Reddito fisso: ecco dove guardano gli analisti nel 2026
Dopo il rimbalzo del reddito fisso, il nuovo anno si apre all’insegna dell’asset class. Strategie flessibili, mercati emergenti e gestione attiva al centro delle scelte dei fund selector
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Tra l’incertezza sulle politiche della Federal Reserve e le preoccupazioni sulla liquidità in alcuni mercati, per gli investitori istituzionali il 2026 si è aperto all’insegna della cautela. Lo certifica lo State Street Risk Appetite Index, che a gennaio è sceso a un valore neutrale pari a 0, dal +0,36 registrato a dicembre. Nonostante questo, l’esposizione complessiva alle azioni ha continuato ad aumentare, mentre le allocazioni verso obbligazioni e liquidità sono ulteriormente diminuite. Resta poi forte il sovrappeso sull’equity USA, mentre non si ferma la fuga dal dollaro.
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“A gennaio sono emerse diverse tendenze rilevanti nel comportamento degli investitori”, spiega Dwyfor Evans, head of Apac macro strategy di State Street Markets. La prima è che gli istituzionali hanno aumentato l’esposizione al rischio verso metà mese, per poi mostrare un forte calo dell’entusiasmo a causa dell’incertezza legata alla nomina del presidente della Fed, alla liquidità dei mercati e alle valutazioni. “Detto ciò, hanno chiuso il mese con allocazioni azionarie ai livelli più elevati dall’ottobre 2007 e con un’esposizione obbligazionaria ai livelli più bassi dall’agosto 2008”, sottolinea l’esperto, secondo cui tale divergenza sta continuando a ritmo sostenuto. Altra tendenza importante riguarda il biglietto verde, ancora sotto pressione. “Ha perso ulteriore terreno nel corso di gennaio, nonostante vendite meno intense verso fine mese. La narrativa sulla diversificazione dal dollaro persiste”, rimarca Evans. Nel frattempo, l’interesse per gli asset obbligazionari denominati in valuta USA è rimasto debole, con i flussi istituzionali scesi verso il quintile più basso.
Più nel dettaglio, gli investitori rimangono sovrappesati sull’equity statunitense. Anche i flussi azionari transfrontalieri verso l’Europa si sono mantenuti solidi in termini assoluti, ma nel complesso sono risultati più deboli rispetto a quelli verso USA, Giappone e Oceania. Questo, per Evans, potrebbe riflettere il persistere dei timori relativi al rallentamento dei tassi di crescita e di utili e margini regionali. “L’esposizione all’euro resta estremamente sovrappesata, ma i flussi si sono nuovamente indeboliti”, prosegue l’esperto, secondo cui ciò potrebbe portare ad un rischio di ridimensionamento delle posizioni estese. Infine, sia i flussi sia le posizioni sulla sterlina britannica risultano deludenti, mentre il profilo dei movimenti per il franco svizzero è il più solido tra le valute del G10. Un trend che, per Evans, è figlio del “moderato spostamento verso un atteggiamento più difensivo a fine mese”.
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Nell’area Apac, la domanda di azioni giapponesi è rimasta positiva e non sembra ancora risentire dell’intervento valutario sullo yen, con la posizione sulla moneta nipponica che rimane moderatamente sottopesata. “Si è registrato un forte rimbalzo della domanda di azioni in Australia e Nuova Zelanda, dove anche la posizione valutaria sulle rispettive divise appare estesa”, fa notare Evans. Infine, nonostante la continua forte performance dei mercati azionari regionali legati al settore tecnologico, ad esempio in Cina, Corea del Sud e Taiwan, i flussi azionari transfrontalieri sono rimasti relativamente contenuti. Tuttavia, precisa l’esperto, “i profili delle posizioni valutarie regionali mostrano un netto contrasto tra sovrappesi estremi (won sudcoreano, nuovo dollaro taiwanese e ringgit malese) e sottopesi estremi (rupia indiana e peso filippino), in linea con l’esposizione al settore tecnologico”.
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