Nonostante il rischio fallimento, Evergrande torna in borsa ad Hong Kong e nonostante la flessione del suo trascinatore (la Cina), l’unione dei mercati emergenti si rinforza con sei nuovi membri. Più interrogativi o più certezze per gli investitori?
Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il quindicesimo summit dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) tenutosi a Johannesburg la scorsa settimana porta come novità più importante l’allargamento, effettivo da gennaio 2024, ad ulteriori sei Paesi.
Michael Langham, emerging markets analyst di abrdn
Da un punto di vista strettamente economico le discussioni si sono invece concentrate in ambito monetario, sebbene con risultati ancora incerti dal punto di vista concreto. Secondo Michael Langham, emerging markets analyst di abrdn, “l’incontro non ha portato a nulla, nonostante i propositi sui piani per una moneta comune o una potenziale alternativa agli Special Drawing Rights (Diritti Speciali di Prelievo) del Fondo Monetario Internazionale”. L’allargamento dei membri, inoltre, operato principalmente per aumentare il peso geopolitico dell’unione, aggiungerà, nella visione dell’analista, ulteriori complessità e “probabilmente limiterà il potenziale di qualsiasi piano di riforma importante da emanare dal gruppo”.
“Per questo motivo, ci aspettiamo che l’attenzione rimanga concentrata sull’espansione dei legami commerciali e finanziari tra i membri, compreso un uso più esteso delle valute locali, nonché una via per sfidare le pratiche internazionali esistenti viste come favorevoli ai mercati sviluppati. I timori che il gruppo possa sfidare l’egemonia del dollaro sembrano per ora esagerati, visti gli obiettivi geopolitici concorrenti dei membri e la mancanza di volontà da parte di questi ultimi di cedere il controllo sui tassi di cambio e sulla politica monetaria”, specifica inoltre Langham.
Lo stato di salute dei big
L’eterogeneità si conferma quindi la cifra distintiva dei mercati emergenti, asset class in cui non mancano mai le distinzioni e le peculiarità. Un’affermazione quanto mai vera se si considerano le fasi che stanno vivendo attualmente i tre big della compagine con il Brasile in ripresa dopo il cambio di guardia alla guida politica del Paese, l’India alla ricerca della chiave per un definitivo sviluppo e la Cina alle prese con l’ennesima crisi del suo settore immobiliare.
Pablo Riveroll, head of Latin American equities di Schroders
“L’anno scorso abbiamo vissuto un mercato sulle montagne russe e nella prima metà dell’anno questo trend si è confermato”, affermano Pablo Riveroll, head of Latin American equities, e Andrew Rymer, senior strategist di Schroders relativamente al Brasile. “Nonostante la volatilità, il mercato ha registrato un’impennata e una performance nettamente superiore a quella di altri mercati emergenti. Sebbene le preoccupazioni politiche possano contribuire a ulteriori flussi e riflussi di volatilità, la direzione di marcia rimane positiva, sostenuta dalle prospettive di un ciclo di allentamento dei tassi d’interesse e dalle basse valutazioni”, completano.
Di segno ancor più positiva la view di Brad Freer, gestore di portafoglio azionario di Capital Group, sull’India, “un Paese che nell’ultimo decennio è stato caratterizzato da una relativa stabilità politica per una democrazia della sua portata, che ha consentito di collocare lo sviluppo economico tra le priorità chiave”. “Se da un lato l’instabilità politica e la volatilità di mercato potrebbero aumentare in previsione delle elezioni politiche del prossimo anno, riteniamo che l’India sia destinata a un periodo di crescita a lungo termine trainato da una forte espansione degli investimenti fissi e diretti”, aggiunge, indentificando una serie di punti chiave che rendono il subcontinente relativamente più interessante rispetto ad altri Paesi dell’universo emergente. Tra questi, al primo posto figura la demografia definita da Freer “il vantaggio principale”. Troviamo poi il boom infrastrutturale, il rafforzamento del settore manifatturiero e opportunità di investimento che abbracciano immobiliare, servizi finanziari e beni industriali, con, infine, valutazioni che l’esperto definisce “alte ma non insormontabili”.
Il colosso cinese vive la fase di maggiore difficoltà a fronte di una crescita che faticava ad avvicinarsi alle aspettative di Pechino già prima dell’ennesima crisi del settore immobiliare causata da nuove difficoltà per Evergrande (oggi il ritorno in Borsa ad Hong Kong per la prima volta da marzo 2022) a cui si sono aggiunte le tensioni su un altro colosso, Country Garden, con passività che alla fine dello scorso anno ammontavano già a circa 194 miliardi di dollari. La società ha sospeso il 14 agosto ben 11 bond in scadenza provocando forti tensioni sulle piazze finanziarie, in particolare asiatiche.
John Plassard, Director & Investment Specialist del Gruppo Mirabaud
“La notizia dei mancati pagamenti”, ricorda John Plassard, director & investment specialist del Gruppo Mirabaud, “ha portato Moody’s a declassare il rating della società da B1 a Caa1, un livello che indica un ‘rischio molto elevato’ per la detenzione del debito”.
“Il potenziale fallimento di Country Garden è una notizia molto negativa, in quanto potrebbe avere implicazioni nefaste per molti settori dell’economia cinese e internazionale”, prosegue, specificando però che “pensare che si tratti di un rischio sistemico sarebbe un errore”. “Il governo cinese”, assicura, “è pienamente consapevole che il settore immobiliare del Paese è il più grande asset del mondo e farà di tutto per salvarlo… dopo aver punito gli speculatori (come ha fatto nel settore tecnologico)”.
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