Confermato il netto calo dei prezzi italiani a giugno: +6,4%. Ma per il sondaggio Ifo l’indice globale toccherà il 7% quest’anno, il 6% nel 2024 e il 4,9% nel 2026. Tra gli investitori cala l’appetito per il rischio
Mentre viene confermata la netta discesa dei prezzi in Italia, che a giugno sono calati al +6,4% dal +7,6% di aprile, previsioni grigie arrivano dagli economisti di tutto il mondo. Dai sondaggi trimestrali a cura dell’Ifo Institute e dello Swiss Economic Policy Institute emerge infatti come la maggior parte degli esperti consideri l’obiettivo delle banche centrali ancora lontano e veda il carovita mantenersi su livelli decisamente elevati nei prossimi anni. Una visione confermata dagli ultimi Institutional Investor Indicators di State Street, che registrano un appetito per il rischio in ulteriore calo da parte degli investitori istituzionali.
Per quanto riguarda l’Italia, l’Istat conferma il deciso rallentamento del carovita a giugno grazie al calo dei prodotti energetici. In frenata anche l’indice di fondo, quello al netto di energia e alimentari, passato dal 6,0% di aprile al 5,6%. Si attenua la crescita su base annua dei prezzi dei beni (da +9,3% a +7,5%) e, in misura minore, quella dei servizi (da +4,6% a +4,5%): un dato che porta il differenziale inflazionistico tra il comparto tra i due comparti a -3 punti percentuali da -4,7 di maggio. Su base mensile, l’indice ha registrato una variazione nulla mentre il dato acquisito per il 2023 è pari a +5,6% a livello generale a +4,9% per la componente core.
Ma “i prezzi globale resteranno elevati”
Mentre la cura da cavallo messa in atto dalle banche centrali sembra cominciare a dare i suoi effetti, a gelare le speranze di un progressivo ritorno al target del 2% ci pensano gli economisti globali intervistati dall’Economic Experts Survey. Per gli esperti, infatti, il tasso d’inflazione a livello mondiale raggiungerà il 7% quest’anno, il 6% l’anno prossimo e il 4,9% nel 2026. “Le aspettative per il 2023 e in avanti sono praticamente identiche a quelle del sondaggio condotto nel primo trimestre”, dice Niklas Potrafke, ricercatore dell’Ifo, spiegando che bisognerà dunque prepararsi “a tassi di inflazione elevati”.
Nel dettaglio, gli economistiprevedono che nel 2023 il costo della vita raggiungerà il 4,6% negli Usa, il 7,6% nel Regno Unito, il 5,5% in Irlanda e il 4,4% in Canada. Per la Germania la stima si attesta al 5,8%. Le aspettative sono invece ben al di sotto della media mondiale in Europa occidentale (4,9%), Nord America (4,5%) e Sud-Est asiatico (4,8%). Inoltre si tratta di cifre in calo rispetto al sondaggio del trimestre precedente, rispettivamente di 0,4, 0,5 e 0,3 punti percentuali. Tra le regioni con tassi di inflazione particolarmente elevati spiccano invece il Sud America (23,3%) e gran parte dell’Africa.
Istituzionali ancora cauti. E gli EM diventano bene rifugio
Intanto, nonostante il rally dei mercati, tra gli istituzionali continua a prevalere un atteggiamento prudente. L’indice State Street Risk Appetite mostra infatti come gli investitori a lungo termine abbiano ridotto ulteriormente le loro partecipazioni in asset rischiosi a giugno, rivelando un sentiment ancora pessimista. Nonostante l’attenuazione della crisi bancaria, il superamento del blocco sul tetto del debito Usae la pausa Fed, gli operatori non hanno abbandonato la fase difensiva iniziata a febbraio, la più lunga osservata dalla crisi finanziaria globale.
Michael Metcalfe, head of macro strategy di State Street Global Markets
L’incertezza sull’inflazione ostinata e la natura ad intermittenza dei cicli di restrizione delle banche centrali li hanno infatti resi diffidenti nei confronti delle obbligazioni, mentre il rischio di recessione continua a tenere in sospeso le posizioni negli asset ciclici. “Il nostro indicatore di propensione al rischio mostra che gli investitori hanno ridotto costantemente il rischio dal 7 febbraio, anche se i mercati azionari hanno continuato a salire”, chiarisce Michael Metcalfe, head of macro strategy di State Street Global Markets.
Il report sottolinea anche come, pur essendo consapevoli di una possibile recessione, gli investitori non sembrino pronti per la debolezza dei mercati azionari o per la forza di quelli obbligazionari. Con i bond che appaiono comunque meglio preparati ad affrontare eventuali shock nel secondo semestre rispetto alle azioni. “È chiaro che sono in arrivo altri rialzi dei tassi negli Stati Uniti e si sono verificati numerosi avvertimenti da parte di altre banche centrali, con la ripresa o la nuova accelerazione dei cicli di inasprimento. D’altro canto, l’inflazione rimane a livelli elevati e i rischi di recessione, soprattutto in Europa, cominciano a farsi sentire”, puntualizza Metcalfe, il quale sottolinea come ci ritroviamo comunque con lo stesso scenario macro stagflazionistico che ha turbato i mercati per gran parte del 2022.
Altro aspetto interessante è che, nonostante il trend di derisking, la domanda di asset emergenti è stata sorprendentemente positiva. Ciò, a detta dell’esperto di State Street Global Markets, riflette in parte il fatto che gli investitori hanno ancora una significativa sotto-ponderazione in questi mercati. Circostanza che segnala come siano improbabili rifugio sicuro durante una recessione dei mercati avanzati”.
Quanto al fatto che l’allocazione in azioni è superiore di circa un punto percentuale rispettoa inizio dell’anno, per Metcalfe si tratta di un dato solo apparentemente in contraddizione con la propensione al rischio. “La realtà è che quest’anno l’equity ha sovraperformato i bond con un margine significativo e gli effetti di rivalutazione fanno sì che gli investitori abbiano un ‘sovrappeso indesiderato’ nell’azionario, oltre che in alcuni settori ciclici focalizzati sui titoli tecnologici, spiega. Poi conclude: “Tuttavia, abbiamo iniziato a vedere gli investitori riconsiderare tale sovra-ponderazione”.
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