L’industria europea della gestione passiva ha chiuso il 2024 con una raccolta record di 252 miliardi di euro, ma resta un quinto di quella USA. Consulenza a parcella e più educazione finanziaria la ricetta di Ivano Di Guida, head of Xtrackers Sales Italy, per sanare il gap. E tra i trend emergenti, focus su AI e difesa
Ivano Di Guida, head of Xtrackers Sales Italy
L’industria europea della gestione passiva non smette di guadagnare terreno. La conferma arriva dai dati sul 2024, che mostrano una raccolta pari a 252 miliardi di euro per gli strumenti a replica e un patrimonio gestito in salita a oltre 2.000 miliardi. Eppure, c’è chi crede che la corsa di ETF e affini sia destinata a interrompersi davanti a una stagione storica che vede aumentare drasticamente i fattori di complessità. Per Ivano Di Guida, che dalla sua posizione di head of Xtrackers Sales Italy ha il polso del mercato, non c’è però previsione più errata. FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire la sua view sul futuro del settore.
Che anno è stato il 2024 per gli ETF europei e, in particolare, per quelli di Xtrackers?
Quello appena trascorso è stato un anno da record. L’industria europea degli strumenti a replica ha infatti registrato una raccolta pari a 252 miliardi di euro e ha superato i 2mila miliardi di patrimonio gestito: un risultato frutto anche di un effetto performance che è stato molto positivo, diversamente da quanto accaduto nel 2023 e nel 2022. In questo contesto, Xtrackers ha registrato afflussi in crescita a oltre 35 miliardi ma è anche riuscita a consolidare la sua posizione piazzandosi come secondo player nel continente. Nello specifico, l’Italia si è confermata uno dei Paesi più importanti per il business del gruppo e ha visto aumentare sensibilmente il peso del segmento retail sui volumi totali.
Eppure, la distanza che ci separa dal mercato americano sembra ancora lunga. Quali sono le cause del ritardo?
Negli ultimi 67 mesi il mercato USA è stato sempre positivo in termini di raccolta su strumenti a replica passiva, sia ETF o ETC sia mandati, e ha raggiunto masse in gestione per oltre 10.000 miliardi: per avere un ordine di grandezza, si tratta di due terzi del totale globale (15.000 mila miliardi) e di cinque volte il dato europeo. Una spiegazione del ritardo in cui versa il Vecchio Continente rispetto a numeri di questa portata è sicuramente individuabile nella poca educazione finanziaria dei risparmiatori private e retail ma c’è anche un altro motivo che non può essere trascurato: il diverso tipo di approccio da parte della distribuzione. Se infatti alle nostre latitudini la maggior parte dei prodotti destinati al grande pubblico viene collocata tramite sportello bancario o reti di professionisti finanziari, dall’altra parte dell’Oceano la consulenza indipendente rappresenta il 70% dell’offerta e riesce a essere più capillare.
Quali aspettative nutre allora per i prossimi anni?
Nonostante i limiti strutturali che ancora persistono, mi aspetto che la gestione passiva si faccia sempre più largo anche in Europa. L’evoluzione dei servizi di consulenza verso il modello a parcella è infatti ormai una svolta matura e si sta assistendo a un cambio di prospettiva della clientela rispetto all’opportunità di investire tramite exchange traded funds: negli ultimi anni, anche a causa di un mercato azionario sempre più concentrato in una manciata di titoli e che non permetteva di ricercare Alpha senza esporsi a rischi eccessivi, gli asset manager tradizionali hanno cioè accusato risultati deludenti in molte piazze finanziarie e sono andati incontro a un calo di popolarità. Con il loro approccio Beta oriented e costi a carico del cliente estremamente competitivi, gli strumenti a replica si adattano invece perfettamente a questo nuovo contesto e permettono di assicurarsi una performance costante.
Pensa che un ruolo, in questo senso, potrebbero giocarlo anche gli ETF attivi? O sono solo una moda passeggera?
Sono strumenti che destano interesse perché sfruttano la ricerca proprietaria per aggiungere un po’ di Alpha alle performance degli indici replicati. Con un’incidenza ancora oggi ferma ad appena il 3% del mercato, credo però faranno fatica a uscire dalla dimensione della nicchia: non sono infatti confacenti alle esigenze dei gestori tradizionali, che non hanno ancora interesse a proporre i loro portafogli in questo formato, ma non presentano neppure particolari vantaggi rispetto agli ETF classici quando ci si muove al di fuori dei mercati satellite. Li inquadro piuttosto come soluzioni ibride a disposizione di quegli asset manager attivi che vogliono cercare di cavalcare il successo dei prodotti a replica senza stravolgere il proprio modello di business.
Tra i grandi trend della gestione passiva molti collocano anche gli ETF tematici, che pure sono reduci da una stagione di sofferenza. Che futuro intravede per questi strumenti?
Negli ultimi anni molte case di gestione si sono cimentate nel lancio di prodotti tematici, anche perché nella parte satellite dell’asset allocation sono quelli meglio accolti dalla clientela retail. Ma prevedere quali saranno i trend del futuro non è una sfida facile: il quadro economico e geopolitico globale è in continua evoluzione, c’è una costante rotazione, non sono infrequenti bolle di mercato su fenomeni che poi tendono a ridimensionarsi in fretta. Come Xtrackers abbiamo puntato molto sull’intelligenza artificiale, costruendo un fondo dedicato che si è imposto tra i più grandi in Europa, e sulle infrastrutture mentre per il futuro guardiamo con interesse al settore della difesa come riflesso della corsa al riarmo che si può osservare in questo periodo.
Torneranno invece gli obbligazionari?
L’anno scorso l’80% delle masse è stata concentrata sulla componente azionaria, in particolare globale e americana, mentre solo il 23% è andata su strumenti di reddito fisso. Non credo che questo rapporto cambierà sensibilmente nel breve termine: se gli ETF in equity vengono scelti come tassello fondamentale per la costruzione dei portafogli, a quelli incentrati sulle obbligazioni spesso si preferisce l’acquisto diretto di debito pubblico o titoli corporate.
Quali opportunità offrono gli ETF ai consulenti finanziari?
Negli Stati Uniti la consulenza finanziaria si basa sull’utilizzo massivo delle soluzioni indicizzate perché costituiscono strumenti semplici, efficienti e capillari: tutte caratteristiche che possono aiutare i professionisti a offrire un servizio dall’elevato grado di personalizzazione. In Europa siamo ancora indietro da questo punto di vista ma una spinta forte nella direzione di replicare uno scenario simile sta provenendo dalla Germania: l’ultimo studio della piattaforma ExtraETF ha infatti calcolato che il valore delle masse allocate dai tedeschi a strumenti passivi passerà dai circa 240 miliardi di oggi a 650 miliardi entro il 2028, di cui almeno 65 miliardi tramite piani di accumulo del capitale. Questo significa che il mercato retail potrà diventare quasi la metà del totale e sottrarre la categoria al dominio degli investitori istituzionali.
Non solo opportunità però. Gli advisor hanno gli strumenti per far fronte alle sfide derivanti dalle tante piattaforme che oggi permettono di acquistare ETF in autonomia?
Il moltiplicarsi di broker digitali è un trend innegabile, ma ci sono delle leve su cui i consulenti finanziari possono agire per rimarcare la loro centralità. É infatti vero che gli ETF sono prodotti semplici ma il loro utilizzo non lo è, perché servono un certo grado di know how ed educazione finanziaria. È proprio in quest’ottica che emerge il valore aggiunto di un professionista, cioè la capacità di trovare la soluzione giusta al momento giusto e costruire un portafoglio adeguato alle esigenze del singolo cliente. Da qui la nostra convinzione di non trovarci di fronte a una killer application destinata a stravolgere lo status quo, specie in un mercato dalle logiche distributive consolidate come è quello italiano, ma piuttosto a soggetti con cui provider come Xtrackers possono avere convenienza a intessere relazioni per raggiungere fasce di clientela più giovani e più propense all’utilizzo delle piattaforme. Potrebbe essere utile integrare la nostra capacità come fornitori di servizi finanziari con le informazioni veicolate sui social: in quest’ottica collaboriamo con realtà che fanno educazione finanziaria su vari canali social per migliorare le informazioni che vengono veicolate.
Come state agendo per interpretare al meglio questa stagione di cambiamento?
Dall’anno scorso abbiamo iniziato a sviluppare prodotti rivolti non solo alla clientela istituzionale ma anche a consulenti e privati. Abbiamo ad esempio lanciato una gamma di fondi target-to-maturity, insieme a Scalable Capital abbiamo debuttato sul mercato con il primo ETF a replica ibrida, abbiamo lanciato il primo ETF rolling a scadenza che investe in titoli high yield: stiamo cercando di combinare la tradizione con l’innovazione di prodotto, intesa come costi più bassi e accesso più semplice.
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