Per Ygal Sebban, investment director della casa, il conflitto in Medio Oriente rappresenta uno shock energetico potenzialmente decisivo per l’Asia EM. Ma nello scenario base l’impatto resterebbe gestibile e il ciclo favorevole di questi mercati potrebbe proseguire. Crescita, fattore Cina e intelligenza artificiale i driver
Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario EM di GAM Investments
La guerra in Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz rappresentano uno dei principali fattori di rischio per i mercati emergenti, soprattutto per quelli dell’Asia. Tuttavia, se l’interruzione dei flussi energetici dovesse rimanere temporanea, l’impatto macroeconomico e finanziario potrebbe restare gestibile. È questa la lettura delle tensioni in Medio Oriente proposta da Ygal Sebban, investment director e responsabile del team azionario EM di GAM Investments, che in una conferenza stampa a Milano ha analizzato prospettive del conflitto e conseguenze per i mercati a partire da un punto fermo: il nodo da sciogliere è quello dell’energia.
Il punto di partenza dell’’analisi offerta da Sebban è stata la reazione dei mercati alla notizia degli attacchi americano-israeliani, con il prezzo del greggio WTI che è arrivato a salire di circa 20 dollari prima di ritracciare verso quota 88. “Abbiamo assistito al più grande movimento settimanale dagli anni Ottanta”, ha osservato, definendo lo shock energetico “un vero game changer rispetto agli episodi precedenti”. Secondo il gestore, il tema centrale della crisi riguarda proprio l’oro nero e il ruolo strategico che Hormuz ricopre per i flussi globali. “Circa il 20% del consumo mondiale di petrolio transita da questo passaggio e per l’Asia la dipendenza è ancora più elevata”, ha spiegato Sebban, ricordando che tra il 40% e il 70% delle forniture dirette in India e Corea del Sud o anche Thailandia è vincolata a questa rotta marittima. “Se la chiusura dovesse durare meno di tre settimane, resteremmo nello scenario base ma oltre questo limite entreremmo in un territorio molto più complesso”. Un blocco prolungato potrebbe infatti costringere i produttori a fermare temporaneamente l’estrazione per mancanza di capacità di stoccaggio, viene spiegato, rendendo molto più complesso il riavvio delle attività. Circostanza che governi e istituzioni coinvolte stanno cercando di scongiurare attraverso il rilascio delle riserve strategiche e un aumento dell’offerta da parte di altri produttori. “C’è una forte pressione politica per trovare rapidamente una soluzione”, ha sottolineato l’esperto, che ha fatto due esempi: “Il presidente USA Donald Trump ha un interesse diretto a contenere i prezzi dell’energia in vista delle elezioni di metà mandato mentre i Paesi del Golfo temono le ripercussioni sulle proprie economie”.
Asia la regione più esposta
Tra le economie emergenti, l’Asia appare la più vulnerabile allo shock energetico. E non solo per l’incidenza dello Stretto di Hormuz sulle forniture di greggio che devono ancora arrivare. “Alcuni Paesi dispongono di scorte limitate e potrebbero trovarsi rapidamente sotto pressione in caso di interruzione prolungata dei flussi”, ha infatti spiegato Sebban, aggiungendo che in Corea del Sud e Cina le riserve coprono meno di tre mesi di consumo mentre sul fronte del gas naturale liquefatto la situazione è ancora più delicata per economie come Taiwan”. Con prezzi dei barili coerenti lo scenario base delineato dalla società e quindi stabili su circa il 20% superiori di circa il 20% a quelli precedenti al conflitto, è la sintesi dell’esperto, la crescita globale sarebbe dunque destinata a subire un rallentamento ma non è per nulla detto che il ciclo economico complessivo venga compromesso. “Il contesto resta relativamente favorevole perché lo shock arriva in una fase di accelerazione dell’economia mondiale”, ha infatti osservato il gestore.
Un’altra variabile chiave riguarda le possibili implicazioni per la politica monetaria. Secondo Sebban, finché il petrolio resterà sotto la soglia dei 100 dollari al barile l’impatto sull’inflazione globale dovrebbe rimanere contenuto. “Il mondo oggi è molto meno dipendente dall’energia rispetto al passato e serve meno petrolio per produrre una unità di PIL”, ha ricordato. In questo contesto, molte banche centrali potrebbero limitarsi a rimandare eventuali tagli dei tassi piuttosto che invertire la rotta della politica monetaria e tornare ad alzare il costo del denaro. Uno scenario molto diverso si aprirebbe invece, ancora una volta, nell’ipotesi in cui prezzi si assestassero stabilmente oltre i 120 dollari al barile. In quel caso, ha avvertito l’esperto, “non ci sarebbe altra scelta che intervenire con un nuovo ciclo di rialzi”.
Un contesto ancora favorevole agli emergenti
Sui mercati finanziari lo shock geopolitico ha inizialmente innescato un tipico movimento “risk-off”, con gli investitori impegnati a ridurre rapidamente l’esposizione agli asset più rischiosi. “Tutto ciò che aveva funzionato bene dall’inizio dell’anno è stato improvvisamente venduto”, ha spiegato Sebban, ricordando come le azioni dei mercati emergenti abbiano registrato un mese di marzo particolarmente difficile prima di rimbalzare nelle ultime sedute. Queste dinamiche, tuttavia, riflettono soprattutto fattori di posizionamento e non un deterioramento strutturale dei fondamentali economici. Ciò significa che, nonostante la geopolitica, il giudizio dell’esperto sulla traiettoria di lungo periodo delle geografie in esame resta positivo. “È solo la seconda volta nella mia carriera che vedo una situazione in cui le stelle sono così allineate per i mercati EM”, ha detto, spiegando che demografia favorevole e crescita economica più sostenuta rispetto ai Paesi sviluppati sono alcuni dei fattori in grado di sostenere una rivalutazione delle azioni locali. A questi elementi si aggiungono due ulteriori motori di crescita: la ripresa della Cina e il boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale. “Gran parte dei chip e dei componenti necessari alla rivoluzione dell’AI viene prodotta proprio nei mercati emergenti”, ha spiegato “da aziende come TSMC e Samsung o SK Hynix”.
Nonostante questo contesto favorevole, le azioni emergenti continuano a trattare con uno sconto significativo rispetto ai mercati sviluppati. Secondo i dati citati da Sebban, il rapporto prezzo-utili medio si colloca intorno a 13 volte contro oltre 20 per l’indice S&P 500. È paradossale ma invece di rivalutarsi negli ultimi anni gli emergenti hanno visto comprimersi le valutazioni”, ha osservato il gestore. Anche per questo, molti investitori restano sottopesati sull’asset class. “Quando gli emergenti salgono diventa un ‘pain trade’, perché molti portafogli non hanno un’esposizione sufficiente”. La guerra in Medio Oriente rappresenta quindi un fattore di rischio da monitorare attentamente. Ma, ha concluso il gestore, finché lo scenario resterà sotto controllo, le prospettive di lungo periodo per i mercati emergenti rimarranno solide.
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