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Secondo gli strategist della società, il conflitto potrebbe frenare nel breve periodo M&A e IPO nel private equity e aumentare la volatilità macro. Complice una frenata dei tagli Fed. Ma nel lungo termine restano interessanti secondari, private credit, real estate e infrastrutture
L’escalation militare in Medio Oriente, con l’attacco coordinato di Stati Uniti e Israele contro la leadership iraniana e la successiva risposta di Teheran, rischia di avere conseguenze significative sui mercati globali. Lo sottolineano Tony Davidow e Priya Thakur, rispettivamente senior alternatives investment strategist e analyst del Franklin Templeton Institute, secondo cui il conflitto potrebbe tradursi in uno shock energetico capace di alimentare inflazione e volatilità finanziaria. Con il petrolio salito oltre i 100 dollari al barile per la prima volta da quattro anni e lo Stretto di Hormuz sotto minaccia, i due analisti sottolineano però un fattore di rischio in più: l’impatto potrebbe essere rilevante anche per i mercati privati. Uno scenario, quello evocato dagli esperti, che impone agli investitori di ripensare le proprie esposizioni all’asset class sia per evitare brutte sorprese sia per cogliere eventuali opportunità.
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Volatilità e tassi: la Fed potrebbe fermarsi
Nel breve periodo, la view della casa USA è chiara: la priorità dei mercati sarà gestire l’incertezza geopolitica e le sue ricadute macroeconomiche. Davidow e Thakur credono infatti che uno dei primi effetti potrebbe riguardare proprio la politica monetaria e, in particolare, quella statunitense. “Gli investitori si aspettavano due o tre tagli dei tassi nel 2026 ma riteniamo improbabile che la Federal Reserve modifichi la propria politica finché la situazione in Medio Oriente non sarà più chiara”, osservano. E il motivo non può che risiedere nella pressione inflazionistica derivante dai prezzi dell’energia. Il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari potrebbe infatti mantenere il carovita sopra il target della banca centrale e aumentare il rischio di rallentamento economico. “Un conflitto prolungato potrebbe persino far concretizzare uno scenario di recessione”, avvertono gli analisti.
Mercati globali più instabili
È poi opinione condivisa che il contesto di grande incertezza tenderà anche a innescare movimenti difensivi nei portafogli. Secondo il Franklin Templeton Institute, gli investitori potrebbero cioè orientarsi verso asset di maggiore qualità mentre le borse restano esposte a forti oscillazioni. “È probabile che i mercati azionari globali rimangano volatili finché il conflitto non troverà una soluzione”, sottolineano Davidow e Thakur. Del resto, le tensioni geopolitiche stanno già producendo effetti anche sull’economia reale: il conflitto ha interrotto alcune catene di approvvigionamento e diverse compagnie di trasporto o logistica hanno sospeso le operazioni nella regione, aumentando il rischio di ulteriori dislocazioni nelle supply chain globali.
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Private equity: i secondari restano favoriti
Quanto ai mercati privati, uno dei segmenti a essere indicati dagli esperti come principali destinatari degli effetti del conflitto è il private equity. Nel breve periodo, spiegano, è probabile un rallentamento delle operazioni di uscita. “Le attività di M&A e le IPO stavano mostrando segnali di ripresa ma l’incertezza geopolitica potrebbe temporaneamente rallentare questo processo”, osservano poi. In questo contesto, le strategie secondarie restano particolarmente interessanti. Secondo Davidow e Thakur, la crescente necessità di liquidità tra gli investitori istituzionali crea opportunità per i fondi specializzati nell’acquisto di partecipazioni su questo mercato. “Le strategie della categoria consentono di acquistare asset performanti spesso a sconto rispetto al valore patrimoniale netto”, spiegano “riducendo al tempo stesso la durata dell’investimento e aumentando la diversificazione”.
Private credit: opportunità dagli spread più ampi
Anche nel private credit l’incertezza è vista come un volano di nuove opportunità. Negli ultimi anni l’asset class ha attirato ingenti flussi di capitale, alimentando timori sulla liquidità e sulla qualità del segmento, ma gli analisti del Franklin Templeton Institute si dicono convinti che questi timori siano in gran parte esagerati. “Non vediamo rischi sistemici nel settore”, affermano. Al contrario, il peggioramento del sentiment di mercato potrebbe portare a spread più ampi e aprire punti di ingresso più interessanti per gli investitori. In particolare, il debito immobiliare commerciale potrebbe svolgere un ruolo crescente nel finanziare il grande volume di prestiti in scadenza nei prossimi anni. “Le banche restano riluttanti a concedere nuovi finanziamenti e questo crea margine per i gestori di private credit”, concludono, “perché possono negoziare condizioni e covenant più favorevoli”.
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Real estate e infrastrutture: i trend strutturali
Sul fronte immobiliare, gli analisti osservano invece come il calo delle valutazioni rispetto ai picchi del 2021 renda il contesto attuale più favorevole per nuovi investimenti. Tra i segmenti più interessanti figurano logistica industriale e la sanità ma anche il residenziale e il retail di beni essenziali, tutti settori sostenuti da trend strutturali solidi. Inoltre, le tensioni geopolitiche potrebbero accelerare il reshoring delle catene di approvvigionamento e favorire nuovi investimenti tanto nella manifattura quanto nella logistica. Le infrastrutture rappresentano un’altra area destinata a beneficiare dei cambiamenti strutturali dell’economia globale. Davidow e Thakur individuano quattro temi principali: digitalizzazione, decarbonizzazione, deglobalizzazione e dinamiche demografiche. “Data center e fibra ottica o torri di trasmissione sono essenziali per la connettività globale”, osservano, “mentre la transizione energetica e il rafforzamento delle catene produttive nazionali continueranno a richiedere ingenti investimenti”.
Il ruolo del “capitale paziente”
Nel complesso, la crisi in Medio Oriente potrebbe dunque continuare a generare turbolenze sul breve termine. Tuttavia, per gli esperti del Franklin Templeton Institute la volatilità non cambia la prospettiva di lungo periodo sui mercati privati. “Consideriamo i private markets come capitale paziente”, ribadiscono. Poi concludono: “Sono investimenti pensati per svilupparsi su un orizzonte pluriennale e spesso l’incertezza dell’immediato crea le migliori opportunità per allocare capitale”.
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