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A due anni dallo sbarco nel Vecchio Continente, il presidente del colosso guidato da Cathie Wood traccia un bilancio tra prospettive di crescita e futuro dei passivi. “Italia mercato strategico”. E sull’IA: “Niente bolla, ma un ciclo pluridecennale”
A due anni di distanza dall’acquisto di Rize ETF, che le ha permesso di sbarcare per la prima volta in Europa, ARK Invest può guardare indietro con soddisfazione: ha superato il miliardo di euro di masse gestite e consolidato la propria presenza nel mercato continentale. Eppure, la società di gestione specializzata in strategie innovative e tematiche non smette di guardare a nuovi traguardi. Del resto, il mercato del Vecchio Continente sta crescendo rapidamente e la stessa Italia è tra i Paesi pronti a cavalcare il trend. La conferma arriva direttamente dal presidente e chief operating office Tom Staudt, che non ha dubbi sul futuro degli investimenti tech: “Parlerà la lingua dell’intelligenza artificiale”.

Partiamo dal principio. Cosa ha significato per voi sbarcare nel Vecchio Continente e quali sono state le sfide da affrontare? Che bilancio trae di questi due anni?
L’acquisizione di Rize ETF ha dato ad ARK un punto d’accesso stabile e scalabile al Vecchio Continente. Ma non è certo stata una sfida facile confrontarsi con un mercato della gestione passiva più frammentato e complesso di quanto non fosse quello statunitense. La competenza locale e una squadra di talento perfettamente in sintonia con la nostra cultura, uniti al framework globale di innovazione che da sempre contraddistingue la nostra struttura, ci ha però permesso di creare un’offerta più mirata. Raggiungere un miliardo di euro di masse gestite in soli due anni riflette la solidità di questa integrazione e l’interesse del pubblico per soluzioni d’investimento differenziate ma anche orientate al futuro. Possi dire che il risultato ha superato le aspettative.
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A che punto vede il mercato degli ETF in Europa rispetto al panorama internazionale? Quali sono le prospettive e quali gli ostacoli all’orizzonte per la conquista di una posizione ancora più centrale?
L’industria europea resta ancora indietro rispetto agli Stati Uniti sotto diversi profili: liquidità, struttura, profondità del livello di innovazione. Un ritardo che affonda le radici nei problemi noti a tutti, dall’infrastruttura di scambio frammentata ai regimi fiscali divergenti fino alla mancanza di uniformità nella regolamentazione. Non si può però negare che l’adozione sia in rapida crescita anche sulla sponda orientale dell’Atlantico, favorendo un progressivo aumento della scala e della complessità di offerta. I dati parlano chiaro: gli investitori europei si stanno orientando sempre più verso gli ETF e lo fanno non solo per ottenere un’esposizione passiva ma anche allo scopo di esprimere posizioni su temi ad alta convinzione come l’IA o la sostenibilità.
Che ruolo potrebbe giocare in questo scenario Euronext ETF Europe, che ha esordito solo due mesi fa?
Si tratta di un progetto con potenziale per diventare rivoluzionario. Un unico order book e un processo di quotazione armonizzato su tutti i mercati Euronext dovrebbero aumentare la liquidità, ridurre i costi e favorire l’adozione. Tutti benefici che, in ultima analisi, si rifletteranno anche e soprattutto sugli investitori retail. Per emittenti come ARK, poi, questa svolta non potrà che semplificare l’accesso a più Paesi migliorando al contempo l’efficienza post-negoziazione. In definitiva, potrebbe rappresentare il passo in avanti decisivo per aiutare gli ETF europei a colmare il divario con gli USA in termini di volumi di negoziazione e copertura degli investitori.
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Parte di questo merito va anche agli ETF attivi o si tratta solo di una moda passeggera?
Gli ETF attivi sono qui per restare. E la ragione è presto detta: gli investitori oggi non si accontentano più di guadagnare una semplice esposizione al mercato ma vogliono accedere a gestori con forti convinzioni e una filosofia d’investimento tanto chiara quanto racchiusa in una struttura che garantisca liquidità e trasparenza. Il successo dei nostri ARK Innovation e ARK AI & Robotics UCITS ETFs ne è la prova: entrambe le strategie sono pienamente gestite non vincolate a benchmark, ma offerte in quel formato ETF trasparente che il mercato dimostra di prediligere sempre più.
Quali altre tendenze intravede nel futuro della gestione passiva?
Ci aspettiamo che tra i segmenti ad accelerare ci siano gli ETF tematici allineati ai cambiamenti tecnologici e sociali di lungo termine. Ma anche una maggiore domanda di prodotti legati alla sostenibilità, in particolare quelli che vanno oltre un mero screening ESG, sembra profilarsi all’orizzonte come mutamento strutturale. Poi c’è, ovviamente, il coinvolgimento sempre maggiore dei clienti retail.
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Torniamo ad Ark. Quali prodotti hanno contribuito di più al raggiungimento del miliardo di AuM?
Questo traguardo è stato raggiunto grazie alla forte domanda delle nostre strategie attive. ARKK, il nostro ETF UCITS dedicato all’innovazione, e ARKI, strategia incentrata su AI e robotica, hanno generato la maggior parte degli afflussi. Questi fondi riscuotono grande successo tra gli investitori che cercano esposizione alle tecnologie ad alta crescita, soprattutto in un anno in cui temi come l’AI sono passati dalla fase concettuale a quella di implementazione. Anche le soluzioni Rize by ARK hanno svolto un ruolo significativo, dimostrando un interesse costante per le tematiche in linea con i criteri ESG: è il caso, su tutti, dell’ETF Environmental Impact 100.
Quali sono i vostri obiettivi per il futuro e che ruolo ricopre l’Italia nelle vostre strategie, considerando che il Paese si è imposto come secondo più grande mercato d’Europa per gli ETF con due milioni di investitori che detengono questi strumenti in portafoglio?
L’Europa rimane una priorità strategica a lungo termine per ARK. Intendiamo ampliare la nostra gamma di ETF attivi, lanciare nuove strategie tematiche e approfondire i nostri rapporti con i partner locali. L’Italia è fondamentale in questo. Abbiamo quotato i nostri ETF ARK UCITS anche a Milano proprio perché riconosciamo la sofisticatezza e la crescente influenza della Penisola nel panorama della gestione passiva. I distributori e i consulenti attivi a livello locale stanno infatti svolgendo un ruolo cruciale nella democratizzazione dell’accesso a strategie innovative avanzate.
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Ark è un punto di riferimento per gli investitori tecnologici. Qual è il suo punto di vista sull’intelligenza artificiale: siamo in una bolla o si tratta di una tendenza strutturale?
L’IA è una novità disruptive che si appresta a vivere un ciclo pluridecennale, non certo una bolla di breve durata. Questa tecnologia sta infatti accelerando i progressi in quasi tutti i settori, dall’assistenza sanitaria all’energia fino all’industria e alla stessa finanza. E anche se alcuni nomi del comparto mostrano effettivamente valutazioni che danno per certo un’esecuzione impeccabile e una crescita sostenuta, sviluppi in realtà non così scontati, altri rimangono tuttora sottovalutati. Insomma: i prezzi si aggiusteranno e le opportunità per gli investitori restano ampie.
Come state approcciando il tema?
Le nostre strategie riflettono un approccio ad alta convinzione. Ci concentriamo su aziende, grandi e piccole, che stanno rendendo possibile l’implementazione dell’IA e ne stanno beneficiando a livello di business: dal gigante dei semiconduttori alla mid cap specializzata in software fino all’innovatore early-stage nel comparto della robotica. Investiamo a livello globale e costruiamo portafogli bottom-up attraverso il nostro ecosistema di ricerca aperto, con analisti organizzati per campo di applicazione tecnologica piuttosto che per settore o area geografica: una struttura che ci consente di cogliere l’innovazione ovunque si manifesti.
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Il dibattito sull’IA riflette quello più ampio sulla concentrazione degli indici e sull’instabilità del contesto economico. Cosa si aspetta dall’evoluzione del quadro macro e quali effetti avrà sul mondo dell’innovazione?
Nonostante un contesto macro difficile, quest’anno gli asset legati alla crescita e all’innovazione hanno dimostrato resilienza. Con l’inflazione che continua a diminuire e le banche centrali sempre più vicine alla fine dei loro cicli monetari restrittivi, il contesto sta diventando sempre più favorevole ai temi di crescita a lungo termine. Per quanto riguarda i flussi regionali, la rotazione verso gli asset europei è in parte determinata dalla valutazione relativa e dal posizionamento valutario. Nel lungo termine, però, l’innovazione non potrà che avere una dimensionale globale ed è per questo che la nostra filosofia resta sempre la stessa: investire nelle idee migliori, ovunque si trovino. Siamo convinti che la tecnologia dirompente sarà il principale motore dei rendimenti azionari nel prossimo decennio. Che tali società abbiano sede negli USA, in Europa o altrove è secondario.
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