Le imposte doganali rappresentano da sempre lo strumento privilegiato per modulare i flussi commerciali, ma la loro imposizione non sempre ha effetti benefici. Wieladek (T. Rowe Price): “Il rischio più grande oggi è che il mondo ricada nella cosiddetta trappola di Kindleberger”
La guerra commerciale ha un vincitore inatteso: il fisco americano. E mentre Washington incassa, il resto del mondo paga. Da inizio anno, come riporta The Global Statistics, le entrate doganali sono infatti aumentate del 78% rispetto allo stesso periodo per toccare quota 150 miliardi di dollari e solo nel mese di luglio gli introiti da dazi raggiunto il record storico di 28 miliardi. Ma i primi effetti delle tariffe sulle finanze pubbliche USA hanno iniziato a manifestarsi dal 2018, quando Washington ha applicato restrizioni su centinaia di miliardi di dollari di merci importate nell’ambito dell’escalation economica con la Cina.
L’altra faccia della medaglia
Secondo i dati del Congressional Budget Office, solo nel 2022 le entrate doganali sono state di circa 79 miliardi di dollari, il doppio rispetto ai livelli pre-2018 (circa 34 miliardi nel 2017). Anche nel 2023, nonostante alcune riduzioni mirate, le tariffe hanno generato più di 75 miliardi di dollari (da U.S. Customs and Border Protection). Considerando anche questi numeri, non v’è dunque dubbio che le entrate fiscali siano in crescita. Ma a quale costo? Il protezionismo commerciale si è tradotto in un aumento dei prezzi per le imprese e i consumatori americani, con la Federal Reserve Bank of New York stima un costo annuo di circa 1.200 dollari a famiglia. Insomma: se da un lato le tariffe sembrano riempire le casse dello Stato, dall’altro rischiano di frenare gli investimenti ma anche i consumi e l’occupazione. Alla luce di questi elementi e guardando ai precedenti storici come lo Smoot-Hawley Act degli anni ’30, che innalzò sensibilmente le imposte doganali nel periodo della Grande Depressione, la vera domanda è: i dazi proteggono davvero l’economia nazionale o rischiano di farla implodere dall’interno?
La view dei gestori
Tomasz Wieladek, chief european economist di T. Rowe Price
“La guerra commerciale avviata da Donald Trump rappresenta la fase più recente di una lunga contrapposizione tra la filosofia del protezionismo e quella del libero scambio”, spiega Tomasz Wieladek di T. Rowe Price. “In oltre tre secoli di flussi commerciali”, precisa il capoeconomista della società, “il pendolo ha oscillato tra queste due visioni sotto l’influenza delle teorie dominanti ma anche della forza persuasiva della politica e del livello di sviluppo delle singole nazioni”. Poi continua: “La storia ci dice che l’imposizione di tariffe doganali non sempre ha effetti benefici e oggi il rischio più grande è che il mondo ricada nella cosiddetta trappola di Kindleberger”.
I dazi fecero la loro comparsa con il Tariff Act del 1828, pensati per proteggere l’emergente settore manifatturiero del New England e degli Stati nord-orientali. Nei decenni successivi alla Guerra civile, il pendolo si spostò sempre più verso un sistema basato su tariffe commerciali
elevate. “Industriali e rappresentanti politici serrarono i ranghi a favore del protezionismo”, argomenta Wieladek, “convinti che la tutela delle fabbriche nazionali rappresentasse la strada maestra verso la prosperità economica”. Un consenso post-bellico che si tradusse, a detta dell’esperto, in una serie di interventi legislativi: il McKinley Tariff Act del 1890, che portò le imposte doganali a sfiorare il 50%, e il Dingley Tariff Act del 1897, che le spinse ancora più in alto. “I dazi venivano presentati come un dovere patriottico”, continua, “limitare le importazioni a basso costo così da creare le condizioni per lo sviluppo del capitale e dell’occupazione negli Stati Uniti”. E, in effetti, questo periodo di dazi elevati coincise con una vera e propria età dell’oro per l’economia a stelle e strisce. Ma era un contesto in cui il Paese non disponeva della massa critica necessaria per competere con le economie industriali europee già affermate: l’imposta sul reddito non esisteva e il peso dello Stato nell’economia in rapporto al PIL era inferiore al 10%. Ecco perchè le tariffe, che costituivano oltre la metà delle entrate del Tesoro, si rivelarono uno strumento efficace.
La Grande Depressione
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