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Nella crescente tensione tra Casa Bianca e banca centrale, il ceo di J.P. Morgan leva gli scudi sul capo dei policy maker USA: “Rischioso giocare con le istituzioni”. E sull’economia torna a lanciare l’allarme: “Da dazi e debito minacce alla crescita”
Nella faida tra il numero uno della Fed Jerome Powell e il presidente USA Donald Trump, che sta catalizzando l’attenzione dei mercati per i possibili riflessi sulle prossime mosse di politica monetaria della banca centrale nonché per la sua generale indipendenza dal potere di Washington, si inserisce un’altra voce autorevole: quella di Jamie Dimon. L’ad di J.P. Morgan Chase, il più grande istituto di credito a stelle e strisce, si è infatti espresso a difesa del banchiere centrale e ha criticato duramente l’atteggiamento del tycoon. Un intervento, quello del guru finanziario, che segna l’ennesimo punto di rottura nei rapporti tra i grandi investitori e il leader repubblicano.
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Un tema “cruciale”
L’occasione per intervenire sul tema è stata fornita dalla conferenza stampa sul bilancio trimestrale della banca d’affari USA, durante la quale Dimon è stato incalzato dai giornalisti proprio sulle recenti pressioni esercitare da Trump ai danni del presidente Fed circa la necessità di tagliare i tassi al più presto per sostenere l’economia statunitense. “L’indipendenza della Federal Reserve è assolutamente cruciale”, ha esordito l’amministratore delegato, che poi ha aggiunto: “Giocare con un’istituzione di questo tipo può spesso avere conseguenze negative e questo è l’esatto opposto di quanto si potrebbe sperare in un momento di fronte allo scenario attuale”. Parole alle quali è seguito l’ormai consueto avvertimento sul possibile impatto dei dazi a livello economico, con Dimon che ha spiegato: “L’ok alla riforma fiscale e la potenziale deregolamentazione sono notizie positive ma crescono i rischi legati a fattori come l’incertezza sui mercati, il protezionismo commerciale, l’elevato deficit di bilancio”.
Powell pronto all’addio? Ecco il possibile sostituto
La scelta di interpellare proprio il ceo di J.P. Morgan sul tema del rapporto Washington e i policymaker USA non è casuale. Da tempo si sa che tra i due non corra buon sangue, anche perché il tycoon gli ha ripetutamente dato dello “stupido” in pubblico e lo ha invitato più volte a dimettersi. Ma se queste esternazioni sono state considerate finora alla stregua di mere provocazioni, negli ultimi giorni la stampa internazionale ha iniziato a battere sulla possibilità concreta che ciò accada. Dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione americana di giugno, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe infatti detto di essere pronto a dare il ben servito al presidente della banca centrale in quanto scontento dell’eccessiva cautela dimostrata finora dal Fomc nell’allentare la politica monetaria. “Il carovita è ormai sulla strada giusta e la Fed deve decidersi ad attuare almeno tre tagli dei tassi”, ha scritto sul suo social Truth, aggiungendo che questa svolta permetterebbe al Paese di recuperare 10miliardi di dollari l’anno. Tra i possibili successori del banchiere centrale, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent è considerato da molti l’opzione più probabile. “Mi piace il lavoro che sta facendo”, ha detto lo stesso Trump.
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“Credito privato sottovalutato, occhio agli spread bassi”
Tra i fattori di maggiore preoccupazione segnalati da Dimon, spicca anche il boom del credito privato. Si tratta infatti di un settore in forte espansione ma che, secondo il numero uno della banca d’affari USA, nasconde minacce sistemiche. “Gli attuali spread”, ha dichiarato “non compensano adeguatamente il rischio e gli investitori potrebbero pagare il prezzo di valutazioni troppo ottimistiche in caso di rallentamento economico”. “Se penso che questo sia un buon momento per comprare credito se fossi un gestore di fondi? No. Non comprerei credito oggi a questi prezzi e a questi spread”, ha detto Dimon.
L’ultimo di molti
Dimon non è il primo grande investitore che si esprime contro le politiche di Trump. Nelle scorse settimane è stata la volta di Warren Buffett, che ha usato toni ancora più duri. Non c’è dubbio che il commercio possa essere un atto di guerra”, ha detto l’Oracolo di Omaha, mettendo in guardia sui rischi di usarlo come arma ed esortando Washington a rilanciare le relazioni con il resto del mondo perché “è ciò che sappiamo fare meglio”. Parole che fanno eco a quelle di due mesi fa, quando è intervenuto ai microfoni della Cbs e ha definito le tariffe “una tassa sulle merci ma non un modo relativamente indolore per aumentare le entrate”. “Raggiungere la prosperità non è un gioco a somma zero”, ha proseguito l’uomo d’affari, che ha spiegato: “Più prospereremo noi e più ci sentiremo al sicuro”. Quindi ha aggiunto che può essere pericoloso per un Paese offendere il resto del mondo rivendicando la propria superiorità. “È un grosso errore quando hai sette miliardi e mezzo di persone che non ti apprezzano e 300 milioni che si vantano di quanto bene hanno fatto”, ha concluso.
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