Itinerari Previdenziali: torna a crescere il numero di enti previdenziali, fondazioni bancarie e assicurazioni che investono sostenibile. E oltre la metà di chi non lo fa ne ha discusso in ottica futura. Il principale ostacolo? La normativa
Gianmaria Fragassi, curatore del Quaderno di Approfondimento del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali
Enti previdenziali, fondazioni bancarie e assicurazioni sono sempre più attenti alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Più di uno su due (57%) adotta infatti politiche di investimento ESG e oltre la metà di chi ancora non lo fa ne ha almeno discusso in ottica futura. È quanto emerge dalla settima survey annuale condotta dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che mostra un miglioramento rispetto al 2024 ed evidenzia come l’acquisto di prodotti sostenibili riguardi anche una quota consistente di quegli investitori che ancora non aderiscono ‘formalmente’ alla finanza Sri. “Un risultato non scontato alla luce non solo del rallentamento dello scorso anno, ma anche e soprattutto di un contesto globale meno favorevole del recente passato”, sottolinea Gianmaria Fragassi, curatore del Quaderno di Approfondimento che ospita la ricerca.
Torna a crescere il numero di istituzionali che investono ESG
L’indagine ha coinvolto quest’anno 131 enti per un totale patrimoniale (al netto delle compagnie di assicurazione) di oltre 263 miliardi di euro, pari a circa il 90,5% dei patrimoni degli investitori previdenziali e fondazionali italiani. L’evidenza principale è appunto che, dopo la leggera flessione registrata dall’edizione 2024, torna a salire sia in valori assoluti sia in percentuale il numero di istituzionali che risponde positivamente alla domanda cruciale della survey sull’adozione di una politica di investimento sostenibile: sono 75 su 131. Inoltre, tra i 56 ‘no’ sono ben 32 gli enti che spiegano di averne comunque discusso in cda con l’intenzione di implementarla in futuro. Un dato che, viene sottolineato nel report, suggerisce la concreta prospettiva di arrivare a sfiorare il 90% di ‘aderenti alla finanza Sri’ entro qualche anno. Tra le ragioni citate da chi non ha ancora portafogli ESG, ci sono anche i costi (3,5% dei rispondenti) e la mancanza di rendimenti competitivi (1,8%).
ESG tra il 75% e il 100% del patrimonio
Quanto alla quota di patrimonio cui vengono applicate le politiche ESG, l’opzione più votata per il sesto anno consecutivo (47% contro 44% del 2024) è quella relativa a una percentuale compresa tra il 75% e il 100%. Guardando invece alla durata di applicazione, salgono dal 19% al 26% gli investitori sostenibili di lungo corso, mostrando come si tratti di una strada che difficilmente viene abbandonata una volta intrapresa. In linea con le precedenti survey anche obiettivi e motivazioni principali. A spiccare è infatti ancora una volta la volontà di contribuire allo sviluppo sostenibile (93% contro l’82% della precedente rilevazione), ma ci sono anche ragioni di natura più tecnica, come quella legata alla mitigazione dei rischi in portafoglio, scelta dal 71% dei rispondenti. Stabile al terzo posto, con il 48%, il miglioramento della reputazione dell’ente, cui fanno seguito a pari merito (18%) la ricerca di migliori rendimenti finanziari e la pressione del regolatore che, malgrado l’allentamento e il ripensamento normativo in corso in questi ultimi mesi, lascia gli investitori in vigile allerta.
Gli ostacoli: dalla misurabilità di impatti e performance ai rendimenti
Benché in calo rispetto al 62% dello scorso anno, la difficile misurabilità di impatti e performance è ancora citata dal 53% degli enti come una delle principali barriere all’implementazione delle politiche ESG. Pesano infatti sia la mancanza di una definizione univoca di sostenibilità (56%) sia una normativa di settore ancora in fieri e spesso percepita come poco chiara o foriera di dubbi e confusione (50%). Inoltre, mentre un ente su tre lamenta gli elevati costi in termini di risorse e tempo necessari a sostenere politiche ESG-compliant, aumenta dal 10% al 14% chi pensa che il ricorso agli investimenti sostenibili potrebbe pregiudicare i rendimenti.
Secondo Fragassi, la sensibilità del mercato istituzionale trova insomma conferma, ma lo slancio verso la finanza Sri sembra essersi fatto più prudente: “Del resto, nel valutare gli effetti delle proprie politiche, e dunque nel compiere il passaggio dalle ragioni teoriche agli impatti ‘pratici’, solo il 10% dei rispondenti palesa benefici effettivi in termini di performance, mentre quelli sul versante della mitigazione del rischio complessivo in portafoglio vengono colti dal 70% dei rispondenti”, fa notare. Inoltre, per l’esperto il rialzo dei tassi di interesse, la spinta inflattiva e la volatilità dei mercati hanno senza dubbio segnato gli investitori nel biennio 2022-2023 spingendoli verso un generalizzato atteggiamento di maggiore cautela anche nei confronti della sostenibilità. “Ancora di più alla luce delle recenti tensioni geopolitiche e della possibile guerra commerciale scatenata dai dazi di un Donald Trump tutt’altro che noto per il suo supporto ai temi ESG, hanno in questi mesi rallentato anche l’impeto della normativa comunitaria”, evidenzia.
Passando alle strategie utilizzate e alle modalità con cui i criteri ESG vengono applicati maggiormente, al primo posto si posizionano per il settimo anno consecutivo le esclusioni (63%), seppure con un valore in leggera decrescita rispetto al 2024. Seguono best in class (36%) e convenzioni internazionali (32%), mentre sale fino alla quarta posizione l’engagement (31%), spesso fanalino di coda nelle precedenti edizioni. Ottengono poi rispettivamente il 28% e il 25% delle preferenze gli investimenti tematici e l’impact investing. Più nel dettaglio, dalla survey emerge che, verosimilmente per effetto del protrarsi dei conflitti in tutto il mondo, le esclusioni riguardano soprattutto prodotti collegati al mercato delle armi (90%): una percentuale che solleva più di qualche spunto di riflessione sul ruolo che gli investitori istituzionali potranno o meno avere nel finanziamento del programma ReArm Europe. Molti anche gli enti che escludono investimenti riconducibili a lavoro minorile, tabacco e gioco d’azzardo (59%) e pornografia (58%). Da notare, inoltre, il 14% del nucleare, altro tema che potrebbe divenire cruciale e al contempo divisivo in un futuro nemmeno troppo prossimo.
Infine, se sul versante delle convenzioni internazionali spicca il primo posto del Global Compact dell’ONU, indicato dal 100% dei votanti, per quanto concerne la strategia best in class, l’attenzione verso la tutela dell’ambiente raggiunge la prima posizione grazie alla riduzione delle emissioni (al 60% ma in calo sull’anno precedente). Al secondo posto si posiziona il rispetto dei diritti umani con il 48%, seguito dall’efficientamento energetico, votato dal 36%. Tornando alle principali strategie Sri, mentre il social housing (84% delle risposte, contro il 75% precedente) e i green o social bond (dal 50% al 52%) sono costantemente tra gli ambiti preferiti nell’alveo dell’impact investing, si mantiene stabile in cima alle preferenze degli investitori che ricorrono all’engagement l’approccio soft, scelto dal 64%, valore in costante crescita dal 47% registrato nel 2022. Interessante però rimarcare anche la rilevante percentuale registrata dalla risposta “altro”: molti segnalano infatti un mix tra le due modalità soft e hard o, ancora, come l’attività di engagement non sia svolta direttamente quanto piuttosto tramite i propri gestori.
Guardando al futuro, il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali afferma che, malgrado gli evidenti elementi di difficoltà, l’evoluzione continua a mostrarsi positiva: il 57% degli intervistati (erano il 66%) dice infatti di voler incrementare la propria esposizione nei confronti di strumenti sostenibili. Ad attirare l’attenzione sono ancora una volta le esclusioni (56%), seguite da investimenti tematici (52%) e best in class (39%), mentre tra i settori spiccano le energie rinnovabili, la silver economy e l’housing sociale. A incidere sulle prospettive della finanza Sri è però oggi più che mai la normativa. “Buona parte dei rispondenti valuta come limitati gli effetti di Sfdr”, rimarca Fragassi, ricordando tuttavia come molti enti siano per forza di cose in una fase di studio e analisi del quadro legislativo.
Al momento, il 24% degli istituzionali non ha in portafoglio fondi Articolo 8 o 9, mentre si azzera la percentuale di quanti detengono fondi sia Art.8 che Art.9 di diritto italiano (era il 2% lo scorso anno). “Se solo il 32% dei rispondenti dichiara di prendere in considerazione i PAI, e dunque i principali effetti negativi sui fattori di sostenibilità, per quanto riguarda gli RTS, il 61% aggiunge di non sapere o di non aver ricevuto informative, se non al più parziali”, analizza l’esperto. Precisando come questi dati palesino una certa difficoltà nel processo di adeguamento a nuove procedure. Non solo. Ammonta poi al 18% la percentuale di chi giudica come insufficiente la propria conoscenza della regolamentazione, a fronte di un 4% che la reputa ottima e di un 38% che la valuta come buona. Non a caso, quasi 9 enti su 10 (88%) vorrebbero avviare percorsi di formazione interna, pur non avendo spesso ancora preso concrete misure. D’altra parte, solo nel 27% dei casi fondi pensione, casse di previdenza, compagnie di assicurazione e fondazioni dispongono di una figura (12%) o di un team interno (15%) dedicato. Di qui, la consapevolezza di doversi dotare di competenze, attraverso la formazione o ricorrendo a risorse esterne, quali ad esempio advisor specializzati. Quasi un ente su due (il 49%) dichiara di affidare in toto all’esterno la gestione degli investimenti ESG.
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