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Il debito pubblico continua a salire, mentre il mercato del lavoro invecchia. Cala la ricchezza delle famiglie, soprattutto tra il ceto medio. Il 60% dei patrimoni nazionali in mano a 2,6 milioni di nuclei
Preoccupati per il futuro, soprattutto per un welfare che verrà inevitabilmente ridimensionato, ma restii a intraprendere azioni concrete per tutelarsi. Anche il Censis, nel suo 59esimo rapporto sulla situazione sociale del Paese, conferma l’immobilismo dei nostri connazionali sul fronte della pianificazione finanziaria. Eppure il report 2025 fotografa un’Italia consapevole dei problemi, schiacciata dal debito pubblico, con un mercato del lavoro sempre più vecchio e con la ricchezza delle famiglie che continua ad assottigliarsi, soprattutto tra il ceto medio.
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Otto su dieci temono un welfare debole
Stando all’indagine, il 78,5% degli italiani teme che, se si trovasse in condizione di non autosufficienza, non potrebbe contare su servizi sanitari e assistenziali adeguati. Lo stesso vale per i rischi ambientali: il 72,3% è convinto del fatto che, in caso di eventi atmosferici estremi o catastrofi naturali, gli aiuti finanziari dello Stato sarebbero insufficienti. Di conseguenza, oltre uno su due (54,7%) si dichiara disposto a destinare fino a 70 euro al mese per tutelarsi dal rischio di non autosufficienza, dai danni legati al cambiamento climatico o da altri eventi avversi. In particolare, il 52,3% ritiene di poter ristrutturare i propri consumi, riducendo alcune spese, per destinare quanto risparmiato all’acquisto di strumenti assicurativi (Vita, Salute, Non autosufficienza). Tuttavia tanta disponibilità si ferma alle intenzioni: il 70% degli italiani non sta facendo nulla sul piano finanziario o assicurativo per tutelarsi in caso di non autosufficienza. Solo il 10,7% si dice pronto a ricorrere a polizze assicurative per affrontare questa eventualità. La maggioranza sceglie soluzioni alternative: il 37,2% si limita a dire che ci penserà se e quando accadrà, il 34,5% ricorrerà ai risparmi, il 22,0% conterà sul welfare pubblico, il 19,9% sull’aiuto dei familiari, il 14,7% su amici e volontari.
Un welfare sempre più ridimensionato e meno efficiente
Intanto, sottolinea il Censis, le economie occidentali sono sempre più strette nelle maglie del debito. L’Italia non è più l’unico malato d’Europa, visto che nel 2030 il rapporto debito pubblico/PIL nei Paesi del G7 supererà il 137%, ma c’è poco da consolarsi. L’elevato indebitamento, fa infatti notare lo studio, rende le economie più sviluppate sempre più fragili e il loro welfare sempre meno efficiente. Nel capitolo ‘Il Grande Debito e il secolo delle società post-welfare’, l’istituto guidato da Giorgio De Rita prevede “uno shock per le finanze pubbliche analogo a quello vissuto durante l’emergenza sanitaria”, solo che “questa volta il debito record sarà maturato in condizioni ordinarie, in assenza di una pandemia”. Tra il 2001 e il 2024, a fronte di una stentata crescita dell’economia, il debito pubblico degli Stati appartenenti al G7 è lievitato dal 75,1% al 124,0% del PIL. In Italia è passato dal 108,5% al 134,9%, in Francia dal 59,3% al 113,1%, nel Regno Unito dal 35,0% al 101,2%, negli Stati Uniti dal 53,5% al 122,3%. Nel 2030 tale rapporto supererà il 137% per il gruppo dei Sette, ritornando prossimo al livello raggiunto nel 2020 a causa del Covid, quando sfiorò il 140%.
“L’ingente debito e la bassa crescita, legata all’invecchiamento demografico e alla riduzione della popolazione attiva, congiurano per un inevitabile ridimensionamento del welfare”, avvertono dunque gli economisti del Censis. A settembre il debito pubblico italiano ha toccato la cifra record di 3.081 miliardi di euro (+38,2% rispetto a settembre 2001). Nell’ultimo anno la spesa per interessi è stata pari a 85,6 miliardi, corrispondenti al 3,9% del Pil: il valore più alto tra tutti i Paesi del Vecchio Continente (ad eccezione dell’Ungheria: 4,9%), anche più della Grecia (3,5%) e molto al di sopra della media Ue (1,9%).
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Mercato del lavoro sempre più vecchio
A questo si aggiunge il fatto che la demografia sta cambiando volto all’occupazione, con una progressiva “senilizzazione del mercato del lavoro”. L’incremento di 833.000 occupati registrato nel biennio 2023-2024, spiega l’istituto, è infatti dovuto prevalentemente alle persone con 50 anni e oltre: questi sono stati 704.000, ovvero l’84,5% di tutta la nuova occupazione. Inoltre, il saldo positivo nei primi dieci mesi del 2025 (206.000 occupati in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso) dipende esclusivamente dai più anziani, che sono saliti di 410.000 unità (+4,2%), a fronte di un calo di 96.000 unità nella fascia d’età compresa tra i 35 e i 49 anni (-1,1%) e di una contrazione di 109.000 lavoratori under 35 (-2,0%). Tra i giovani sono in netto aumento gli inattivi: +176.000 nei primi dieci mesi dell’anno (+3,0%).
Aumenta l’automazione
In compenso l’Italia è balzata alla 14esima posizione tra le economie mondiali per intensità di automazione, con una quantità di robot installati per numero di addetti superiore alla media europea, statunitense e asiatica. Il nostro Paese si piazza poi al sesto posto globale per numero di robot industriali installati nel 2023, con più di 10mila nuove installazioni. Il Censis segnala anche che, tra il 1995 e il 2022, nel settore dell’automotive sono cresciuti in termini reali sia la produzione (+61,4%) sia il valore aggiunto (+17,2%), a fronte di una riduzione costante della forza lavoro impiegata (da 207.000 addetti a 163.000: -21,3%). Questa combinazione di fattori mostra come un aumento della produttività sia reso possibile dalla maggiore automazione dei processi produttivi. Tuttavia, se nello stesso periodo il valore aggiunto per occupato è lievitato del 48,8%, i salari sono aumentati in maniera non proporzionale: solo del 9,3%.
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In calo la ricchezza delle famiglie
Quanto alle famiglie, tra il primo trimestre del 2011 e il primo del 2025 (quasi 15 anni) la loro ricchezza è diminuita in termini reali dell’8,5%. E chi ha perso di più è il ceto medio. Dividendo i nuclei per decili di patrimonio detenuto, il 50% di quelli più poveri ha visto diminuire il proprio del 23,2%, quelli tra il sesto e l’ottavo decile hanno subito una riduzione tra il 35,3% e il 24,3%, quelli del nono decile hanno accusato una flessione del 17,1%, mentre solo il 10% di quelli più ricchi ha visto aumentare i propri beni del 5,9%. All’inizio di quest’anno, il 60% della ricchezza nazionale era in mano a 2,6 milioni di famiglie appartenenti al decimo decile. Di più: il 48% della ricchezza è in mano a 1,3 milioni di nuclei che costituiscono il 5% di quelli più abbienti. Di contro, la quota di beni detenuta da 13 milioni di famiglie che si trovano alla base della piramide patrimoniale è scesa dall’8,7% del 2011 al 7,3% attuale.
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