Monitor Emergenti — Nuvole all’orizzonte
Il riaccendersi delle tensioni tra Usa e Cina ha frenato l’ottimismo degli investitori. Ma per i gestori le occasioni non mancano, dall’equity income all’obbligazionario
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Dall’inizio della diffusione del coronavirus, l’indice Msci Em ha perso il 12%, sottoperformando l’indice Msci World del 3,1%. Il forte stimolo di politica economica di fine marzo ha innescato l’inversione dell’equity: i mercati azionari emergenti hanno in parte recuperato le perdite con un rally senza precedenti (+32,5%), beneficiando della caduta dei rendimenti, degli spread Embi e di un dollaro trade-weighted più debole, e ora sembrano marciare con decisione verso la ripresa.
“La massiccia risposta in termini di politica fiscale e monetaria, più forte nelle economie avanzate, continua a supportare una straordinaria espansione dei multipli azionari a livello globale, e tale tendenza politica persisterà almeno nei prossimi mesi – osserva Vladimir Oleinikov, senior quantitative analyst di Generali Investments -. In termini di multipli i titoli dei mercati emergenti sono scambiati con un leggero premio del 4% rispetto alla media storica, ma il p/e normalizzato per il ciclo economico è una deviazione standard al di sotto della media, mentre il gap nello spread dei mercati emergenti rispetto agli hy statunitensi mostra una relativa attrattività nel valore p/e dei primi rispetto ai titoli Usa”.
In aggiunta, a detta dell’analista, i mercati emergenti potranno beneficiare anche di migliori condizioni finanziarie e nel medio-lungo termine un dollaro Usa moderatamente indebolito e valutazioni relativamente basse forniranno un ulteriore supporto. Non mancano i rischi però, tra cui la stabilizzazione del dollaro a breve termine, gli attriti tra Stati Uniti e Cina, un peggioramento della pandemia in alcuni mercati emergenti (Brasile, India, Messico, ecc.) e un sostegno monetario e fiscale generalmente inferiore rispetto a quanto registrato nelle economie più mature.
Secondo Andrew Mathewson, portfolio manager global emerging markets di Martin Currie (Legg Mason), con la pandemia che domina le prospettive di breve periodo, guardare ai vantaggi di lungo periodo delle società dei mercati emergenti diventa ancora più importante per chi è a caccia di rendimenti. E ci sono 5 i fattori positivi che giocano a favore dei Paesi in via di sviluppo. Il primo è l’ascesa delle megalopoli: si prevede che aumenteranno da 20 a 30 entro il 2030, la maggior parte di loro sarà concentrata nell’area Asia-Pacifico e, soprattutto, 9 delle 10 più grandi saranno nei mercati emergenti.
Secondo fattore, strettamente collegato al primo, è la crescita classe media, che sta cambiando le abitudini di consumo, stimolando la domanda di una gamma sempre più ampia di beni e servizi. Terzo: i mercati emergenti stanno adottando tecnologie ‘disruptive’, cosa che si riflette nell’alto numero di brevetti, e si stanno adattando alla vita digitale più velocemente rispetto ai mercati sviluppati, con la Cina che rappresenta oggi il più grande mercato per l’e-commerce. Altro trend positivo riguarda la diversificazione economica che ha rimodellato le opportunità date dai mercati emergenti. “L’ultimo decennio – spiega Mathewson – ha visto un grande spostamento dal settore energetico e delle materie prime verso i beni di consumo, i servizi finanziari e l’alta tecnologia. Questo permette alle aziende che hanno base nei paesi emergenti di potersi presentarsi come leader di settore, soprattutto per quanto riguarda quello tecnologico”.
Infine, la crescita economica sempre più rapida: si prevede che nei prossimi 5 anni i mercati emergenti cresceranno con un ritmo circa tre volte superiore a quello dei mercati sviluppati, con la quota del Pil mondiale, adesso pari al 40,2%, destinata a crescere ancora. Inoltre dal 2030 ben 7 delle 10 economie più grandi al mondo saranno “emergenti”.
Di ripartenza parla anche Emil Wolter, gestore del fondo Comgest Growth Emerging Markets di Comgest, secondo cui la ripresa attesa si basa in parte sulle esperienze di varie economie asiatiche, tra cui la Cina. “Il Brasile è stato solido nel corso del mese, aiutato dal miglioramento del contesto politico nonostante il rapido deterioramento della sua situazione sanitaria – spiega -. Tuttavia, l’evento principale è stato l’aumento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina, innescato dall’approvazione del ‘The Holding Foreign Companies Accountable Act’ da parte del Senato. Al centro della questione c’è una maggiore supervisione degli adr di società quotate in Cina o la minaccia di un delisting dai mercati statunitensi. Se da un lato pensiamo che il rischio che ciò avvenga in modo brusco sia limitato, dall’altro genera un aumento della volatilità sul mercato”. Tra i titoli con buone prospettive, Wolter vede l’istituto di credito indiano Hdfc, la società coreana Naver e i due produttori di videogiochi Ncsoft e Netease.
Quanto al reddito fisso, per Polina Kurdyavko, partner e head of emerging markets di BlueBay Am, il secondo semestre può offrire buone opportunità. “Da inizio anno le emissioni da parte dei Paesi emergenti sono pari a circa 350 miliardi di dollari, con una crescita del 15% rispetto al 2019. Si tratta di una buona notizia per l’asset class, dato che ha permesso ad alcuni emittenti sovrani e corporate high yield di accedere al mercato dei finanziamenti e migliorare i loro profili di liquidità – afferma -. Ha anche migliorato la qualità del credito: l’indice sovrano oggi ha in media un rating investment grade, grazie all’aumento delle emissioni di alta qualità. Tuttavia il rischio è che quando le emissioni sono eccessive, come successo per i mercati sviluppat, si può generare un’indigestione sul lato dell’offerta”.
Sul fonte corporate, a detta dell’esperta le aziende più resilienti siano quelle con rating più elevati: “A livello regionale, l’Asia resta imbattuta, grazie agli stimoli cinesi di supporto alla liquidità. Anche i Paesi dell’Europa centrale e orientale hanno beneficiato del supporto europeo e di bilanci sovrani sani. Al contrario, alcuni Paesi dell’America Latina si troveranno probabilmente in difficoltà”, chiarisce. A livello settoriale i vincitori sono healthcare, IT e telecomunicazioni, e probabilmente anche carta e cellulosa, beni di consumo e società di estrazione, soprattutto per platino e rame. Tra gli sconfitti invece spicca il settore aereo, anche se questo segmento conta per meno dello 0,5% all’interno dell’indice del debito corporate emergente. “Inoltre, indipendentemente dall’area geografica, crediamo che le compagnie petrolifere e del gas private con un’alta leva finanziaria continueranno ad essere messe alla prova nell’attuale contesto”, conclude.
