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Per i mercati, mercoledì il Fomc ridurrà i tassi e manterrà un tono restrittivo sul 2026. Secondo i gestori, il ciclo non è terminato ma una sforbiciata a gennaio è improbabile. La variabile chiave? Il successore di Powell
Per i mercati la settimana della Federal Reserve si apre sotto i migliori auspici. Tanto che i riflettori si sono già spostati sul 2026, con la speranza di capire quale strada imboccherà la politica monetaria nei prossimi mesi. Dopo gli ultimi dati sull’occupazione resi noti mercoledì scorso, infatti, praticamente nessuno dubita che il Fomc ridurrà i tassi d’interesse il 10 dicembre, nonostante il deciso calo delle nuove richieste settimanali dei sussidi di disoccupazione emerso giovedì. Anche l’inflazione misurata dall’indice Pce, uno dei principali indicatori delle pressioni sui prezzi, a settembre si è mossa come previsto salendo marginalmente al 2,8% dal 2,7% di agosto. Secondo il FedWatch Tool del Cme Group, una sforbiciata di 25 punti base, la terza consecutiva, è scontata all’87%. Ma i gestori avvertono che si tratterà di un taglio hawkish.
Un taglio hawkish
Secondo Blerina Uruci, chief U.S. economist di T. Rowe Price, l’ultima riunione dell’anno sarà piuttosto controversa, dal momento che Jerome Powell e colleghi dispongono solo dei dati di settembre su occupazione e inflazione. “Alla fine probabilmente il Fomc deciderà di ridurre i tassi, ma al contempo segnalerà che, con ogni probabilità, manterrà la politica monetaria invariata nel 2026: questo sarà interpretato dai mercati come un taglio hawkish”, spiega. “Se la mia previsione macroeconomica è corretta, ovvero che l’inflazione tornerà ad accelerare dal quarto trimestre del 2025 e che la crescita rimarrà solida, allora la Fed non sarà in grado di soddisfare le aspettative del mercato di un ulteriore allentamento nel corso del prossimo anno e sospenderà i tagli”, precisa l’esperta.
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Difficile una sforbiciata a gennaio
Sulla stessa linea Matthias Scheiber, head of multi-asset solutions di Allspring Global Investments, secondo cui la sforbiciata sarà accompagnata da una conferenza stampa all’insegna di una politica monetaria restrittiva. “Considerando l’attuale stima del tasso neutrale e dei tagli cumulativi di 75 punti base nel 2025, è difficile che la Fed effettui un’ulteriore riduzione già a gennaio”, fa notare. A suo parere, per giustificare un allentamento aggiuntivo, i dati dovrebbero mostrare un rallentamento significativo dell’economia, in particolare del mercato del lavoro. “Al momento, le valutazioni di mercato incorporano tre tagli completi entro ottobre 2026”, ricorda. Per l’esperto, un elemento chiave sarà la pubblicazione dell’aggiornamento del Summary of Economic Projections e del nuovo dot plot, che potrebbe coprire un ampio spettro: da una pausa fino a ulteriori sforbiciate per un totale di 100 punti base. “I mercati si concentreranno anche sulla gestione del bilancio, in particolare sui tempi degli acquisti di titoli volti ad alleviare le pressioni nel mercato dei finanziamenti”, aggiunge.
Ma il ciclo non è terminato
Più ottimista Martin Van Vliet, global macro strategist di Robeco, secondo cui è improbabile che il ciclo di allentamento sia giunto al termine. “Il nostro scenario di base continua a prevedere un tasso di riferimento terminale tra il 2,75% e il 3,00%”, chiarisce. Tale livello, secondo l’esperto, potrebbe essere raggiunto nella prima metà del 2026 se le condizioni del mercato del lavoro non dovessero migliorare, oppure più tardi, dopo l’insediamento del nuovo presidente della Fed a maggio. “Assegniamo una probabilità del 25% a uno scenario recessivo, che giustificherebbe riduzioni più consistenti, e una probabilità del 30% a uno scenario in cui si verificherebbe solo un ulteriore allentamento limitato qualora l’inflazione si rivelasse più persistente e l’economia riprendesse slancio”, precisa.
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La variabile decisiva: il nuovo presidente della Fed
Proprio il successore di Jerome Powell sarà, secondo tutti i gestori, la variabile decisiva per il percorso della politica monetaria nei prossimi mesi. Al momento le principali fonti finanziarie convergono su una rosa di cinque candidati: Kevin Hassett, direttore del National Economic Council, economista di lungo corso, molto vicino a Trump; Christopher Waller, governatore della Fed, ex capo della ricerca alla Fed di St. Louis; Michelle Bowman, governatrice della Fed; Kevin Warsh, ex governatore della Fed, con forti legami con Wall Street, e Rick Rieder, chief investment officer del reddito fisso globale di BlackRock. “Hassett è visto come chiaro favorito, Waller rappresenta lo scenario di continuità interna più plausibile, Warsh una possibilità minoritaria ma non trascurabile, mentre lo spazio per veri outsider è oggi estremamente ridotto”, spiega Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia.
Hassett, un presidente a doppio taglio
“Se fosse Hassett a prendere il posto di Powell, la Fed sarebbe guidata da un economista molto vicino alla Casa Bianca, con un chiaro bias pro-crescita e pro-mercato”, osserva l’esperto. Il fedelissimo di Trump è infatti percepito come più sensibile al tema crescita e occupazione rispetto ai target sull’inflazione. “Un presidente così allineato a Washington aumenterebbe la percezione di una banca centrale meno hawkish nel medio termine”, fa notare Diodovich. A suo parere le implicazioni sarebbero un curva Usa tendenzialmente più ripida, un supporto per equity e asset rischiosi e una probabile caduta del dollaro nel medio-lungo termine se i mercati iniziassero a dubitare della determinazione dell’istituto centrale nel mantenere i prezzi sotto controllo. “Per gli investitori è lo scenario più ‘market friendly’ nel breve, ma con il rischio che, in caso di nuove sorprese inflattive, la Fed versione Hassett sia costretta a un successivo cambio di rotta più brusco”, conclude.
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