Dollaro, curve dei rendimenti ed ETF attivi: perché l’anno che è appena cominciato può cambiare la geografia dei portafogli
Pierluigi Ansuinelli, VP e portfolio manager di Franklin Templeton Investment Solutions
Per capire perché il 2026 potrebbe essere un anno di svolta bisogna partire da un’ammissione rara nel linguaggio degli outlook finanziari. “Negli ultimi anni abbiamo sempre parlato di ampliamento delle opportunità di investimento, ma è un tema che non ha funzionato”, riconosce Pierluigi Ansuinelli, VP e portfolio manager di Franklin Templeton Investment Solutions. “I mercati sono andati nella direzione opposta, concentrandosi sempre di più sugli Stati Uniti”. La domanda oggi non è più se il mondo sia meno americano, ma se stiano maturando le condizioni perché lo diventi davvero. “Volevamo capire perché quest’anno potrebbe funzionare”, spiega Ansuinelli. Il punto di partenza resta la crescita: “quando si investe in azioni lo si fa per catturare la crescita economica e la crescita degli utili”. È una relazione storica che ha premiato l’America, ma che ha anche prodotto una concentrazione senza precedenti. Alcuni segnali, però, indicano un possibile riequilibrio. “Negli ultimi cinque anni i mercati emergenti hanno reso circa un terzo rispetto all’azionario americano, ma nell’ultimo anno la performance è stata tre volte superiore”. Un dato che riporta al centro il tema delle valutazioni. “Oggi tutto il resto del mondo costa meno degli Stati Uniti”, anche se, avverte Ansuinelli, “un prezzo basso da solo non basta se non è accompagnato dalla crescita”.
Nel caso dei mercati emergenti, le condizioni strutturali sono note. “Il PIL cresce più velocemente, la demografia è favorevole e la classe media continua ad ampliarsi”, ricorda Ansuinelli. Eppure per anni questo non si è tradotto in performance. “Mancava la scintilla”, ribadisce l’esperto. Oggi quella scintilla è una combinazione di fattori macro: “C’è una crescita un po’ migliore, un dollaro più debole e una politica monetaria meno restrittiva”. Anche la composizione dei portafogli racconta uno squilibrio potenzialmente destinato a ridursi. “Gli Stati Uniti rappresentano circa un quarto del PIL mondiale, ma oltre il 60% della capitalizzazione di mercato e una quota ancora più elevata nei portafogli”. I mercati emergenti, al contrario, “pesano intorno al 5%, quando anche una stima prudente li porterebbe almeno all’11%”. L’Europa non è vista come un nuovo motore di crescita globale, ma come un tassello di diversificazione. “Non credo che l’Europa possa crescere più degli Stati Uniti”, chiarisce Ansuinelli. “Ma può fare dei passi avanti”. Partendo da livelli molto bassi, anche miglioramenti contenuti diventano rilevanti per i mercati, soprattutto se accompagnati da una composizione settoriale meno sbilanciata sulla tecnologia.
Ragioni a favore della diversificazione geografica
Fonte: Clearbridge, Morningstar Category Assets 30 novembre 2025. PIL al 31 dicembre 2025. Indice MSCI ACWI al 31 dicembre 2025
ETF attivi: il vero cambiamento strutturale del 2026
Vincenzo Sagone, head of ETF Sales Italy di Franklin Templeton
È in questo contesto di riallocazione geografica, maggiore dispersione dei rendimenti e curve dei tassi ancora inclinate che gli ETF attivi stanno uscendo definitivamente dalla nicchia. “La grande rivoluzione che stiamo vivendo è quella degli ETF attivi”, afferma Vincenzo Sagone, head of ETF Sales Italy di Franklin Templeton. Non si tratta solo di un’innovazione di prodotto, ma di un cambiamento nel modo in cui gli investitori accedono alla gestione attiva. Il quadro dimensionale è già significativo. A livello globale il mercato degli ETF sfiora i 20 trilioni di dollari di masse in gestione, con oltre 13.000 strumenti quotati. All’interno di questo universo, “gli ETF attivi rappresentano ancora una quota minoritaria, ma sono il segmento in più rapida crescita”. In Europa le masse sono poco sopra gli 80 miliardi di euro, ma “nel solo 2025 i flussi hanno superato i 20 miliardi”, con tassi di crescita intorno al 30% annuo. Un’accelerazione che sta attirando nuovi operatori. “Sedici asset manager hanno lanciato ETF attivi per la prima volta nel 2025”, sottolinea Sagone, “inclusi gestori che finora erano rimasti fuori dal mondo ETF”.
Focus sull’Europa
Fonte: Morningstar, 16 dicembre 2025
Il motivo di questo successo è concettuale prima ancora che commerciale. “Un ETF non è per definizione passivo”, chiarisce l’esperto. “È semplicemente uno strumento quotato”. L’associazione automatica tra ETF e replica passiva è il retaggio dei primi prodotti. Oggi il formato ETF consente di combinare trasparenza, liquidità e costi contenuti con la discrezionalità del gestore.
Il reddito fisso è l’asset class in cui questo cambio di paradigma è più evidente. “L’indice Bloomberg Global Aggregate comprende oltre 30mila titoli obbligazionari”, osserva Sagone. “Replicarlo significa esporsi in modo indiscriminato a emittenti, duration e qualità creditizia molto diverse”. In questo contesto, la gestione attiva diventa uno strumento di controllo del rischio oltre che di generazione di rendimento. “Se un gestore seleziona 100 o 200 titoli sulla base della ricerca, è intuitivo pensare che possa creare valore”. Ma il fenomeno non si ferma alle obbligazioni. “Nelle small cap, negli emerging market e in tutte le asset class dove l’inefficienza è più elevata, la capacità di selezione fa la differenza”, continua il manager. È qui che gli ETF attivi iniziano a essere utilizzati non come semplice alternativa ai fondi tradizionali, ma come componente strategica dei portafogli. La strategia di Franklin Templeton va proprio in questa direzione. “L’obiettivo è portare nel formato ETF le competenze delle nostre boutique specializzate”. Dalla gestione obbligazionaria europea all’azionario americano small e mid cap, l’idea è sfruttare la ricerca proprietaria per costruire ETF ad alta convinzione, capaci di generare alfa in modo mirato. Un lavoro che l’asset manager sta già facendo, costruendo dei nuovi ETF attivi che verranno immessi sul mercato già nei prossimi mesi.
Nel 2026, dunque, la diversificazione non passa solo dalla scelta dei mercati o delle valute, ma anche dal modo in cui si accede alla gestione attiva. In un mondo caratterizzato da maggiore volatilità, rendimenti meno uniformi e concentrazioni estreme, gli ETF attivi si candidano a diventare uno degli strumenti chiave per trasformare i grandi temi macro in decisioni di investimento più selettive e consapevoli.
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