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Sarah Holden, senior director di ICI, spiega perché in America il coinvolgimento dei giovani nei fondi comuni supera il 50% contro il 15% dell’Italia. Al centro del divario i piani pensionistici volontari, che rappresentano il principale canale d’accesso agli investimenti e sostengono anche il boom degli ETF
In Italia solo il 15% dei giovani investe in fondi comuni, mentre negli Stati Uniti la quota arriva al 50%. Un gap le cui cause possono essere ravvisate in molteplici fattori, dalla maggiore propensione al rischio della popolazione a una più sviluppata cultura finanziaria, ma che vede in un aspetto su tutti la principale causa: la penetrazione degli strumenti di previdenza complementare. Lo confermano anche le ultime rilevazioni provenienti dall’Investment Company Institute, l’associazione di categoria degli asset manager attivi negli States, che per la prima volta hanno trovato spazio nell’Osservatorio Sottoscrittori di Assogestioni come materiale di confronto con l’industria del gestito d’Oltreoceano. FocusRisparmio ha raggiunto Sarah Holden, senior director dell’associazione per la divisione Retirement & Investor Research, per capire quali lezioni possono arrivare dall’altra sponda dell’Atlantico.
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Partiamo dall’inizio. La vostra indagine sullo stato dell’industria è campionaria, mentre quella di Assogestioni rappresenta un censimento diretto. Come costruite il campione e con chi vi interfacciate?
ICI raccoglie dati direttamente dalle società di gestione, dai transfer agent o dai custodian. Riusciamo a coprire il 98% degli asset dell’industria, inclusi alcuni soggetti che non figurano tra gli aderenti. Ad agosto 2025, gli ETF totalizzavano oltre 12mila miliardi di dollari e i fondi comuni 30.200 miliardi. Per quanto riguarda le indagini sulle famiglie, la metodologia è dettagliata nella nostra pubblicazione annuale…

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