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Gli attacchi contro l’Iran di USA e Israele riaccendono l’avversione al rischio globale: energia sotto i riflettori, pressione sull’azionario e nuovo sostegno alla coppia dollaro-oro. Con la morte di Khamenei, dubbi sul futuro di Teheran. Ma sui mercati i gestori vedono uno scenario base di impatto solo limitato. Hormuz permettendo
L’escalation militare in Medioriente, con USA e Israele che nel fine settimana hanno lanciato bombardamenti massicci in Iran, ha riportato la geopolitica al centro dei mercati finanziari globali innescando un immediato rincaro del petrolio e la rotazione dei portafogli verso asset difensivi. Dopo i raid e le ritorsioni di Teheran sui Paesi del Golfo Persico, aggravati dalle notizie sulla morte della Guida Suprema del Paese Ali Khamenei, gli investitori stanno infatti rivalutando i rischi energetici e macroeconomici. Ma se la reazione iniziale può apparire significativa ai più, gli asset manager si dicono convinti che gli operatori prezzeranno uno scenario di conflitto tutto sommato limitato. Un’ipotesi la cui concretizzazione dipenderà in larga misura dalla durata delle tensioni e dagli impatti sui flussi energetici che transitano per lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa un quinto dell’offerta mondiale di greggio nonché vero canale di trasmissione verso inflazione e crescita.
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Escalation militare e nuovo rischio regionale
Il deterioramento del quadro geopolitico è maturato dopo lo stallo dei negoziati sul programma nucleare che hanno visto coinvolti in maniera diretta gli Stati Uniti e l’Iran. Nel fine settimana forze americane e israeliane hanno quindi lanciato attacchi coordinati contro installazioni strategiche e militari della Repubblica Islamica, segnando un salto di qualità rispetto agli scontri limitati registrati negli ultimi due anni. Stando alle dichiarazioni dello stesso presidente USA Donald Trump e dei vertici del governo presieduto dal Benjamin Netanyahu, tra le vittime figurerebbe anche la Guida Suprema Ali Khamenei. La risposta iraniana non si è fatta attendere, con attacchi e operazioni militari indirette in varie aree del Medio Oriente culminate nel raid contro l’aeroporto internazionale di Dubai. Un’escalation che ha contribuito a moltiplicare rapidamente il rischio percepito dagli investitori: da un lato il possibile allargamento regionale del conflitto, dall’altro una fase di instabilità interna iraniana che potrebbe protrarsi nel tempo. Entrambi gli scenari hanno implicazioni dirette per i mercati energetici globali, dato il ruolo centrale dell’Iran nella produzione petrolifera e nella sicurezza delle rotte marittime del Golfo.
Le prime reazioni dei mercati: risk-off e focus sull’energia
Alla riapertura dei mercati settimanali, la reazione è stata coerente con le fasi di shock geopolitico: aumento dell’avversione al rischio e riallocazione verso asset difensivi. Il petrolio ha registrato un immediato rialzo rispetto ai livelli medi degli ultimi mesi, riflettendo il timore di interruzioni dell’offerta e le tensioni sul traffico nello Stretto di Hormuz. I principali listini dell’Asia hanno chiuso in calo, con vendite concentrate sui settori ciclici e industriali, mentre i mercati più esposti alle importazioni energetiche hanno registrato le performance ancora più deboli. Anche in Europa la seduta è stato negativa, con le principali piazze finanziarie che hanno terminato i lavori in calo di oltre il 2% e una sottoperformance dei comparti più sensibili al ciclo economico o ai costi energetici. Contrastati invece i listi di Wall Street, con il Dow Jones in rosso dello 0,15% e il Nasdaq in rialzo dallo 0,4%. Dollaro e beni rifugio hanno invece beneficiato di importanti flussi in ingresso proprio nelle ore in cui mercati azionari adottavano maggiore cautela, con l’oro in ascesa di quasi un punto e mezzo percentuale.
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Greggio in salita. Ma il mercato sconta un conflitto limitato
Il primo termometro della crisi resta il petrolio, asset immediatamente sensibile agli sviluppi geopolitici in Medio Oriente. Il Brent si è riportato sopra gli 80 dollari al barile e il WTI in area 70 ma senza segnalare al momento uno shock energetico strutturale comparabile a quello osservato dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Adam Hetts, global head of Multi-Asset di Janus Henderson Investors, sottolinea che “i livelli attuali indicano ancora un conflitto limitato e di breve durata piuttosto che uno shock prolungato”. Secondo il gestore, movimenti verso quota 80 o 90 dollari sarebbero coerenti con episodi recenti di tensione internazionale rapidamente riassorbiti dai mercati mentre solo prezzi stabilmente sopra i 100 dollari segnalerebbero un cambiamento macroeconomico più profondo. Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments, ritiene invece probabile chela guerra duri molto più a lungo rispetto alle azioni limitate del 2025
Gli scenari per lo Stretto di Hormuz
Il vero rischio è semmai legato al destino dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio globale e che attualmente è sotto controllo dell’Iran. Secondo lo stesso Hetts, la chiusura totale non viene al momento prezzata dal mercato perché vista come un’ipotesi estremamente remota. L’ipotesi più accreditata dagli investitori è piuttosto quella che vede al centro un serie di frizioni operative: “Il vero rischio è che controlli più stringenti, rallentamenti alle petroliere e complessità logistiche aumentino i costi e riducano l’effettiva fornitura di petrolio sui mercati”. In questa visione, anche senza interruzione ufficiale dei flussi, si creerebbe un premio per il rischio energetico che spingerebbe i prezzi su livelli più elevati per un periodo prolungato.
Matthew Ryan, head of Market Strategy di Ebury, va oltre nella distinzione tra scenari operativi: “Se il traffico attraverso Hormuz resta almeno parzialmente operativo, il mercato può assorbire gli shock e i livelli dei prezzi tenderanno a stabilizzarsi dopo la fase di picco. Ma se le tensioni dovessero tradursi in restrizioni de facto al transito delle navi, allora i future del petrolio potrebbero raggiungere livelli ben al di sopra di quelli correnti”.
Secondo Giacomo Calef, country head Italia di NS Partners, il precedente delle tensioni verificatesi nel 2025 aiuta a mantenere equilibrio rispetto ai possibili scenari. “Se allora non si verificò un blocco totale dello stretto”, spiega, “il mercato prezzò disruption operative e un forte premio al rischio con un rialzo del Brent nell’ordine di circa il 15% nel picco di giugno seguito da un rientro quando l’escalation non si trasformò in blocco strutturale dei flussi”. La lezione dunque è chiara: lo spike nasce dalla probabilità, la persistenza dipende dalla durata reale dell’interruzione.
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Il ruolo di Asia e Cina
In questo quadro si inserisce anche la decisione dell’OPEC+ di aumentare l’offerta di 206.000 barili al giorno. Per Calef, è un segnale di stabilizzazione ma con un limite evidente: più barili non risolvono il problema se il collo di bottiglia resta il passaggio. Se il greggio non attraversa lo Stretto con continuità, l’aumento di produzione ha insomma un’efficacia parziale. Un parere condiviso da Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, secondo cui il cartello dei Paesi produttori di greggio riuscirà a compensare l’eccesso di domanda solo nel brevissimo termine. “I soggetti che possono mettere mano alla produzione rapidamente sono solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi ma proprio questi Paesi si trovano sotto attacco e rischiano di vedere colpite le loro infrastrutture di estrazione”, chiarisce. L’impatto verso l’Asia, e in particolare verso la Cina, è poi centrale perché una quota rilevante del greggio che passa da Hormuz è destinata ai mercati orientali. “Un rallentamento o un aumento strutturale dei costi di trasporto si tradurrebbe in pressioni sui costi energetici e sui margini industriali cinesi”, spiega ancora Calef, “con effetti a catena sui prezzi”.
Ipotesi quota 100 possibile
Proprio la possibilità di un attacco agli apparati dei Paesi del Golfo, secondo Diodovich, legittima gli investitori a immaginare un prezzo del greggio oltre i 100 dollari al barile nel breve periodo. “Soprattutto in caso di coinvolgimento di Hezbollah in Libano e degli Houthi nello Yemen o delle altre proxy iraniane nel resto Medio Oriente”, osserva, “si tratta di uno scenario tutt’altro che remoto”. Gli fa eco Paolo Zanghieri, senior economist di Generali Investments, secondo cui è probabile che il conflitto duri molto più a lungo rispetto alle azioni limitate del 2025. “La marina iraniana sembra troppo debole per un blocco completo ma una parziale interruzione ottenuta tramite attacchi sporadici alle navi e la posa di mine nello Stretto potrebbe spingere i prezzi a 90 dollari o oltre”, chiarisce.
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Inflazione e tassi: il vero nodo passa dall’energia
Quanto all’impatto macroeconomico, i gestori sono convinti che dipenderà quasi esclusivamente dalla persistenza del rialzo energetico. Un petrolio stabilmente elevato potrebbe infatti riaccendere i timori inflazionistici globali ma anche incidere sui costi di produzione e rallentare la dinamica dei consumi, riducendo al tempo stesso lo spazio per politiche monetarie più accomodanti. Hetts evidenzia che solo un’incertezza prolungata cambierebbe davvero le prospettive di mercato: “Asset rischiosi, aspettative inflazionistiche e traiettorie dei tassi cambierebbero davvero solo se il conflitto si prolungasse e iniziasse a incidere sull’offerta energetica globale”. Uno scenario in cui, viene spiegato, la Federal Reserve potrebbe rinviare o ridurre l’entità dei tagli dei tassi oggi attesi nella seconda parte dell’anno.
Jeffrey Cleveland, chief economist di Payden & Rygel, aggiunge che persino uno scenario energetico avverso verrebbe probabilmente interpretato più come un freno alla crescita che come un impulso inflazionistico strutturale. “Storicamente gli shock petroliferi legati alla geopolitica tendono a pesare sulla domanda aggregata prima ancora di alimentare una spirale inflazionistica duratura, suggerendo un rischio macro più orientato al rallentamento ciclico che al surriscaldamento economico”.
Materie prime e scenari: la variabile tempo
Secondo Hakan Kaya, gestore del fondo Neuberger Berman Commodities, la relazione tra durata delle interruzioni e prezzi dell’energia è invece non lineare: poche settimane di rallentamento del traffico possono essere assorbite attraverso l’utilizzo delle scorte strategiche e il rinvio delle spedizioni, mentre una chiusura prolungata porterebbe a un’impennata “ben oltre le tre cifre” del greggio e a forti tensioni anche sul gas naturale, in particolare in Europa. Il fund manager individua, in particolare, quattro possibili traiettorie evolutive del quadro venutosi a configurare: rapida distensione, stallo contenuto, frammentazione interna iraniana o guerra regionale estesa — quest’ultima considerata un rischio marginale ma con impatti estremi sui mercati energetici globali. In ciascuno scenario, la volatilità resterebbe elevata poiché ogni sviluppo diplomatico o militare avrebbe effetti immediati sulle aspettative di offerta e domanda. Nel frattempo, le materie prime non smettono di svolgere il loro ruolo classico di diversificazione. Kaya sottolinea infatti che “stanno facendo esattamente ciò che dovrebbero fare in momenti come questo, cioè fornire protezione quando gli asset tradizionali faticano a prezzare il rischio geopolitico”. A suo avviso, lo shock attuale rafforza trend già in atto quali la scarsità strutturale di alcune commodity e la crescente domanda di oro come riserva di valore.
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Azioni sotto pressione, beni rifugio in rialzo
Sul piano delle asset class più tradizionali, il copione appare familiare agli investitori: vendite sui titoli rischiosi e flussi verso strumenti difensivi. L’aumento dell’incertezza geopolitica tende infatti a comprimere temporaneamente le valutazioni azionarie, aumentando i premi per il rischio richiesti dagli investitori e riducendo la propensione all’esposizione ciclica. Christian Schulz, chief economist di Allianz Global Investors, osserva però come i mercati stiano affrontando “uno shock significativo ma non ancora destabilizzante” e sottolinea che una rivalutazione dei rischi estremi favorirà ulteriormente sia i Treasury statunitensi sia dollaro e oro. In parallelo, Ryan prevede una fase dominata dal risk-off: il biglietto verde e il franco svizzero dovrebbero rafforzarsi grazie all’avversione al rischio e ai prezzi energetici più elevati, mentre le valute emergenti appaiono più vulnerabili al deterioramento delle condizioni finanziarie globali.
Le sorti dell’Iran
Per quanto riguarda le sorti dell’Iran, variabile altrettanto determinante per capire in quale direzione si muoveranno i mercati dopo i primi giorni, un focus è fornito da Kristina Hooper di Man Group. Secondo lo scenario migliore disegnato dall’esperta della casa, il Paese dovrebbe sperimentare un cambio di regime che porti gli Stati Uniti a esercitare un certo controllo sulla produzione petrolifera interna e a interrompere il finanziamento del terrorismo. “L’appetito per il rischio aumenterebbe e i mercati azionari ne trarrebbero beneficio”, spiega “mentre petrolio e oro ma anche dollaro e Treasury USA probabilmente diminuirebbero”. L’ipotesi intermedia vede invece la nuova leadership di Teheran negoziare un accordo nucleare più favorevole a Washington, senza sostanziale cambio di regime: le quotazioni delle asset class resterebbero in tal caso sostanzialmente stabili e il rischio geopolitico sarebbe contenuto. Infine, lo sviluppo peggiore prevede una reazione iraniana protratta con attacchi a basi e obiettivi statunitensi e l’inizio di una guerra regionale più ampia: “In questo quadro il petrolio salirebbe drasticamente mentre le borse subirebbero forti vendite e gli asset rifugio registrerebbero flussi significativi”, afferma l’analista, che sottolinea come i settori della difesa e del trasporto marittimo potrebbero beneficiare dei rialzi delle tariffe e del reindirizzamento delle rotte commerciali.
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Disciplina e orizzonte lungo: il messaggio comune
Nonostante la gravità del contesto, emerge dunque un consenso tra gli asset manager: evitare reazioni impulsive dettate dal flusso di notizie. Le fasi dominate dall’incertezza geopolitica rappresentano spesso momenti in cui il rumore informativo supera la reale variazione dei fondamentali economici. Hetts invita a mantenere portafogli diversificati e una visione di lungo periodo, ricordando che i mercati tendono storicamente a riassorbire gli shock geopolitici una volta ridotta l’incertezza iniziale. Ciò implica mantenere esposizione ai trend di crescita strutturali piuttosto che tentare di anticipare gli sviluppi politici di breve periodo. Anche Cleveland evidenzia come le fasi di debolezza possano trasformarsi in opportunità di acquisto per investitori con orizzonte medio-lungo, soprattutto quando la volatilità deriva più da fattori esogeni che da un deterioramento macroeconomico sottostante. In questo senso, la disciplina di portafoglio e la diversificazione restano gli strumenti principali per attraversare fasi di mercato dominate dall’incertezza.
Quanto invece agli emergenti, gli esperti di Franklin Templeton hanno una view conservativa. “Restiamo cauti su un’esposizione ai Paesi dipendenti dalle importazioni energetiche e ciclici sensibili a carburante-logistica”. Per la protezione, la casa preferisce quindi esposizione al potenziale rialzo del prezzo del petrolio o strategie basate su opzioni progettate per trarre beneficio dall’aumento della volatilità del petrolio e esposizione selettiva all’oro rispetto a shorts azionari ampi. “Il percorso sarà guidato più dalla realtà della logistica-assicurazione che dal ciclo economico”, è la conclusione della società.
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