Per EY, gli Ide verso il Paese sono saliti del 17% nel 2022. Più di Francia, Germania e Uk. Ma c’è ancora terreno da recuperare. Fitto: “Piano fattore chiave per colmare il gap solo se si portano avanti i progetti fattibili”. E sulla terza rata: “Ci siamo”
Con 243 nuovi progetti, l’Italia è stata tra i primi dieci Paesi europei per capacità investimenti diretti esteri (Ide) nel 2022. Ma, poiché la sua quota di mercato resta stabile al 4% contro i numeri a doppia cifra degli altri grandi membri Ue, c’è ancora margine di miglioramento. E per sfruttarlo serve mettere a terra i fondi del Pnrr con un’ottica che guardi più alla qualità degli interventi che alla loro quantità. È quanto emerso dell’Outlook sul secondo semestre 2023 di EY, un appuntamento in cui la società di consulenza ha presentato i risultati della sua ultima Europe Attractiveness Survey e si è confrontata con esponenti del governo sulle prospettive di crescita del Paese.
Raffaele Fitto, ministro per gli Affari Europei
Secondo la ricerca, che ha analizzato l’andamento degli Ide per Stato e settore insieme alle percezioni dei soggetti coinvolti, la Penisola sta recuperando terreno sulle altre principali economie europee in termini di attrattività. A dimostrarlo, c’è il tasso di crescita dei nuovi progetti che hanno interessato Roma nell’ultimo anno: +17% contro il +3% di Parigi, il -1% di Berlino e il -6% di Londra. Ciononostante, le stesse capitali continuano ad attrarre molte più risorse della nostra in valore assoluto: rispettivamente il 16%, il 14% e il 21%. Questo significa che lo spazio di crescita è ancora molto, come del resto dimostrano le dichiarazioni rese dagli intervistati. E se il ceo di EY Italy Massimo Antonelli ritiene che “le opportunità per sfruttarlo risiedano soprattutto nel Pnrr”, il ministro per gli Affari Europei Raffaele Fitto ha sottolineato come il piano debba essere modificato e approcciato in un’ottica diversa per fungere davvero da volano di sviluppo.
Servizi e IT il traino. Anglosassoni i maggiori investitori
A livello di settori, la survey evidenzia come i servizi B2B e il comparto IT, con il 19% e il 16% degli Ide totali dell’anno, siano risultati i settori più attrattivi per gli investitori stranieri in Italia. In calo trasporti e logistica, che segnano invece un decremento del 4% rispetto al 2021. A livello geografico, i maggiori investitori del 2022 si sono rivelati gli Stati Uniti (21%), la Francia (14%) il Regno Unito (14%) e la Germania (11%): i loro capitali sono confluiti per oltre metà (57%) nelle regioni del Nord-Ovest, dove si trovano alcuni dei distretti industriali più attrattivi, mentre Centro, Nord-Est e Sud si sono accontentati dal 16%, del 12% e del 10%.
È forte l’ottimismo. Ma restano criticità
Secondo la ricerca, l’interesse degli operatori per il Belpaese resta forte anche in ottica futura. Il 54% delle imprese intervistate ha dichiarato di volere investire in Italia nei prossimi dodici mesi e il 57% si aspetta un ulteriore miglioramento dell’attrattività di qui a tre anni. La dimensione del mercato nazionale rappresenta per il 65% del campione il principale driver che spinge gli investitori a stabilire una presenza diretta nel Paese mentre il 57% ritiene che rientri nel novero degli incentivi più efficaci anche il limitato grado di concorrenza in alcuni settori spesso caratterizzati dalla presenza di grandi imprese. Vincoli burocratici (64%) e incertezza politica e regolatoria (55%) sono gli elementi che, al contrario, disincentivano maggiormente. Ed è proprio in quest’ottica che diventa fondamentale la gestione del Pnrr. Così come la percezione che l’opinione pubblica ne ha.
Il nodo Pnrr. Fitto: “Non siamo indietro”
“Presso i manager pubblici e privati cala la fiducia sul fatto che il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza possa trasformare il Paese”, ha detto Dario Bergamo, responsabile Mercati Regolati di EY. Ecco perché, ha sottolineato il manager, le soluzioni per far fruttare davvero gli oltre 200 miliardi di finanziamenti non possono non passare da due snodi: una maggiore collaborazione pubblico-privato e la realizzazione dei tre grandi obiettivi a breve termine che le istituzioni si sono date, cioè la transizione energetica e quella digitale insieme alla realizzazione delle infrastrutture. A questi tasselli, Fitto ne ha aggiunto un altro: la qualità della spesa. “Occorre capire quali progetti possano essere conclusi entro giugno 2026, portare avanti quelli e ricollocare gli altri su strumenti di programmazione a più lungo termine”, ha spiegato il ministro. Che ha messo al centro del dibattito anche il tema dell’impatto di guerra e inflazione sui costi di attuazione delle opere preventivate quando il piano è stato scritto.
In ogni caso, Fitto ha sottolineato come l’Italia non sia in ritardo: “Sulla terza rata del Pnrr ci siamo. È la prima volta che abbiamo avuto 55 obiettivi e sono stati tutti raggiunti. Nella fase di verifica ci sono approfondimenti che stiamo facendo con la Commissione Ue in modo costruttivo”. Una rivendicazione che si è aggiunta alla valorizzazione del RePowerEU: “Il governo sta lavorando per renderlo un capitolo aggiuntivo molto rilevante all’interno del Pnrr. Tra le principali linee di intervento, il rafforzamento della nostra rete energetica e una risposta strutturale in materia di incentivi e di efficientamento energetico”.
“Italia locomotiva d’Europa”. Ma la PA va cambiata
Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy
Anche Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, ha voluto ribadire la positività del contesto in cui versa oggi il Paese. “Al momento è l’Italia, accanto alla Polonia, la locomotiva d’Europa”, ha detto. “Il nostro Pil nel primo trimestre 2023 è aumentato dello 0,6% rispetto a quello precedente e dell’1,9% su base annua. Tutte le stime sono in rialzo: quest’anno dovremmo crescere dell’1,3% e il prossimo anno almeno dell’1,1%”, ha aggiunto. Un’unica nube si staglia nell’orizzonte della sua prospettiva: “La Germana è in recessione tecnica mentre il Regno Unito ci finirà a breve e la Cina sta rallentando. Uno scenario che ci espone a rischi, essendo in particolare i tedeschi i nostri primi partner per investimenti ed esportazioni”.
Guido Crosetto, ministro della Difesa
Di scarsa attrattività del settore pubblico ha invece parlato Guido Crosetto, ministro della Difesa. “Lo Stato italiano negli ultimi anni si è seduto nell’idea che tutti dovessero guadagnare poco, che la qualità non fosse importante, che investire nelle capacità non fosse importante. Nell’ultimo periodo le persone più brave sono state attirate più dal privato che dalla pubblica amministrazione”, ha detto. Per poi concludere: “C’è bisogno di più velocità, infrastrutture sia fisiche che digitali, possibilità di investire di più in ricerca e tecnologia, un sistema universitario che migliori”.
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