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Cala la popolarità delle Borse e aumenta l’appeal delle aziende gestite da fondi professionali: “È l’occasione per differenziare le strategie d’investimento con i mercati privati”
Come spesso accade nella storia, è nelle crisi che l’uomo trova la spinta innovativa di cui poi si serve per progredire. Pur nella tragedia legata alla perdita di numerose vite umane, è stato così anche nel mondo della finanza e dell’asset management.
“Oggi gli investitori sono troppo focalizzati su quel che accade nei mercati pubblici (le Borse, ndr), trascurando il fatto che più della metà del Pil mondiale viene prodotto da società non quotate”, osserva Luca Gianelle, managing director per l’Italia di Russell Investments. “Questa crisi rappresenta l’occasione perfetta per gli investitori per differenziare le loro strategie d’investimento con i mercati privati”, sostiene il manager.
Main Street vs Wall Street
Lo scenario base in cui si trova l’industria del risparmio gestito è caratterizzato da un crescente interesse verso Main Street, il nomignolo con cui gli operatori del settore finanziaria chiamano in gergo, per contrapposizione con Wall Street, l’economia reale.
Questo lo si può riscontrare sia a monte, cioè sul lato della produzione e dell’offerta di prodotti, sia a valle, cioè dal lato della domanda, vale a dire distributori e quindi poi investitori.
“Sul fronte dell’offerta negli ultimi 20 anni c’è stato un grande incremento di aziende private gestisce molto bene da fondi professionali dedicati, mentre il numero delle società quotate è diminuito – ricorda Gianelle. Certamente è aumentata la capitalizzazione di Borsa a livello mondiale, ma il numero delle società che fanno ricorso al mercato dei capitali è in costante decrescita”.
Perché secondo lei?
Il mercato dei capitali è solo la punta di un iceberg. Il quotato è ciò che vediamo tutti i giorni sui monitor dei Pc e nei telegiornali, ma è una fetta poco rilevante e non rappresentativa dell’economia globale. Al di fuori del perimetro delle Borse c’è il vero tessuto dell’economia reale. Le società private con ricavi sotto i 500 milioni di dollari sono un numero considerevolmente più elevato di quelle pubbliche, parliamo di circa 30.000 aziende private contro le 1.500 quotate. E se andiamo verso fasce più alte di giro d’affari la sproporzione fra questi due mondi aumenta. Ecco perché il mercato pubblico è solo un sotto-insieme di quella che è la vera economia reale.
E a livello di performance cosa possiamo dire?
C’è un’evidenza storica: gli investimenti in aziende private generano rendimenti superiori rispetto a un investimento nel mercato pubblico. Questo è ancor più vero oggi con i tassi d’interesse a zero: il premio al rischio è nell’ordine del 4-6% annualizzato perché l’investitore rinuncia a possibilità di liquidare l’investimento in qualsiasi momento, che è invece la caratteristica dei mercati pubblici. Ovviamente trattandosi di un investimento illiquido necessita di un periodo temporale più lungo, diciamo di medio-lungo termine, per questo va sempre valutato in quest’ambito.
Chi può investire nei fondi che generano rendimenti nei mercati privati?
È interessante notare che l’autorità di vigilanza dei fondi pensione a prestazione definite, dopo decenni, ha dato il suo consenso affinché possano investire in fondi di mercati privati. Questo succede perché oggi con i tassi d’interesse sotto lo zero si crea un problema: l’impossibilità statistica e attuariale di raggiungere gli obiettivi che sono stati garantiti agli aderenti. Quindi oggi investire una quota significativa del proprio portafoglio nei mercati privati non è più un’opzione. Solo aggiungendo, per esempio, un 5-10% di allocazioni in mercati privati in aumentano le probabilità di raggiungere i target promessi agli aderenti. Questo è un importante sdoganamento che il mondo di bassi tassi determina nell’equilibrio di portafoglio degli investitori.
L’Italia che ruolo ricopre in questo contesto?
Le tendenze che ho spiegato all’inizio sono globali ma riguardano anche l’Italia. A livello domestico l’approvazione dei Pir alternativi su proposta Assogestioni, fatta con ammirabile tempestività, è figlia della necessità di trovare nuove forme di impiego del capitale da parte degli investitori, ma soddisfa anche le esigenze delle aziende di trovare nuovi canali di finanziamento alternativi a quello tradizionale bancario. Parlo soprattutto di quelle aziende di piccolissima dimensione che non hanno la forza di accedere al canale bancario. La pandemia di fatto non ha fatto altro che accentuare queste problematiche e accelerare il trend di crescita di “Main Street”.
Lo sforzo delle Banche centrali e dei governi però è molto ambizioso.
Sì, ma difficilmente riuscirà a ricoprire le esigenze di liquidita del mondo privato. Negli Usa, per esempio nomi molto noti hanno chiesto la tutela dai creditori chiedendo l’accesso al Chapter 11, la procedura fallimentare americana. Ecco allora nuove opportunità per chi vuole investire nel settore del debito distressed. Le faccio un esempio di una società che uno dei nostri gestori specializzati nel distressed ha in portafoglio: è una società satellitare asiatica che si è trovata ad avere l’escussione di un credito da parte dell’operatore che gli affitta i satelliti; il conto era 30 milioni di dollari, che la società però non aveva più in contanti, mentre le banche non erano disposte a fornire ulteriori linee di credito. Quindi, se questo credito non fosse stato pagato la società sarebbe stata insolvente. Invece è arrivato l’intervento del nostro gestore che ha deciso di prendersi un rischio su questa azienda il cui Ebitda era sceso da 100 a 40 milioni di dollari. Il nostro fondo ha concesso sottoscrizione di financing e da li è partita contrattazione con creditori e azionisti in modo che avvenuto trasferimento di proprietà.