Secondo una ricerca di Athora e Nomisma, il 66% dei nostri connazionali teme il futuro e il 64% preferisce accumulare denaro sul conto corrente piuttosto che investirlo. Colpa del quadro macro e della tendenza a far prevalere il proprio microcosmo. Ma la soluzione passa da una relazione più intima con il consulente
Spaventati dalla possibile evoluzione del quadro economico, poco proiettati al futuro e sempre più in difficoltà nell’accantonare denaro. È questa la fotografia dei nostri connazionali scattata da Athora, che giovedì 6 marzo ha presentato a Milano una ricerca sul rapporto tra italiani e risparmio condotta insieme a Nomisma. Dallo studio della compagnia assicurativa, che ha sondato un campione di 1.223 persone tra 35 e 70 anni, emerge infatti che la maggioranza dei cittadini ha paura del futuro e per questo preferisce accumulare eventuali eccedenze sul conto corrente anziché investirle in prodotti finanziari di medio-lungo termine. Una circostanza che impone agli operatori del settore e, in particolare, alla società del mondo bancassurance di ripensare le modalità con cui si relazionano ai potenziali clienti.
Analizzando nel dettaglio i risultati emersi dalla survey, emerge chiaramente come gli italiani si immaginino una situazione è complicata ogniqualvolta pensano al futuro: per il 66% prevale un senso di incertezza, il 52% dice invece di provare preoccupazione e paura mentre la fiducia anima solo 29% del campione. Quanto all’oggetto delle preoccupazioni, l’83% cita l’aumento dei prezzi mentre il 78% fa riferimento alla tenuta del sistema pensionistico e oltre due terzi pensa a povertà e guerre. Paure legate al quadro macro che però finiscono per riflettersi anche sulla sfera personale, con il timore di non poter sostenere spese impreviste per la salute e in generale di non riuscire a conservare il proprio tenore di vita nel corso del tempo. Un sentiment cui contribuisce la generale mancanza di fiducia nelle istituzioni e negli enti pubblici, con la maggior parte che dice di far nessuno o poco affidamento a pensioni (82%) e sistema sanitario nazionale (76%) ma anche verso banche o assicurazioni (59%).
Pochi investimenti, tanta liquidità
Come sottolineato da Valentina Quaglietti, head of Customer Observatories di Nomisma, questo stato d’animo non può che tradursi in comportamenti finanziari a dir poco distanti da quello che la teoria economica suggerirebbe essere l’approccio ottimale. Soluzioni come la pensione integrativa e portafogli di investimento vengono adottare per consolidare il proprio patrimonio solo nel 22% e nel 15% dei casi, ad esempio, mentre la riduzione delle spese quotidiane risulta largamente l’opzione di percorsa. Quanto alle destinazioni di eventuali surplus, solo il 36% accede a forme di allocazione o protezione del capitale mentre il 64% si limita ad accumula sul conto corrente alimentando la sovraesposizione degli italiani alla liquidità.
Un problema di reddito e di percezione
La stessa percezione del risparmio appare poi viziata, con il 49% del campione che lo considera un paracadute in caso di imprevisti e appena il 27% convinto che sia uno strumento per realizzare i propri obiettivi di vita. Una fotografia confermata anche dall’analisi dei motivi che inducono ad accantonare denaro, tra cui spiccano incontrastate le spese impreviste. Il problema di fondo in tal senso sembra essere il fatto che mettere da parte denaro viene considerato un risultato molto difficile da raggiungere. “Chiamati a esprimere un confronto con la generazione precedente”, chiarisce Quaglietti, “gli intervistati manifestano la generalizzata convinzione che risparmiare sia importante tanto quanto lo era per i propri genitori ma in quasi la metà dei casi (40%) percepiscono questa pratica come decisamente più ardua o comunque foriera di risultati molto meno soddisfacenti di una volta (41%)”. Uno spaccato confermato dai dati sul risparmio medio, che si ferma a 320 euro mensili e quindi non supera il 12% del reddito. E se è vero che metà del campione giudica l’economia familiare sufficiente a fronteggiare le uscite, resta un non trascurabile 19% che non la pensa così e un 18% addirittura in difficoltà nel far quadre i conti a fine mese. Al punto che una spesa imprevista di 1.500 euro divide l’Italia in tre parti: il 30% potrebbe affrontarla con facilità, il 39% ce la farebbe con difficoltà ma il 31% non riuscirebbe affatto.
Secondo Sergio Sorgi, sociologo e fondatore di Progetica, la ricerca di Athora e Nomisma dimostra come i comportamenti dei risparmiatori siano cambiati. “Oggi si ha difficoltà a decidere perché si è schiacciati dall’incertezza e non perché si è inconsapevoli o spensierati”, ha spiegato durante l’evento di presentazione dello studio. Ecco perché, dal suo punto di vista, bisogna riconfigurare i linguaggi e costruire ponti per uscire da immobilismo e disattivazione. In altre parole, dietro fenomeni come l’aumento dei prezzi o l’arretramento dei sistemi pensionistici si cela una preoccupazione quasi intima che prevale sulle considerazioni di ordine generale. E gli intermediari assicurativi devono abbinare a una rigorosa identificazione di bisogni e desideri tramite consulenza una nuova capacità di relazione. “Serve un rapporto empatico anziché giudicante”, ha chiarito l’esperto, che ha sottolineato la necessità di ricostruire reti di fiducia autentiche e professionali.
Assicuratori in prima linea
Jozef Bala, ceo di Athora Italia
Ha fatto eco a Sorgi anche Jozef Bala, amministratore delegato di Athora Italia, che ha sottolineato come le compagnie assicurative abbiano la responsabilità di comunicare con le persone “in modo più diretto e accessibile” ma anche di costruire “un dialogo basato sulla fiducia” e rispondere in modo sempre più efficace ai loro bisogni di protezione. “Con questa iniziativa abbiamo voluto trasmettere un messaggio chiaro”, ha concluso il ceo, cioè che “pensare oggi al proprio domani è un valore concreto e attuabile da subito”.
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