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Secondo l’economista, con un deficit oltre il 5% e debito record, Parigi naviga in acque agitate. “Ma niente crisi generalizzata”. Intanto spunta l’ipotesi TPI tra le opzioni di Lagarde. Sull’Italia resta il nodo crescita
La crisi francese ha gettato nuove ombre sui mercati finanziari: deficit sopra il 5% del PIL, spread sugli OAT in rialzo e instabilità politica hanno infatti causato il downgrade di Parigi da parte di Fitch e alimentato la paura di shock sistemici. Uno scenario che contribuisce a riaccendere l’attenzione sull’economia dell’Eurozona, proprio nei giorni in cui la BCE annuncia una pausa nel ciclo di alleggerimento della politica monetaria. Per valutare i rischi di contagio e le possibili implicazioni per l’Italia, tra i Paesi più esposti al problema delle passività, FocusRisparmio ha raccolto l’analisi il direttore dell’Osservatorio Conti Pubblici Carlo Cottarelli.

Crisi politica, deficit elevato e spread in aumento: quale traiettoria intravede per Parigi e cosa rischia l’Eurozona?
Il quadro non è semplice, soprattutto se analizzato in chiave prospettiva. Allo stato attuale il debito di Parigi resta inferiore a quello italiano di circa 20 punti percentuali ma, con un deficit che viaggia verso il 5,5% del PIL, è certo che salirà ulteriormente e arriverà a superarlo. E la crisi politica in corso, i cui sviluppi rimangono difficili da prevedere, non può che aggravare la situazione perché impedisce di mettere a terra misure di correzione significative. Lo sanno bene le principali agenzie di rating, dalle quali probabilmente arriverà qualche downgrade, e lo stanno capendo anche i mercati: non è un caso se, mentre il differenziale Btp-Bund si sta riducendo, quello degli OaT è in continua espansione. Detto questo, non vedo al momento segnali di contagio per l’Eurozona: i livelli di spread sono ancora inferiori a 100 e comunque ben lontani da quelli che abbiamo sperimentato nel 2011. Del resto, l’economia transalpina ha fondamentali solidi e si è distinta negli ultimi anni per una capacità di crescita superiore perfino a quella della Germania.
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E poi c’è la BCE, con Lagarde che giovedì si è detta pronta a intervenire se la situazione peggiorasse. Possiamo stare tranquilli?
La BCE è sicuramente più presente di quanto non fosse durante la crisi dei debiti sovrani e, da allora, ha anche affinato le armi a sua disposizione: a luglio 2022 il Consiglio Direttivo ha introdotto uno strumento per proteggere la trasmissione della politica monetaria, il Transmission Protection Instrument (TPI), che consente l’acquisto di debito pubblico nel mercato secondario in risposta ad attacchi speculativi contro un Paese in linea con le regole comunitarie in materia di conti pubblici e con quelle strutturali. Quindi le soluzioni sulla carta ci sono, il tutto sta nel capire se Parigi possa beneficiare di questo trattamento avendo concordato un piano di rientro che al momento sta rispettando solo in parte. Non è un giudizio univoco, per cui bisognerà vedere come evolve la situazione anche il relazione al quadro macroeconomico complessivo del Vecchio Continente.
Qual è, quindi, il bilancio sullo stato di salute dell’Eurozona e cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi?
Tracciare un bilancio e fare previsioni è difficile, anche perché resta da capire come si evolveranno tante partite ancora aperte: in primis, il piano di investimenti in difesa e infrastrutture della Germania. Non v’è dubbio però che allo stato attuale la crescita rimanga debole: e con un PIL che si muove attorno allo 0,6%-0,7% è facile scivolare in recessione al minimo shock esterno. Qui sta il nocciolo della questione: senza un rafforzamento strutturale rischiamo di restare intrappolati in una stagnazione di lungo periodo.
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Ha parlato di politica monetaria. Quali mosse farà l’Eurotower nei prossimi mesi e cosa si aspetta dalla FED?
Il ciclo di allentamento della BCE è quasi al termine. Qualche altra sforbiciata da 25 punti base può ancora arrivare, ma non torneremo certo ai tassi zero che abbiamo visto fino a qualche anno fa. Con un’inflazione che sembra essersi stabilizzata ed è ormai prossima al livello obiettivo del 2%, ci si assesterà quindi su un plateau che potrebbe durare a lungo. La FED sta invece vivendo una fase complicata, tra un mercato del lavoro che inizia mostrare segni di rallentamento e la minaccia di nuove spinte inflattive come conseguenza dei dazi di Trump. Poiché però gli effetti delle tariffe sull’economia ricadono dapprima sugli importatori e solo in un secondo tempo vengono scaricati a valle, l’unico rischio che vedo all’orizzonte al momento è quello di una spirale prezzi-salari. Che si verifichi o meno, tuttavia, non mi aspetto una recessione imminente. Questo vuol dire che Powell potrebbe decidersi a tagliare.
Quanto all’Italia? Potrebbe trarre in qualche modo vantaggio dal confronto con Parigi?
In parte, sì. I conti pubblici del nostro Paese sono sotto osservazione da tempo, ma la traiettoria del debito pare più favorevole e i mercati lo riconoscono. L’anno scorso, ad esempio, abbiamo registrato un deficit di un punto percentuale più basso del previsto e quest’anno dovremmo raggiungere un rapporto deficit-Pil inferiore al 3%. Certo, restano i nodi strutturali con cui da sempre dobbiamo fare i conti: bassa crescita, produttività stagnante, burocrazia lenta, giustizia civile inefficiente e un problema demografico che la Spagna, ad esempio, ha affrontato meglio grazie ai flussi migratori. È su questi fronti che si gioca la nostra resilienza.
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Eppure, qualcosa si muove. Nel settore bancario, il risiko non solo prosegue ma ha visto l’acquisto di Mediobanca da parte di Mps. Come ne esce il comparto?
Servono player di mercato più grandi: questo vale sia per l’industria del credito italiana sia per quella europea, perché le banche dell’Eurozona sono troppo piccole per reggere la concorrenza dei colossi globali. Quindi è chiaro che, se le fusioni rafforzano il settore, vanno accolte positivamente. Nel caso di Mps-Mediobanca, senza entrare nel merito dell’operazione, è stato il mercato a decidere ed è quindi giusto così. L’unico aspetto delicato è che Siena ha ancora in pancia una quota pubblica e, a mio avviso, lo Stato non dovrebbe restare nel capitale delle banche.
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