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La maggiore visibilità delle società tecnologiche tra gli emittenti del settore riapre il dibattito sul profilo di rischio del credito. Ma per il fund manager Al Cattermole, si tratta solo di un cambiamento nei comportamenti finanziari. Approccio più selettivo e attenzione alla struttura del capitale le vie per affrontarlo
La crescente presenza delle grandi società tecnologiche nel mercato delle obbligazioni corporate investment grade sta sollevando interrogativi tra gli investitori: il rischio tipicamente associato all’azionario tech sta iniziando a contagiare anche il reddito fisso, tradizionalmente considerato una componente difensiva dei portafogli? Secondo Al Cattermole, portfolio manager di Mirabaud Asset Management, il fenomeno va letto con maggiore cautela rispetto a quanto suggeriscano i titoli più allarmistici. “Con i big tech sempre più visibili tra i principali emittenti”, spiega, “potrebbe sembrare che il segmento stia cambiando pelle ma una sguardo più in profondità rivela come la struttura complessiva del mercato non si sia trasformata in modo così radicale”.
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La tecnologia resta marginale nel perimetro investment grade
In termini di peso negli indici, Cattermole osserva come la tecnologia incida ad oggi per circa il 6,5% dell’universo investment grade statunitense e rappresenti una quota in aumento solo marginale rispetto agli anni precedenti. “Il settore è diventato sì più visibile ma non materialmente più dominante”, sottolinea l’esperto di Mirabaud AM, ricordando come i pilastri del mercato restino di gran lunga altri: dalle banche alle utility, dalla sanità alle assicurazioni restino di gran lunga. Il vero punto di svolta, secondo il gestore, non riguarda quindi tanto la concentrazione settoriale quanto piuttosto il cambiamento nel comportamento delle società di settore. “Se i grandi emittenti tech sono stati a lungo percepiti dagli investitori obbligazionari come un’esposizione priva di criticità per via di bilanci solidi e un’abbondante liquidità”, è la spiegazione fornita, “questa assunzione oggi viene messa alla prova”.
L’impatto del capex per l’IA e gli spread più volatili
Nella view di Cattermole, a segnare la discontinuità è soprattutto l’accelerazione degli investimenti legati all’intelligenza artificiale. Sono infatti sempre di più i grandi gruppi tecnologici che scelgono di finanziare capex rilevanti, in alcuni casi di natura speculativa o semi-speculativa, attraverso il mercato del debito. “Piani di espansione finanziati a debito non solo introducono rischi di esecuzione più elevati ma aumentano la leva finanziaria e accrescono la probabilità di pressioni sui rating”, spiega il portfolio manager, che sottolinea come il problema tenda ad accentuarsi in un settore dove vincitori e vinti del ciclo dell’AI non sono ancora chiaramente identificabili. La recente volatilità degli spread su alcuni emittenti conferma questo cambiamento di paradigma: titoli a lungo considerati tra i più sicuri dell’universo investment grade hanno infatti registrato improvvise ricalibrazioni di prezzo, mentre il mercato rivaluta la disciplina nella struttura del capitale e la sostenibilità futura dei flussi di cassa. “Movimenti analoghi sarebbero stati difficili da immaginare quando il comparto era visto come un’ancora di stabilità nei portafogli IG”, osserva Cattermole.
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Nessun rischio sistemico, ma maggiore dispersione
Ciò non significa, tuttavia, che la tecnologia stia diventando un rischio sistemico per il credito investment grade. Il punto centrale è piuttosto l’aumento dell’eterogeneità all’interno del settore. “Il rischio di credito sta diventando più disperso e questo richiede un’analisi molto più selettiva rispetto al passato”, afferma ancora Cattermole. Per gli investitori, l’implicazione individuata dall’esperto è dunque sottile ma rilevante. Molti portafogli presentano infatti già un’esposizione significativa al comparto tramite la componente azionaria e, con l’aumento delle emissioni obbligazionarie o il cambio dei modelli di finanziamento, cresce la possibilità di replicare involontariamente tale esposizione anche nel reddito fisso tramite la concentrazione su singoli emittenti e l’evoluzione dei fondamentali creditizi.
Selettività e controllo del rischio diventano centrali
In questo contesto, conclude Cattermole, la domanda chiave per chi investe in investment grade non è se la tecnologia sia diventata “troppo grande” nell’indice ma se i portafogli siano davvero attrezzati per affrontare un settore che oggi si comporta in modo diverso: più ciclico, più capital intensive e più sensibile al credito rispetto al passato. Un cambiamento graduale, ma che rende il controllo del rischio e la diversificazione ancora più centrali nella costruzione dei portafogli obbligazionari.
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