Per il ceo di J.P. Morgan, che ha puntato 90 miliardi sull’Italia, la sicurezza del Vecchio Continente passa dalla forza della sua economia. “Necessarie banche grandi e trasfrontaliere: gli istituti cinesi stanno arrivando”
Jamie Dimon, ceo di J.P. Morgan
Non solo Nato. Per rafforzare davvero la sicurezza dell’Europa è cruciale rendere più rilevante la sua economia. E per riuscirci è necessario realizzare la Savings and Investments Union e mettere in pratica il rapporto Draghi. L’avvertimento questa volta arriva da Jamie Dimon, ceo di J.P Morgan e tra gli investitori più ascoltati al mondo, che in un’intervista al Sole24Ore invita anche ad accelerare con il consolidamento bancario. Perché istituti più grandi e paneuropei favoriscono la crescita e la competitività. “Presto dovrete anche confrontarvi con una Cina molto potente e molto competitiva: le loro banche stanno arrivando”, mette in guardia.
“L’economia dell’UE è passata dal rappresentare circa il 90% di quella statunitense a circa il 70%”, osserva Dimon, secondo cui il Vecchio Continente ha “grandi aziende, uno stile di vita meraviglioso”, ma il suo declino “può accentuarsi”. Per questo non c’è tempo da perdere: i Ventisette dovrebbero subito mettere in pratica quanto contenuto nel rapporto Draghi. “Noi di J.P. Morgan vorremmo aiutare. È urgente”, scandisce. Per il top manager, con la SIU si avrebbero gestori patrimoniali più grandi, in grado di permettersi più venture capital, più private equity, e di assumersi più rischi. “In una Savings and Investments Union e in una Capital Markets Union, i money manager diventano più efficienti e possono diversificare maggiormente”, chiarisce. Nel tempo, precisa, questo crea un mercato europeo più sano, come negli USA: “Il mercato statunitense rappresenta un vantaggio competitivo per J.P. Morgan”, perché “crea economie di scala per noi”, che “possiamo investire di più, per esempio, nell’AI”.
Cruciale l’integrazione bancaria: i governi devono favorirla non ostacolarla
Il sistema bancario è infatti di fondamentale importanza per lo sviluppo economico di un Paese e di un Continente. “Gli istituti europei sono piccoli: i dieci maggiori dell’Area insieme eguagliano la market cap di J.P. Morgan. Per non parlare delle banche cinesi”, prosegue Dimon, citando l’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps, (per la quale il suo istituto svolge il ruolo di primary global financial advisor) e l’operazione di UniCredit in Commerzbank. A suo parere, il consolidamento domestico e quello oltre confine sono “nell’interesse dell’Europa, dei cittadini e dell’economia globale”, perché creare campioni nazionali e paneuropei “permette alle banche di diventare più efficienti grazie alle economie di scala, sostenere importanti investimenti in tecnologia, e offrire un miglior servizio ai clienti”. Allo stesso tempo, secondo il guru di Wall Street, serve anche un mercato obbligazionario comune, con un regolatore e requisiti unici. “Spesso i governi nazionali sono restii a dare maggiore autorità a Bruxelles. È comprensibile. Ma servono regolamentazioni comuni, e si dovrebbe fare di più a livello europeo”, afferma, ammettendo che “il percorso potrebbe essere piuttosto doloroso”, ma garantendo un risultato “molto utile”. “I governi non dovrebbero decidere cosa sia meglio: dovrebbe farlo il mercato”, rimarca.
Tutto questo anche in previsione dello sbarco nel Vecchio Continente della concorrenza cinese.“Di recente sono stato in Lussemburgo e ad Amsterdam, ho visto le insegne di Agricultural Bank of China, Bank of China, Bank of Shanghai”, racconta il ceo della più grande banca al mondo. “Spesso seguono le loro aziende e iniziano fornendo loro servizi legati a valute e depositi. Le ho viste farlo a New York”.
J.P. Morgan punta 90 miliardi sull’Italia
Quanto al nostro Paese, dall’inizio dell’anno J.P. Morgan “ha messo a terra circa 90 miliardi” relativi ad attività nell’ambito della Security and Resilience Initiative, il piano da 1.500 miliardi di dollari in dieci anni “per facilitare, finanziare e investire in settori vitali per la sicurezza economica” negli States e in molti altri Paesi. Da noi ha coinvolto i principali player energetici, da Eni ed Enel a Snam e Italgas, quelli infrastrutturali, come Fibercop, fino alla filiera del settore difesa, con Magnaghi Aerospace. “La SRI nasce da una consapevolezza: ci siamo persi il fatto che, ad esempio, quando la Cina è entrata nel WTO, per risparmiare abbiamo esternalizzato produzioni critiche per la sicurezza delle nostre nazioni”, spiega Dimon. “Siamo in Italia da 110 anni e il nostro compito primario qui, da sempre, è aiutare l’economia a crescere”, afferma, ricordando che le attività tricolori, sotto la guida dell’ad Francesco Cardinali, si concentrano nella commercial & investment bank e nell’asset & wealth management: “Abbiamo circa 200 clienti corporate e 800 clienti awm, un franchise che è raddoppiato negli ultimi cinque anni ed è in continua crescita”, evidenzia.
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