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Nel mirino la ristrutturazione della sede principale dell’istituto. Ma il banchiere centrale grida alla ritorsione politica da parte di Trump e porta a un nuovo livello l’escalation con il presidente USA sul taglio dei tassi. Sui mercati è nuovo record per l’oro. Attenzione però alle ripercussioni sul debito pubblico a stelle e strisce
Il braccio di ferro tra Donald Trump e Jerome Powell si arricchisce di un nuovo episodio. Il presidente della Federal Reserve è infatti stato indagato dal Dipartimento di Giustizia per il maxi progetto di ristrutturazione della sede Fed di Washington, giudicato troppo oneroso dalla Casa Bianca. Accuse alle quali il policymaker ha replicato parlando di ritorsione politica per la scelta di non tagliare i tassi secondo tempi e modi graditi a Washington, con una mossa che segna un nuovo livello nell’escalation con il presidente degli Stati Uniti sull’indipendenza della banca centrale. E se sui mercati sorride l’oro, che ha aggiornato per l’ennesima volta il proprio massimo storico, alcuni esperti evidenziano il rischio di pesanti ripercussioni sul debito pubblico del Paese.
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Il focus dell’indagine penale
Come spiega il New York Times, che cita fonti vicine al dossier, a essere contestate sono le dichiarazioni rilasciate al Congresso la scorsa estate in merito ai 2,5 miliardi di dollari spesi per sostenere i lavori. Un esborso giudicato a suo tempo eccessivo dal presidente americano, che non mancò di esprimere il suo disappunto sia davanti alle telecamere sia in presenza dello stesso Powell, e ora finito nel mirino del procuratore del distretto di Columbia. L’inchiesta, che include una verifica puntuale di quanto dichiarato dal banchiere centrale sul progetto e un esame dei registri delle spese, è stata approvata a novembre dalla storica alleata del presidente Trump, Jeanine Pirro.
Il contrattacco di Powell
In una dichiarazione video, Powell ha sottolineato come la minaccia di un procedimento penale venga usata alla stregua di una leva politica. L’indagine, secondo quanto sostenuto dal banchiere centrale, servirebbe cioè a intensificare la pressione dell’amministrazione Trump sulle decisioni di politica monetaria e a mettere in discussione l’autonomia dell’istituzione. “Le accuse penali sono conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve al pubblico”, ha detto il banchiere centrale, riferendosi alle ripetute ingerenze di Washington per ottenere un allentamento maggiore della politica monetaria ma anche ad attacchi diretti come la creazione del nomignolo “Mr Too Late (Signor Troppo Tardi, ndr” da parte dello stesso tycoon per riferirsi alla sua persona.
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Ma Trump non molla
Interpellato sulla questione, Trump ha negato di essere a conoscenza dell’indagine. “Non ne so nulla ma di certo non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici”, ha affermato alla Nbc. Il presidente ha anche precisato che la citazione in giudizio del Dipartimento di Giustizia americano non ha nulla a che fare con i tassi di interesse: “Ciò che dovrebbe metterlo sotto pressione è il fatto che il costo del denaro è troppo alto”, precisando che il recente operato della Fed “ha fatto del male a molte persone” e ora “gli stia facendo pressione”.
Successione in corso
Una partita, quella tra Trump e Powell, che si riaccende proprio mentre si avvicina l’addio di quest’ultimo e si intensificano i pettegolezzi su chi sarà il suo successore. Il mandato dell’attuale presidente Fed scade infatti a metà 2026 e il capo della Casa Bianca ha già detto senza mezzi termini che ne raccoglierà il testimone in base alla disponibilità a tagliare i tassi immediatamente. Il presidente ha comunque evocato in pubblico l’ipotesi di rimuovere Powell ante tempo, puntando proprio sui costi del cantiere che ora vengono contestati anche dalla giustizia.
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Sul mercato rally dell’oro
Intanto la risposta dei mercati non si è fatta attendere, con questo ennesimo elemento di incertezza sul futuro della Fed e di chi è chiamato a guidarla che ha dato un nuovo slancio alle quotazioni dell’oro. Il bene rifugio per eccellenza ha infatti raggiunto un nuovo massimo storico, con un rialzo di circa il 2% che lo ha portato a quota 4.600 dollari l’oncia. I futures sugli indici di riferimento di Wall Street indicano invece un’apertura in calo e mostrano preoccupazione per il nuovo capitolo di botta e risposta tra Fed e Washington.
I riflessi su rating e debito
Ma le conseguenze del dissidio si vedono anche sul fronte del debito pubblico americano, con l’agenzia Scope Ratings cha ha tenuto conto della debolezza politica in cui si trova la Fed nella decisione di declassare il rating sovra USA a AA- lo scorso ottobre. La conferma arriva da Eiko Sievert, executive director della divisione Sovereign and Public Sector della società, che ha chiarito come questo ultimo episodio ponga ulteriormente sotto stress i tradizionali meccanismi di pesi e contrappesi statunitensi. “L’azione legale che la banca centrale si trova ora ad affrontare intensifica ulteriormente le crescenti pressioni politiche e legali esercitate dal potere esecutivo sull’indipendenza e sulla credibilità di un pilastro fondamentale della governance americana”, ha detto, sottolineando come l’aumento del controllo politico e il tentativo di rimozione della governatrice Lisa Cook lo scorso anno siano destinati a rappresentare “una sfida significativa” per il prossimo presidente della Fed. Secondo l’esperto, questo scenario aumenta però anche il rischio di errori di policy da parte della stessa Fed. “Visto il duplice mandato della banca centrale”, ha detto, “le pressioni politiche dell’amministrazione per un taglio dei tassi di interesse accrescono il rischio che gli States continuino a mancare l’obiettivo del 2% di inflazione nei prossimi anni”. E benché un carovita più elevato possa sostenere la capacità del Paese di ripagare il debito, Sievert è convinto che esso aumenti anche la probabilità di premi al rischio più elevati nel medio termine a scapito delle finanze pubbliche. Da qui la previsione che il rapporto debito-PIL raggiunga il 140% entro il 2030 dal 122% del 2024: una dinamica che collocherebbe gli USA al secondo posto tra gli Stati più indebitati dopo il Giappone.
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