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Per Damigiano di AcomeA SGR, il titolo del Tesoro dedicato al retail è uno strumento interessante. Ma non è un bene rifugio universale: la protezione patrimoniale di lungo periodo dipende da altro
Anche la settima edizione del Btp Valore è partita col botto. Nel primo giorno di collocamento, il titolo pensato per i risparmiatori, con rendimenti crescenti e premio fedeltà finale, ha fatto subito il pieno di ordini: 6,04 miliardi di euro, contro i circa 5,4 miliardi dello scorso ottobre e i 3,7 miliardi di maggio 2024. L’upgrade del merito creditizio tricolore da parte delle principali agenzie di rating, il consolidamento della crescita economica e la tenuta dei conti hanno infatti spinto ancora la domanda degli italiani in cerca di investimenti sicuri. Esattamente come auspicato dal governo di Roma che, dal debutto di questa famiglia di bond nel giugno 2023, ha portato a casa in sei emissioni oltre 96 miliardi. Con la quota di debito in mano ai cittadini che in poco più di due anni è passata da 310,8 miliardi a 453 miliardi. In questo quadro, come fa notare Luca Damigiano, responsabile private banking di AcomeA SGR, la clientela private e affluent rappresenta una fetta rilevante di detentori di titoli di Stato. E i portafogli si ritrovano esposti al rischio di un’eccessiva concentrazione domestica, nell’illusione di una maggiore sicurezza.
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Il bisogno di sicurezza spinge i titoli di Stato
Stando al Tesoro, oltre il 30% delle nuove emissioni retail degli ultimi due anni è stato collocato presso investitori privati. Per Damigiano, il successo del Btp Valore è la conferma di una tendenza: secondo Assoreti, infatti, questo titolo nell’ultimo collocamento ha rappresentato circa il 70% della raccolta netta realizzata dalle emissioni retail presso la clientela delle reti finanziarie. “Ciò è emblematico di un trend più ampio: la crescente preferenza per strumenti percepiti come sicuri, semplici e dotati di un rendimento certo nel tempo”, spiega l’esperto. La prova sta anche nei più recenti dati AIPB, stando ai quali il portafoglio medio della clientela private conserva una significativa esposizione verso i titoli di Stato. “Sebbene la percentuale vari per fasce di patrimonio e modelli di servizio, l’allocazione complessiva verso obbligazioni governative, dirette oppure tramite fondi o gestioni patrimoniali, rimane un elemento strutturale dei portafogli italiani”, sottolinea.
I tre fattori che sostengono l’appeal
A questo si aggiunge un fenomeno registrato sistematicamente da Assoreti: gli investitori private e affluent rappresentano una quota rilevante della domanda dei titoli di Stato retail. “I grandi collocamenti, Btp Italia, Futura e Valore, continuano a riattivare la preferenza per strumenti con struttura cedolare crescente o premi fedeltà”, analizza l’esperto. La propensione delle famiglie verso il debito sovrano, sia attraverso detenzione diretta sia tramite fondi comuni e prodotti di risparmio gestito, è confermata anche dalle statistiche della Banca d’Italia. Secondo Damigiano, questa aumentata appetibilità del Btp è il risultato di tre fattori macroeconomici: ritorno dei rendimenti reali positivi dopo un decennio di tassi prossimi allo zero; volatilità azionaria elevata, che rafforza il ruolo stabilizzante della componente obbligazionaria; maggiore fiducia nel Paese, alimentata dall’evoluzione del quadro rating.
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Il rischio di concentrazione domestica
Per il private banking questo scenario presenta un tema centrale: il rischio di concentrazione domestica. “Il ‘ritorno dell’Italia’ è positivo, ma un portafoglio ben costruito non può dipendere eccessivamente da un singolo emittente, anche se si tratta dello Stato italiano”, mette in guardia Damigiano. A suo parere, il crescente appeal di questi titoli non deve essere interpretato come un cambio permanente nella funzione degli asset difensivi. “Il Btp Valore rappresenta uno strumento interessante per alcune finalità: generazione di reddito regolare; allungamento dell’orizzonte di detenzione tramite premio fedeltà; stabilizzazione della componente obbligazionaria”, osserva. Ma avverte: “Non può assurgere a ruolo di bene rifugio universale: la protezione patrimoniale di lungo periodo deriva dalla combinazione di strumenti decorrelati, strategie multi-asset e una gestione attiva della volatilità”.
In un contesto di riallineamento dei tassi e di ritorno dei rendimenti reali positivi, la tentazione di concentrare l’asset allocation sul debito pubblico domestico è comprensibile. Ma secondo l’esperto, per i patrimoni elevati la costruzione di portafogli disciplinati richiede un approccio diverso: “Più articolato, più diversificato, meno condizionato dalla narrativa tattica”. La protezione patrimoniale nel lungo periodo deriva infatti “dalla combinazione fra asset diversi e coerenza rispetto agli obiettivi personali del cliente”. Insomma, “un singolo Btp può essere attraente oggi, ma un portafoglio ben costruito deve attraversare nel tempo cicli diversi, tassi diversi, regimi di volatilità diversi e rendimenti attesi in continua evoluzione”. Ed è proprio qui che la gestione professionale, anche dei titoli di Stato “ma in maniera dinamica”, fa la differenza.
Integrare, non inseguire
“Per una casa che unisce gestione interna e private banking diretto la centralità dell’Italia è senz’altro un elemento del portafoglio ma non il portafoglio”, rimarca. Secondo Damigiano, quindi, il tema non è scegliere il ‘miglior Btp’, ma inserire opportunità domestiche in un quadro globale, disciplinato e coerente con gli obiettivi del cliente. “La gestione professionale interviene proprio per evitare concentrazioni eccessive verso un unico emittente, posizionare gli asset governativi nei punti corretti della curva, integrare strumenti alternativi decorrelati e bilanciare rischio e liquidità all’interno del patrimonio complessivo”, puntualizza. Concludendo che il vero bene rifugio per un investitore private non è un singolo titolo, ma “un processo di investimento trasparente, replicabile e robusto nel tempo”.
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