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La crescente dominanza delle mega-cap mette sotto pressione la replica tradizionale e spinge verso ETF più strutturati, con regole esplicite e approcci sistematici. Per il gestore della società parte di Natixis IM, il futuro passa da Europa, IA e strategie alternative
Nel 2025 il mondo dell’azionario globale si presenta più sbilanciato che mai. Il peso degli Stati Uniti sui mercati mondiali, la leadership quasi monopolistica dell’IT e la forza delle ‘mega-cap’ hanno infatti riportato in primo piano un tema che molti investitori avevano sottovalutato: la concentrazione. Una dinamica che rientra oggi tra i maggiori rischi strutturali per chi utilizza strategie passive tradizionali. Ecco perché Ossiam, società parte del gruppo Natixis Investment Managers, è convinta che occorra intensificare gli sforzi per sviluppare soluzioni di investimento fuori dagli schemi consolidati e che vadano oltre la logica della mera replica di un indice. Uno step necessario anche in Europa e dal quale, secondo il responsabile prodotti Paul Lacroix, sarà il vero apripista per l’esplosione di questo mercato.
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I mercati sono meno diversificati di quanto appaiano
“Il mercato statunitense rappresenta ora il 74% delle azioni globali”, osserva Lacroix nel cercare circoscrivere il problema della concentrazione. E il fenomeno, inedito dal lontano 2000, si ripete praticamente su ogni livello: “Il settore IT pesa oltre il 30% delle Borse USA e le prime dieci aziende dell’indice rappresentano il 36% della capitalizzazione complessiva”. Un quadro che complica la costruzione di portafoglio e amplifica i rischi in caso di shock mirati, come dimostrato dal sell-off collegato ai dazi statunitensi e dalle correzioni sull’intelligenza artificiale. “Anche se l’S&P 500 comprende 500 aziende”, sottolinea il manager, “in realtà oggi è focalizzato su pochissimi titoli e settori”.
Difendersi dalla concentrazione: oltre il market cap tradizionale
Lacroix è netto: l’iper-concentrazione non è solo un rischio, ma anche un punto di partenza per ripensare l’allocazione. “Giocare la ‘normalizzazione della diversificazione’ nei mercati azionari è un’opportunità interessante per il 2025”, afferma, per poi citare tre direttrici: rivalutazione dei settori trascurati rispetto all’IT, ritorno del fattore valore, riscoperta di small e mid-cap penalizzate dalle performance delle mega-cap. In quest’ottica, Ossiam propone approcci alternativi ai benchmark tradizionali come strategie sistematiche di rotazione settoriale. “L’idea è selezionare mensilmente i settori sottovalutati in base al cape relativo”, spiega l’esperto, “un meccanismo che punta a generare alfa e a ridurre la dipendenza dai titoli più costosi”.
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Europa: un mercato frammentato che richiede disciplina
Sul fronte europeo, Lacroix sottolinea come l’ambiente d’investimento sia profondamente diverso rispetto a Stati Uniti o Asia: più frammentato, più eterogeneo e caratterizzato da una pluralità di normative. Uno scenario che rende difficile applicare logiche puramente “replicative” e impone un approccio più consapevole alla costruzione degli indici. “Senza un metodo chiaro”, spiega infatti, “l’esposizione al Vecchio Continente rischia di diventare una somma casuale di Paesi o settori con effetti indesiderati in termini di rischi e concentrazione. Da qui la predilezione per un framework sistematico che permetta di trasformare la complessità in fonte di diversificazione intelligente. La tesi è dunque semplice: “In Europa non basta prendere il mercato com’è ma bisogna saperlo organizzare, perché la disciplina nella costruzione della posizione è ciò che consente di estrarre valore in un contesto meno uniforme e più ciclico.
Intelligenza artificiale: opportunità, ma servono regole
Quanto ai temi, che con il problema della concentrazione hanno molto a che fare nel mercato di oggi, non v’è dubbio che l’attenzione sia concentrata quasi del tutto sull’intelligenza artificiale. Ma Lacroix invita alla cautela: “I benefici di produttività sono ancora da dimostrare e i costi di implementazione restano elevati”. D’altro canto, le prospettive del gestore non lasciano dubbi sulla trasversale dei benefici derivanti dagli algoritmi: “Se l’IA si rivelerà davvero rivoluzionaria, non saranno solo i produttori di chip perché la sua diffusione potrebbe favorire settori come la sanità”. C’è poi un altro fattore messo in luce dal gestore: questa tecnologia viene spesso percepita come un acceleratore naturale della gestione quantitativa, ma l’entusiasmo non deve far perdere di vista che si tratta di uno strumento e non di una strategia. Algoritmi e modelli predittivi possono cioè aumentare la capacità di elaborare dati e migliorare l’efficienza operativa ma senza un insieme di regole verificabili rischiano di generare segnali opachi e difficili da interpretare. “L’IA può supportare il processo ma non sostituirlo”, è il messaggio dell’esperto. Per questo, torna il suo invito costruire un framework metodologico che definisca quali dati usare, come validarli e in che modo tradurli in decisioni di portafoglio.
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Perché la replica non basta
Se c’è un punto che Lacroix ribadisce con forza, a prescindere che ci si trovi ad operare sull’azionario o sull’obbligazionario piuttosto che in Europa o altrove, è la necessità di una maggiore coerenza metodologica: “Il valore aggiunto non sta nel copiare un indice tradizionale”, spiega, “ma nel proporre strumenti costruiti su basi di ricerca solide”. E aggiunge: “Un ETF deve essere trasparente, perché gli investitori vogliono capire come vengono selezionati i titoli e quali regole governano il portafoglio”. Le conseguenze, altrimenti, sono presto dette: che il prodotto diventi una “scatola opaca” incapace di mantenere credibilità nei diversi regimi di mercato. Non solo. Il gestore si dice convinto che un framework operativo esplicito consenta di migliorare la qualità del profilo rischio/rendimento, ma anche di dare agli investitori prevedibilità e disciplina, due elementi che mancano sia nella replica pura sia nella discrezionalità soggettiva della gestione tradizionale. In altre parole, la differenza non la fa l’indice in sé, ma il modo in cui lo si costruisce e lo si governa nel tempo.
ETF: un mercato in espansione
Se il rigore metodologico è indicato da Lacroix come uno dei driver destinati a supportare la crescita degli ETF nei prossimi anni, un altro non può che risiedere nella crescita della domanda retail. I dati sul fenomeno parlano infatti chiaro, con l’ultimo studio della piattaforma justETF che ha previsto un’impennata di partecipazione da parte del pubblico retail pari al 50% entro il 2030 anche grazie alla diffusione delle piattaforme tecnologiche. “In un contesto di crescenti incertezze previdenziali”, chiarisce l’esperto, “gli ETF si stanno trasformando da strumenti tacci a soluzioni chiave per costruire capitale nel lungo periodo”. La sfida da superare per aprire le porte a un vero boom resta dunque una solo: “Costruire prodotti che non siano solo strumenti tattici, ma parti integranti e stabili dei portafogli”.
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