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Panebianco (Pwc): “Forti sinergie sia nella produzione, con una crescita importante delle masse di Pramerica, sia nella distribuzione, grazie all’affiancamento di una banca digitale a oggi assente nella galassia ISPB”
“Vogliamo che i due migliori player bancari italiani crescano insieme e creino un leader europeo nella concessione di credito, nel wealth management e nella protezione e nella crescita sociale e inclusiva del Paese”. Parola di Carlo Messina, il Ceo della prima banca italiana e artefice dell’operazione lampo che nella notte ha visto Intesa Sanpaolo formalizzare le pretese sul capitale di UBI Banca.
Per approfondire: Intesa Sanpaolo e il blitz su UBI Banca: i dettagli dell’operazione
L’operazione fra prima e quarta banca italiana promette di modificare in maniera sostanziale lo scacchiere dell’industria bancaria italiana e di alterare i rapporti di forza nel settore del risparmio gestito, sia a monte che a valle della catena produttiva dove i due colossi bancari operano con le rispettive società-prodotto e reti di consulenza.
Risiko bancario ma non solo
Eurizon e Fideuram Ispb da un lato, Pramerica, Iw Bank e Ubi Top Private dall’altro. L’istituto di Ca’ de Sass già oggi è il leader in Italia con una quota intorno al 16%, contro il 9% di Unicredit. UBI Top Private è quarta con circa il 4%: l’integrazione darebbe vita a una realtà capace di controllare da sola un quinto di tutto il private banking italiano.
Per Intesa Sanpaolo il buon fine dell’accordo avrebbe un grandissimo senso industriale: i tassi di interesse nulli e la crescita zero in Italia ne stanno schiacciando i margini di interesse.
Integrando le attività di Ubi, la banca può risparmiare eliminando le sovrapposizioni e spingere un numero maggiore di prodotti che generano commissioni attraverso una rete più estesa. Basti pensare che nel 2019 il 46% circa degli utili lordi totali è giunto da attività legate al wealth management.
“Dal punto di vista della divisione asset and wealth management ci saranno sicuramente forti sinergie dal punto di vista della produzione con una crescita importante delle masse derivanti dall’apporto dei 65 miliardi (di cui 25 miliardi per conto di clientela istituzionale) oggi gestiti da Pramerica, che potrebbero essere fusi nella società di asset management del gruppo Intesa Sanpaolo”, commenta a FocusRisparmio Mauro Panebianco, responsabile Emea advisory asset e wealth management di PwC.
Inoltre, il costituendo gruppo avrà sicuramente una potenza di fuoco superiore rispetto al passato nella distribuzione di prodotti di risparmio gestito, “non solo per la crescita considerevole delle filiali – circa mille che arriverebbero con l’operazione –, ma anche per l’incremento dei promotori finanziari, circa 690, ma soprattutto per l’affiancamento di una banca con vocazione digitale, sul modello Fineco, a oggi assente nella galassia ISPB”, aggiunge Panebianco.
Di fatto il gruppo aumenterà la sua leadership sul mercato domestico, proseguendo la strada sulla ricerca di economie di scala che le consentirebbero di gareggiare ad armi pari con i colossi del risparmio europei di matrice francese, inglese e tedesca.
Torna di moda l’M&A nel gestito?
Le notizie più fresche nel settore provengono dal mondo anglosassone. Di questa settimana gli ultimi due deal: Jupiter su Merian GI e Franklin Templeton su Legg Mason.
Alessandro Falconi, Co-Head of Innovation & Strategy, Transformation Consulting di Capgemini Italy fa notare che dall’entrata in vigore di MiFID II abbiamo assistito a molteplici operazioni di M&A nel settore dell’asset management: Janus-Henderson; Amundi-Pioneer; Aberdeen-Standard Life per citare le maggiori.
“La tendenza al consolidamento non è limitata all’industria dell’asset management, ma è visibile in tutto il mercato dei financial services”, commenta l’esperto a FocusRisparmio, “ciò è dovuto principalmente a due fattori: la necessità di ridurre i costi grazie al raggiungimento di economie di scala in un mercato che vede la redditività in costante contrazione e l’eccesso di liquidità del mercato che facilita operazioni di M&A”.
In ottica di una sempre maggiore trasparenza dei costi è probabile che il processo di ulteriore riduzione del pricing dei prodotti “standard” acceleri ulteriormente l’ondata di M&A. In questo contesto, sostiene Falconi, il modello di business delle boutique è tendenzialmente favorito dalla concentrazione, purché si focalizzi su soluzioni di investimento tailor made. “Solo così può riuscire a generare valore e non essere inghiottito dalla spirale al ribasso dei ricavi”.
Il nodo dei manager
Tornando a casa nostra, la fusione Intesa-Ubi potrebbe dare vita anche a una serie di semplificazione nelle strutture di vertice, con l’uscita di top manager per evitare sovrapposizioni.
Oggi UBI Top Private è guidata da Riccardo Barbarini, mentre al timone della rete di Iw Bank c’è Dario Di muro. A capo di Fideuram Intesa Sanpaolo PB è in arrivo Tommaso Corcos, proveniente da Eurizon, dove invece si insedierà nel ruolo di amministratore delegato Saverio Perissinotto.
Il blitz di Intesa è avvenuto all’indomani della presentazione del piano industriale che caratterizzerà i prossimi tre anni di Ubi Banca, una strategia che vede come colonna portante gli investimenti per potenziare la rete di consulenza del gruppo e i servizi di wealth management. Nel corso della conference call per presentare l’offerta pubblica di scambio su Ubi, il ceo di Intesa, a precisa domanda, ha detto di non aver intenzione di vendere le proprie case prodotto.
Il piano prevede, tra le altre cose, l’uscita volontaria di almeno 5 mila dipendenti (definita una stima conservatrice), nel conto sono comprese 300 persone di Ubi che hanno già raggiunto l’accordo con i sindacali, mille di Intesa già previste e le altre arriveranno dagli incentivi messi a disposizione dalla banca. Il gruppo si è tuttavia impegnato ad assumere un giovane ogni due uscite (quindi almeno 2.500 assunzioni).