Stati Uniti ancora in crescita, Europa meno attrattiva e volatilità sui mercati. Il nuovo anno, per gli esperti di Allianz Global Investors, sarà dettato dalle incognite, ma riserverà sorprese sull’obbligazionario governativo USA e sull’azionario europeo
Enzo Corsello, country head Italia di Allianz Global Investors
Che ovvietà, si direbbe: non si può certo predire il futuro. Eppure in fase di presentazione del market outlook di Allianz Global Investors, Enzo Corsello, country head Italy della società, ci tiene a sottolineare, riprendendo una celebre dichiarazione di Niels Bohr, premio Nobel per la fisica – “È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro” – a ribadire che gli outlook non sono previsioni sul domani della finanza globale, piuttosto cercano di definire i punti fermi del sentiment degli investitori.
Non risulta allora così ovvia la puntualizzazione se si guarda agli outlook degli ultimi due anni, o più brevemente agli outlook degli ultimi mesi del 2024, e si nota quante cose “predette” non si sono poi avverate. Divinazioni finanziarie fallite? No, spiega Corsello, piuttosto indicazioni relative a quel momento storico. Non si può dire, inoltre, che gli ultimi anni, a livello di eventi storici, non abbiano sorpreso tutti: osservatori, investitori, gestori, dibattito pubblico. Per questo se a novembre dello scorso anno le aspettative sulla crescita americana erano rosee, adesso a distanza di un paio di mesi, risultano più attenuate.
“La maggior parte degli outlook sono d’accordo nel prevedere la forza dell’economia americana. Quel livello di cautela e timore del biennio scorso si è volatilizzato”, spiega il manager. Parrebbe che gli osservatori a inizio 2025 protendano per uno scenario di soft landing per l’economia americana. “I primi passi della presidenza Trump, con annunci e nomine, ci porta però all’hard reality”, dice Corsello, e quindi “a capire che il mondo perfetto con l’inflazione che continua a scendere accompagnata da una crescita robusta non è il mondo con il quale ci confronteremo”. Lo scenario è quello di un mondo volatile. Aggettivo che fa il paio con “incerto”.
“Andiamo verso uno scenario dettato dall’incertezza sublimata” afferma Corsello. Non che gli investitori che frequentano i mercati finanziari non siano già quotidianamente alle prese con la variabile dell’incertezza, “ma il 2025 sarà particolarmente incerto, in relazione a: traiettoria delle banche centrali più importanti del pianeta, incognite sulla politica fiscale sia americana che europea, paura per l’implementazione di dazi oltre Atlantico, politica commerciale e mercato del lavoro”.
A fronte dell’incertezza, “entriamo nel 2025 con una serie di aspetti costruttivi”. Il puzzle è presto costruito dal country head: economia in salute degli Stati Uniti, dati sui mercati del lavoro floridi e una postura della Fed – nonostante abbia dovuto riaggiustare la traiettoria – ancora ribassista. Inoltre, il combinato di crescita forte e inflazione tra il 2,5% e il 3,5% delinea uno scenario incerto, per diverse variabili esogene, ma comunque di crescita nominale robusta.
Sul lungo periodo, la società crede che il percorso di crescita americana sia robusto ma destinato a rallentare, passando da livelli sopra trend, e cioè attorno al +2% – succede dal 1971 – a una crescita sotto trend, “fatto salvo qualche sorpresa dal punto di vista degli stimoli, visto che abbiamo detto che è l’anno dell’incertezza”, chiosa l’esperto.
Scenario di coda
E se di anno dell’incertezza si tratta, c’è anche uno scenario di coda sul 2025, secondo l’asset manager. Meno forte, ma comunque delineato e che vedrebbe la Fed costretta a cambiare la sua postura. In più, l’eventuale rialzo dei tassi si potrebbe intersecare con una fase fisiologica di rallentamento della crescita degli utili. “Non è uno scenario centrale, ma possibile”, rassicura Corsello, “che sta guadagnando corpo man mano che si analizza il livello del tasso di rendimento del treasury americano e che nell’eventualità della sua realizzazione ci porterebbe ad assumere posizioni più difensive”.
Il focus resta sull’obbligazionario governativo. Americano, piuttosto che europeo. La scelta, argomentata da Massimiliano Maxia, Fixed Income product specialist di Allianz Global Investors, è sostenuta in maniera chiara da una parte dalle caratteristiche sulla crescita, dall’altra dal momento particolare che sta vivendo l’Unione Europea su diversi fronti: politico (i conti pubblici francesi, la politica fiscale e le elezioni in Germania, ad esempio), geopolitico con il conflitto ucraino ancora in corso e di dipendenza energetica dalla Cina per le risorse sostenibili, che secondo Corsello, “ha di fatto sostituito una dipendenza [quella dalla Russia per il gas, ndr] con un’altra”.
“All’inizio del 2024 partivamo da una curva americana invertita” spiega Maxia, “cioè con maggiori rendimenti sulla parte breve rispetto a quella lunga”. “Nel corso dell’anno”, continua, “abbiamo avuto la Fed che ha cominciato a tagliare i tassi e ciò ha portato alla fine del 2024 a rivalutare il posizionamento sull’asset class in termini di duration”. Per l’esperto, la duration tenderà ad avere un uso più tattico nei portafogli non tanto in America quanto in Europa dove è presente uno scenario più divergente, “in base al punto della curva dei rendimenti del treasury”, aggiunge Corsello. Insomma, “il fixed income ritorna a fare il fixed income”.
“Il mercato azionario è reduce da una performance sorprendente” afferma Corsello. Gli Stati Uniti nell’ultimo biennio sono stati il mercato guida e nelle previsioni della società lo rimarranno. “Ci aspettiamo una prosecuzione della leadership americana”.
In effetti, stando ai grafici forniti dalla società sullo spread tra S&P e S&P Equal Weight, sono gli anni di crescita più positivi rispetto al 2008 dove la relazione tra i due indici segnava un -19,8%. L’indice si è mantenuto attorno al 3,5% negli anni successivi. Nell’ultimo biennio lo spread ha segnato il 12,4% (2023) e il 12,0% (2024).
A livello azionario, Corsello non esclude che anche l’Europa possa essere, nella seconda parte dell’anno, un mercato “che riservi delle sorprese agli investitori, visto il costo delle azioni”. La natura cheap del mercato europeo metterebbe il Vecchio Continente in una posizione interessante, a dispetto della sottoperformance degli ultimi dieci anni rispetto al mercato americano.
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