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L’associazione per i mercati finanziari in Europa rileva progressi limitati sull’integrazione. E conferma il ritardo di competitività rispetto ai principali hub globali. Migliora l’Italia
L’Europa resta in ritardo nella competitività dei mercati dei capitali rispetto ai principali hub globali. Al momento si registrano infatti solo pochi “modesti” miglioramenti in alcuni indicatori chiave, a fronte di debolezze strutturali che confermano l’esigenza di accelerare sul completamento del mercato unico. L’alert arriva dall’ottava edizione del rapporto sulla CMU dell’Afme, l’associazione per i mercati finanziari nel Vecchio Continente, secondo cui è “urgente” l’attuazione della Savings and Investment Strategy e delle altre elle riforme previste dalla Commissione UE. Uno sforzo da portare avanti con l’obiettivo primario di canalizzare i risparmi privati in modo efficiente per sostenere le imprese.
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Il nodo del risparmio privato
Il rapporto ‘Unione dei mercati dei capitali: principali indicatori di performance’ ha analizzato i progressi UE attraverso nove indici, raggruppati in quattro aree principali: accesso al capitale, disponibilità di pool di investimenti, finanza sostenibile e digitale, efficienza e integrazione dei mercati. Ne emerge che un pericoloso nodo irrisolto resta la scarsa partecipazione delle famiglie ai mercati finanziari, dal momento che esiste una chiara correlazione tra investimenti dei cittadini e liquidità del mercato. I numeri parlano chiaro: negli Stati Uniti il risparmio medio pro capite investito raggiunge i 290.000 dollari, con spread tra acquisto e vendita azioni di appena 3-4 punti base. In Bulgaria, dove il risparmio medio è di appena 3.000 euro, il differenziale sale a circa 200 punti base. L’Italia si colloca a metà: 46.000 euro pro capite e circa 10 punti base. L’analisi stima che un aumento del 10% di risparmio retail pro capite ridurrebbe queste differenze di prezzo di circa il 6%, confermando l’impatto diretto degli investitori domestici sulla liquidità del mercato europeo.
Record delle obbligazioni, ma le Ipo restano deboli
Sul fronte obbligazionario, l’UE registra un risultato da record: 256,7 miliardi di euro di emissioni nei primi sei mesi del 2025, con la possibilità di chiudere l’anno con il maggior volume dal 2003. Ma il dato non compensa la forte debolezza delle IPO, crollate del 23%, in contrasto con Stati Uniti, Cina, Giappone e Australia dove sono aumentate del 20%-60%. Questa debolezza, viene evidenziato, è preoccupante se si considera “il ruolo chiave nella valutazione del prezzo nel costituire una fonte efficiente di capitale di lungo termine e nell’offrire agli investitori un’opportunità di exit”.
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I mercati privati guadagnano terreno
Intanto, sta cambiando il mix finanziario: i mercati privati rappresentano ormai il 20% dei finanziamenti basati sul mercato, contro l’8% del 2014, mentre il finanziamento totale da mercato si ferma al 3% del PIL UE, lontano dall’8% degli USA. Anche Oltreoceano, evidenzia il rapporto, è mutata la composizione del mix, solo che è anche cresciuto il mercato, il che dimostra come le piazze europee restino poco sviluppate nonostante il ruolo crescente della finanza privata. Insomma, fa notare Afme, il nodo non è la mancanza di capitali ma l’architettura regolamentare. Altro dato interessante riguarda gli unicorni, ovvero le società con una valutazione di mercato superiore al miliardo di dollari. Questi rimangono infatti sempre più fuori dalle Borse, supportati da capitale privato (late stage private capital). Il 70% degli unicorni europei del 2016 ha realizzato un IPO nel corso dei quattro anni successivi e solo il 18% è rimasto privato, mentre il 90% di quelli del 2021 è ancora lontano dal quotarsi, con solo il 5% che ha già scelto di farlo.
L’attività di cartolarizzazione rallenta, bond Esg più marginali
Lo studio rileva poi un rallentamento dell’attività di cessione dei prestiti. Questa si è attestata a 88,4 miliardi di euro nei primi sei mesi del 2025: l’emissione di prodotti cartolarizzati rappresenta solo l’1,6% dei prestiti in essere, rispetto al 7,5% degli Stati Uniti. Tuttavia, l’Europa è leader a livello mondiale nelle transazioni di trasferimento significativo del rischio (Srt, significant risk transfer), che ora rappresentano l’8% dei volumi di cartolarizzazione dell’UE, una percentuale quasi triplicata dal 2020. Secondo l’analisi, inoltre, l’emissione di obbligazioni ESG è aumentata del 14% nei primi 6 mesi del 2025, ma ha rappresentato una percentuale minore delle emissioni totali (10,7%), dal momento che i mercati obbligazionari non ESG sono cresciuti più rapidamente. L’adozione dello standard UE per le obbligazioni verdi (EuGB, Eu Green Bond Standard) è stata modesta, con appena 9 emissioni nel primo semestre.
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Più tecnologia, migliora (di poco) l’integrazione
Sul fronte positivo si registra un’accelerazione nell’adozione della tecnologia finanziaria: UE e Svizzera dominano l’emissione di obbligazioni basate sulla DLT (Distributed Ledger Technology), che rappresentano oltre il 50% dei volumi globali. Tuttavia, il Vecchio Continente è in ritardo rispetto agli Stati Uniti nell’uso di asset tokenizzati, stablecoin e credito privato tokenizzato. Migliora anche l’integrazione intra-UE, ma solo lievemente: le partecipazioni in portafogli cross border e l’M&A sono cresciuti marginalmente, tuttavia solo il 6% del capitale azionario raccolto è stato originato in un Paese estero, in calo rispetto ai livelli storici del 10-14% di vent’anni fa.
Italia nona per competitività
Quanto all’Italia, nei primi sei mesi del 2025 ha messo a segno un miglioramento, tanto che ora si piazza al nono posto tra Paesi UE per quanto riguarda la competitività dei mercati dei capitali, poco sotto la media europea. Il report segnala progressi anche sul fronte dell’accesso ai capitali da parte delle società non finanziarie (NFC), con un incremento del 53% rispetto al 2024. Questo grazie soprattutto all’emissione di obbligazioni investment grade, che hanno raggiunto i 21,1 miliardi di euro (+81%). I bond high yield grade hanno invece toccato quota 12,4 miliardi, con un incremento del 26% rispetto all’anno scorso. Se proseguisse su questa strada, viene rimarcato nello studio, l’Italia nel 2025 registrerebbe la maggiore emissione di bond IG dal 2000. Migliora poi la transizione verso una finanza sostenibile: nel primo semestre l’8% delle emissioni totali sono state ESG, rispetto al 7% dell’anno scorso. Queste sono salite del 39% su base annua per un totale di 23 miliardi di euro, trainate principalmente dai green bond. Infine, Aumenta anche la qualità del settore fintech: l’ecosistema è infatti cresciuto nella prima metà dell’anno, con un’espansione negli investimenti nelle società del settore del 44%, un incremento delle operazioni di exit del 318% e di quelle di M&A del 675%. Tuttavia si è registrata una riduzione del 95% nel numero di brevetti e il nostro Paese si ferma quindi al 24esimo posto nel ranking europeo degli ecosistemi fintech.
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“Progressi limitati: subito le riforme”
“Quest’anno il nostro rapporto rileva, ancora una volta, che l’UE ha compiuto progressi limitati nel colmare il divario di competitività con altri importanti mercati dei capitali”, ha spiegato Adam Farkas, ceo di Amfe. Questo gap strutturale, secondo l’esperto, ostacola le società nel raccogliere capitale in modo efficiente e i risparmiatori nel cogliere opportunità d’investimento attrattive. “L’Europa ha il livello di risparmio e il potenziale per competere a livello globale. Servono quindi le riforme decisive nell’ambito dell’Unione del risparmio e degli investimenti, varata dalla Commissione per canalizzare i capitali in modo più efficiente e realizzare finalmente l’integrazione dei mercati europei di cui aziende e cittadini hanno bisogno”, ha concluso.
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