamenti nella propensione al rischio”.
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Opportunità anche in Europa
Grant continua comunque ad essere ottimista sulle prospettive di investimento a lungo termine nell’intelligenza artificiale, ma con una concentrazione così elevata nel mercato vede opportunità interessanti e trascurate in tutto il mercato che sono maggiormente guidate dai fondamentali. “Sebbene i dazi aggiungano una dose di incertezza alla crescita, riteniamo che ci siano molti titoli sottovalutati destinati a beneficiare di un ampliamento”, assicura. Precisando che occorre comunque prestare attenzione alla crescita del PIL USA, alle decisioni sui tassi e agli utili. “Vediamo opportunità anche in Europa, dove la macchina industriale sta iniziando a girare, anche se potrebbe volerci ancora tempo prima che raggiunga il pieno regime, portando con sé una serie di potenziali sfide”, conclude.
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