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Gli Institutional Investor Indicators di State Street mostrano che ad ottobre l’attenzione agli utili e ai tagli Fed ha prevalso sui timori per le valutazioni. Più large cap e difensivi, meno value. Timido ritorno al dollaro
Il contesto internazionale turbolento, le crescenti preoccupazioni sulle valutazioni e i dati macroeconomici contrastanti o assenti hanno spinto gli investitori istituzionali ad adottare un atteggiamento ambivalente ad ottobre. Se infatti da un lato l’allocazione azionaria è cresciuta fino a raggiungere il livello più alto degli ultimi diciotto anni, dall’altro l’approccio si è fatto più cauto. Tanto che l’indice generale di propensione al rischio misurato da State Street è sceso dal livello più elevato dell’anno toccato a settembre a una lettura neutrale.
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Tiene la narrativa da ‘Goldilocks’
È questo il quadro contrastante che emerge dagli Institutional Investor Indicators della società relativi del mese scorso. “La positiva stagione degli utili è stata un fattore trainante e ha contribuito a mantenere la narrativa da ‘Goldilocks’ in cui ci troviamo: ‘l’economia è abbastanza solida da sostenere utili societari robusti, ma abbastanza debole da richiedere tagli dei tassi’”, spiega Marija Veitmane, Head of Equity Research di State Street Markets. Inoltre, secondo l’esperta, il mercato sembra essersi ormai abituato al ciclo di allentamento della Federal Reserve, nonostante i rischi al rialzo dell’inflazione e quelli al ribasso del mercato del lavoro.
Utili e Fed spingono le azioni
I rischi di valutazione invece, per quanto elevati, non sembrano preoccupare gli istituzionali. Questi continuano infatti a evitare i titoli value, la cui allocazione è attualmente al livello più basso dal 2000, favorendo quelli large cap-quality-growth, cioè i cosiddetti ‘Magnifici 7’. “Ciò non sorprende, dato che le strategie value hanno faticato per vent’anni”, evidenzia Veitmane. Per l’esperta, l’attenzione a utili societari solidi e al ciclo di allentamento sta insomma prevalendo sulle preoccupazioni legate ai prezzi, incoraggiando gli investitori ad aumentare ulteriormente l’allocazione all’equity.
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Ma si gioca in difesa
Nonostante questo contesto favorevole al rischio, emerge però una certa cautela nelle operazioni relative e nelle allocazioni intra-portafoglio. All’interno dell’azionario, gli indici di State Street fotografano infatti uno spostamento dai titoli ciclici verso quelli difensivi, trainato soprattutto dal crescente interesse per il comparto healthcare. In Europa, invece, una specifica area di preoccupazione sta riguardando le vendite di titoli bancari, dato che il settore è stato quello con i rendimenti più consistenti negli ultimi anni e con le partecipazioni più elevate da parte degli investitori. Sul lato positivo, continua a non mostrare incrinature il sostegno solido e costante da parte degli istituzionali per tutto il settore tecnologico, che riveste grande importanza.
Timido ritorno al dollaro
Nel mercato valutario, ottobre ha registrato un cauto ritorno al biglietto verde, oggetto di moderati acquisti da una posizione estremamente sottopesata. “Storicamente, il dollaro è stato una valuta rifugio, anche se non è stato così nella prima parte dell’anno”, sottolinea Veitmane. Per l’esperta è interessante notare come gli istituzionali, in particolare quelli domestici, abbiano comprato la valuta a stelle e strisce mentre si profilava lo shutdown del governo Usa. “Un altro indicatore importante che stiamo monitorando nel mercato valutario è la copertura del rischio in usd”, aggiunge. “Finora abbiamo visto solo un lieve incremento nella copertura delle azioni statunitensi da parte degli investitori europei. È possibile che la riduzione del costo delle coperture possa favorire un aumento di questa tendenza in futuro”, conclude.
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