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Articolo pubblicato su Dossier Emergenti (Marzo 2022). Accedi e scaricalo gratuitamente a questo link.
Politiche monetarie, inflazione, materie prime e, soprattutto, crisi geopolitiche mettono in crisi equilibri economici globali. Con quali effetti? Conversazione con Davide Tentori, Research Fellow – Osservatorio Geoeconomia di ISPI
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La pandemia ha innescato una fase di rinnovamento delle politiche industriali a livello globale. “Le tensioni sulla catena del commercio globale non sono svanite nel nulla e stanno determinando un cambio di paradigma negli equilibri internazionali. Le problematiche di breve periodo relative a colli di bottiglia non devono distogliere l’attenzione da un cambiamento che sarà di carattere strutturale”, afferma Davide Tentori, Research Fellow – Osservatorio Geoeconomia di ISPI.

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Inflazione e aumento dei costi delle materie prime, soprattutto di quelle necessarie alla produzione di beni ad alta intensità tecnologica, sono tra i principali fattori che muovono oggi l’economia globale. “Sotto il profilo degli equilibri geopolitici sono due le macro-tendenze di lungo periodo in atto. Primo, un aumento dell’importanza dell’area Asia-Pacifico, non solo per questioni politiche legate all’ascesa della Cina, ma in quanto strategica per la concentrazione di produttori chiave di microchip e semiconduttori. La seconda dinamica, collegata alla precedente, è la rimodulazione delle catene di approvvigionamento verso modelli con filiere produttive più corte per ridurre la dipendenza dall’estero”.
Cina “non più emergente”
“Le dinamiche della Cina sono sempre più simili rispetto a quelle dei Paesi avanzati. A partire da quella demografica, con l’aumento dell’età media che spinge lo sviluppo dei settori legati all’invecchiamento della popolazione. L’economia, inoltre, cambia con la spinta verso produzioni a sempre più alto valore aggiunto. Il campo dei semiconduttori e della produzione di microchip è fortemente strategico e porta Pechino a rendere sempre più esplicite le proprie mire nei confronti di Taiwan, leader globale del settore. Sarà questa una delle principali partite geopolitiche del prossimo decennio”.
India ripiegata su sé stessa
“Negli ultimi anni il modello di crescita si è concentrato prevalentemente su linee interne con il piano strategico Make in India che si basa sull’approccio nazionalista del governo di Narendra Modi. I problemi strutturali permangono e rendono la traiettoria dei tassi di crescita più incerta rispetto al resto dell’area asiatica”.
I campioni della crescita
“I Paesi più piccoli dell’area, come il Vietnam, sono quelli con il migliore potenziale in termini relativi poiché inseriti nelle catene produttive regionali legate alla Cina ma con costi del lavoro più bassi e con una stabilità macroeconomica che ha consentito nel corso degli ultimi anni una crescita solida e stabile. La popolazione in età da lavoro in questi Paesi è in forte aumento. Fattore che favorirà un ulteriore incremento della produttività”.
Europa emergente, la guerra ai confini
Attualmente Polonia e Ungheria vivono una fase di alta tensione con Bruxelles – a causa della sentenza della Corte di Giustizia sul mancato rispetto dello stato di diritto nei due Paesi – che può, nel caso più estremo, sfociare nel blocco dei fondi previsti dai piani di ripresa post-pandemici dell’Unione. Un quadro in forte evoluzione, però, per l’intera area per effetto della prossimità del conflitto fra Russia e Ucraina.
Voglia di cambiamento
“Prosegue il progetto delle monarchie del Golfo di sfruttamento delle risorse petrolifere in ottica di diversificazione dell’economia. Il prezzo del petrolio in crescita permetterà di allocare i capitali per sviluppare il turismo e, in generale, per aumentare la quota di servizi diminuendo la dipendenza dalle materie prime”.
America latina, la storia si ripete
“Il boom dei prezzi delle materie prime sta al momento favorendo un’area ancora complessivamente debole dal punto di vista finanziario. I Paesi con maggiore stabilità macroeconomica, come il Cile, grande produttore di rame ma soprattutto di litio, potranno avere un ulteriore impulso alla crescita.
Attenzione sul Brasile per le elezioni presidenziali di ottobre, sull’Argentina ancora in cronica difficoltà e su una possibile fuga di capitali per effetto delle dinamiche innescate dalla Federal Reserve con risvolti sul dollaro”.
Africa, una montagna di debito
“Se da un punto di vista sanitario la pandemia ha parzialmente risparmiato il Continente, lo stesso non si può dire dal punto di vista economico. Il debito pubblico, in gran parte debito estero, è cresciuto mediamente di una quota pari al 10-15% del Prodotto interno lordo. Le iniziative prese a livello internazionale, tra cui quelle sostenute dal G20, non sono sufficienti per liberare le economie africane da questa zavorra e favorire la ripresa economica. Il Continente di certo è terreno di scontro per le potenze estere, in particolare per materie prime e opere infrastrutturali”.
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