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L’aumento dei tassi ha frenato le aziende, soprattutto quelle immobiliari. Pesano anche greenwashing e contesto normativo. Dopo un semestre a -15%, il 2023 chiuderà a circa 115 miliardi di euro
L’aumento dei tassi frena i corporate bond Esg europei. Nel primo semestre di quest’anno, le emissioni di obbligazioni sostenibili da parte di società non finanziarie del Vecchio Continente hanno infatti subito un calo del 15% rispetto allo stesso periodo del 2022. Una tendenza che pare destinata a continuare, con il 2023 pronto a registrare una contrazione dei volumi pari al 10%. È quanto sostengono gli analisti di Scope Ratings, secondo cui i tassi di interesse in rialzo hanno limitato la propensione delle imprese, in particolare di quelle immobiliari, ad attingere ai mercati del debito.
Nel dettaglio, secondo Eugenio Piliego e Anne Grammatico di Scope, i volumi delle obbligazioni Esg-linked scenderanno quest’anno a circa 115 miliardi di euro, con il segno meno che, dopo aver caratterizzato i primi sei mesi del 2023, resisterà anche nel periodo luglio-dicembre. La decisa flessione registrata da gennaio a giugno, a fronte di volumi invariati rispetto al 2022 per il mercato complessivo delle obbligazioni societarie, ha già ridotto la quota dei collocamenti sostenibili al 26% del totale dal 33% precedente.
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Tassi e non solo: le ragioni della frenata
Secondo gli analisti, la ragione della contrazione sta appunto nei tassi più alti, che hanno ridotto quest’anno la propensione delle società europee a ricorrere ai mercati. In particolare, l’attività nel settore immobiliare, tipicamente un grande emittente di obbligazioni Esg-linked, ha subito un calo particolarmente marcato (circa 3,5 miliardi di euro dai 17,5 del 2022) come conseguenza del rallentamento dei progetti di sviluppo dovuto alla stretta monetaria. Quest’anno il settore ha rappresentato solo il 5% del totale delle emissioni rispetto al 18% del 2022 e al 24% del 2021. Ma i tassi non sono l’unico motivo: la perdita di entusiasmo riflette anche le preoccupazioni di emittenti e investitori per il greenwashing, l’incertezza sul contesto normativo e la perdita di fiducia nel cosiddetto greenium, cioè l’extra rendimento che gli investitori concedono a questi titoli rispetto alle normali obbligazioni.
Tengono i green bond, cala l’interesse per le Slb
All’interno del segmento, i green bond sono rimasti la tipologia più comune di raccolta, pari al 65% del totale delle obbligazioni Esg in Europa e in aumento rispetto al 55% del 2021. Seguono le obbligazioni sustainability-linked. In particolare, le Slb sono state oggetto di maggiore esame nell’ultimo anno poiché l’incremento della cedola è spesso percepito come troppo debole per spingere le aziende a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. Inoltre, l’utilizzo delle opzioni call ha allertato gli investitori sui pericoli di greenwashing associati a questi strumenti.
Anche negli Usa cala l’entusiasmo
La tendenza europea è riscontrabile, secondo Scope Ratings, anche nel resto del mondo. In Nord America, il volume delle obbligazioni Esg-linked nel primo semestre è aumentato in linea con la ripresa generale del mercato obbligazionario ma non così rapidamente come le emissioni complessi. Una dinamica che ha fatto calare la quota del segmento al 4% del totale dal 6%. In particolare, cresce il timore di contenziosi. Secondo un recente sondaggio di Robeco, gran parte degli investitori istituzionali e wholesale Usa (circa il 50% contro il 30% degli europei) teme potenziali azioni legali quando investe in titoli Esg. Segno di un clima politico polarizzato States, in particolare per quanto riguarda il rischio climatico.
Utility in testa
A livello settoriale, le utility hanno ancora dominato le emissione Esg europee, con 25,1 miliardi di euro di operazioni nel primo semestre (il 38% del totale) contro i 26 miliardi di un anno prima. L’azienda elettrica francese Engie è stata la più grande emittente del Vecchio Continente con 3,7 miliardi di euro. E gli analisti di Scope Ratings prevedono che il settore rimanga un grande protagonista, data l’enorme spesa in conto capitale che deve affrontare per modernizzare l’infrastruttura energetica nell’ambito degli obiettivi climatici net-zero. Anche le case automobilistiche sono state buone emittenti, grazie alla ripresa della domanda e degli investimenti dopo il rallentamento dovuto alla pandemia. Non abbastanza, però, da compensare il calo del settore immobiliare.
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