Secondo gli analisti, il mercato potrebbe essere troppo ottimista sulla futura traiettoria dei tassi USA
Il taglio è più vicino ma niente è scritto, soprattutto per quanto riguarda ciò che avverrà dopo settembre. È questa l’interpretazione che domina tra i gestori all’indomani del meeting della Federal Reserve, che ha lasciato i tassi invariati aprendo a un primo allentamento dopo l’estate. Tutto infatti resta appeso ai dati, anche se questi sembrano andare nella direzione sperata dai mercati. Ad attrarre l’attenzione degli investitori è stato soprattutto il cambio di linguaggio del Fomc, molto più dovish, ma comunque non così esplicito da fomentare entusiasmi prematuri.
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel
“Le parole di Powell non si sono spinte oltre settembre, dal momento che è impossibile conoscere in anticipo il percorso del tasso dei Fed Funds”, osserva Jeffrey Cleveland di Payden & Rygel. Dal suo punto di vista, la conferenza stampa ha messo in luce il sentiment che vede in atto un rovesciamento del mercato del lavoro e vuole una rottura degli indugi da parte della Fed. “Una situazione a cui abbiamo già assistito lo scorso dicembre”, analizza Cleveland, “quando la stampa cominciò a premere per un taglio salvo poi ricredersi di fronte a una nuova impennata inflattiva”. Ecco perchè l’esperto vede un possibile taglio in settembre ma resta meno fiducioso del mercato, che prezza una riduzione di 25 punti base al 106% e 3,5 tagli entro gennaio. “Il consenso è orientato verso un mercato del lavoro più critico di quanto attualmente prevediamo”, avvisa: “Mentre la Fed sta ancora soppesando i due rischi, gli operatori sembrano già convinti che l’ago della bilancia penda in una direzione chiara”.
Powell non ha fretta
Martina Daga, macro economist di AcomeA SGR
Martina Daga, macro economist di AcomeA SGR, pone l’attenzione sul fatto che per la prima volta nel comunicato stampa è stato dato uguale peso ai due mandati dell’istituto centrale: la stabilità dei prezzi e la piena occupazione. “È emersa una divisione tra coloro che vedono il recente indebolimento del mercato del lavoro e dell’economia come una normalizzazione dopo il periodo surriscaldato post-pandemia e quelli che lo interpretano come un primo segnale di una possibile recessione”, spiega. Chiarendo che quest’ultimo gruppo ha sottolineato gli effetti ritardati della politica monetaria sull’economia reale e i rischi di un taglio tardivo. “Powell sembra però rimanere nel primo gruppo, non manifesta urgenza nel voler normalizzare i tassi, affermando che la crescita non può essere certo definita debole e che il mercato del lavoro rimane solido ma non inflazionistico”, precisa la Daga.
Anche Neil Sun, portfolio manager di Rbc BlueBay, sottolinea il richiamo al duplice mandato. A suo parere, evidenziando un trend di raffreddamento del mercato del lavoro, la Fed sembra orientarsi verso un tono più equilibrato che contribuisce a gettare le basi per una sforbiciata dopo l’estate. Fermo restando che, da qui ad allora, ci saranno altre due pubblicazioni dell’inflazione Cpi e tre serie di dati sui salari. “Restiamo dell’idea che siano possibili uno e due tagli quest’anno, con la prima riduzione a partire da settembre”, sottolinea. Poi aggiunge: “Pensiamo che il mercato stia scontando troppi tagli entro la fine del 2025, dato che l’economia statunitense continua a evitare la recessione e l’inflazione rimane intorno al 3%”.
Secondo Christian Scherrmann, US economist di Dws, la dipendenza dai dati è emersa ancora una volta come il tema centrale ma ci sono state forti indicazioni che la posizione del Fomc si sta evolvendo. “Data l’attuale robusta attività economica e il graduale raffreddamento dei mercati del lavoro, concordiamo sul fatto che in questa riunione non è stato necessario emettere una forte forward guidance su un cambiamento dei tassi di policy”, osserva. Poi aggiunge: “I banchieri centrali potrebbero voler evitare reazioni di mercato significative, come quella dell’ultimo trimestre del 2023”. Ciò, per l’esperto, potrebbe riflettersi in un presidente della Fed che si sforza di bilanciare il suo messaggio anche in mezzo a commenti relativamente dovish. “Riteniamo che un primo taglio dei tassi a settembre rimanga un’opzione praticabile e attendiamo il simposio economico di Jackson Hole di agosto per una conferma”, chiarisce.
Andrea Delitalai,, head of euro multi asset di Pictet Asset Management
Per Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet Asset Management, la banca centrale USA non ha infine una chiara visibilità del ciclo economico in cui ci si trova. “Avendo portato i tassi a livelli ritenuti fortemente restrittivi, esclude ulteriori rialzi ma ha finora rimandato l’avvio dei ribassi”, sostiene. Da qui, la sua previsione di una prima sforbiciata a settembre e di altre per almeno un ulteriore 1% entro fine 2025. Questo contesto, per l’esperto, comporta un rischio di errore nella politica monetaria poiché gli strumenti di intervento della Fed richiedono solitamente dai 12 ai 18 mesi per manifestare i loro effetti. “Il pericolo è di intervenire troppo tardi”, avvisa, “specie se il rallentamento economico fosse repentino”.
Quanto ai mercati, Delitala fa notare che nelle ultime settimane si è osservata una moderazione dell’inflazione e un rallentamento della crescita: due dinamiche che stanno orientando le aspettative verso un soft landing. “Questo contesto è positivo per le performance dei mercati, che dal 2022 sono stati caratterizzati da una preoccupante volatilità nel settore obbligazionario e ripercussioni sull’azionario”, evidenzia. Sottolineando che gli investitori sono reattivi al flusso di informazioni macro. “In assenza di linee guida della Fed”, conclude, “tendono a incorporare le novità macro e rifletterle rapidamente sui tassi attesi”.
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