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Il concetto si afferma come nuovo pilastro dell’investimento sostenibile. Le SGR integrano indicatori su ecosistemi, acqua e uso del suolo nei prodotti ESG, spinte dalla normativa e da un’attenzione crescente al valore economico del capitale naturale
Dopo anni in cui il cambiamento climatico e la transizione energetica
hanno dominato la scena degli investimenti sostenibili, la finanza guarda
oggi alla biodiversità come alla prossima grande sfida sistemica. Dalla salute del suolo alla disponibilità idrica, dalla gestione del territorio alle filiere agricole, la protezione degli ecosistemi è diventata una condizione
essenziale per la stabilità economica e finanziaria. Il tema, fino a pochi
anni fa confinato alla ricerca scientifica o alla responsabilità d’impresa,
sta entrando nel cuore delle strategie di investimento. Le società di gestione del risparmio iniziano a includere nei propri modelli indicatori che misurano il legame tra attività economica e capitale naturale, riconoscendo che la perdita di biodiversità può generare rischi fisici, normativi e reputazionali paragonabili, se non superiori, a quelli climatici. “L’emergere della biodiversità come pilastro fondamentale dell’investimento sostenibile sta trasformando il modo in cui gli investitori affrontano sia i rischi che le opportunità”, spiega Hervé
Guez, deputy general manager, global head of Listed Assets di Mirova,
affiliata di Natixis IM. “Poiché la transizione climatica ed energetica ha ridefinito i mercati finanziari, la biodiversità ci spinge ora a innovare,
ripensando la costruzione del portafoglio, l’attività di engagement e la misurazione dell’impatto”.
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Dal rischio naturale al valore economico
Secondo il World Economic Forum, oltre metà del PIL globale dipende da ecosistemi sani: un dato che trasforma la perdita di biodiversità da questione ambientale a rischio economico immediato. Le perturbazioni delle catene di approvvigionamento, la volatilità dei prezzi delle materie prime e la riduzione della produttività agricola ne sono solo alcune conseguenze tangibili. “La perdita di biodiversità non è una minaccia tanto lontana: è un rischio concreto sia per le aziende che per gli investitori, dato che metà del PIL globale dipende da ecosistemi sani”, continua Guez. “Gli investitori stanno andando oltre i tradizionali criteri ESG per cercare attivamente aziende e settori che rigenerano, anziché esaurire, il capitale naturale”. spiega. “L’agricoltura, la gestione delle risorse idriche e l’uso del suolo sono in prima linea, presentando da un lato sfide urgenti e offrendo dall’altro opportunità interessanti per un impatto positivo”. Una visione condivisa da Alvaro Ruiz-Navajas, portfolio manager Thematic Equities di La Financière de l’Échiquier, secondo cui “solo quando gli investitori comprenderanno la dipendenza dell’economia globale dalla biodiversità, capiranno che ignorarla espone i portafogli a interruzioni della catena di approvvigionamento e a inflazione delle materie prime, oltre a danni reputazionali”. “Le aziende che integrano la biodiversità nella loro strategia”, prosegue, “potrebbero essere meglio posizionate nel lungo periodo, per via del mutare delle preferenze dei consumatori e dell’evoluzione della regolamentazione volta a includere informative relative alla biodiversità”.
Acqua, suolo e circolarità: i comparti chiave
L’interesse per la biodiversità si traduce in nuove opportunità di investimento. “Tra i settori più promettenti spiccano quello idrico e l’economia circolare”, osserva Ruiz-Navajas. “Dato che l’acqua è fondamentale per la vita e una risorsa scarsa, le aziende che sviluppano attività più efficienti ne beneficeranno, così come quelle legate al riciclo e al riutilizzo dei materiali”.
Anche per Yi Shi, client portfolio manager di Pictet Asset Management, la dimensione naturale del valore economico è ormai cruciale: “La perdita di biodiversità genera rischi finanziari materiali per le imprese, le loro catene di fornitura e i rendimenti a lungo termine degli investitori, poiché oltre la metà del PIL globale dipende dai servizi ecosistemici”, spiega. “Attraverso il principio di doppia materialità, gli investitori possono valutare sia l’interdipendenza tra natura ed economia sia gli impatti generati dall’economia reale”.
Nei portafogli sostenibili di nuova generazione, il capitale naturale diventa quindi un fattore di resilienza. “Nel settore agricolo osserviamo un crescente impegno nell’applicazione di tecniche rigenerative volte a ripristinare la salute del suolo, mitigare i cambiamenti climatici e proteggere la biodiversità”, continua Shi. “Nel settore della gestione dei rifiuti e del riciclo troviamo aziende resilienti e di alta qualità, mentre sul fronte tecnologico le soluzioni per l’efficienza energetica e delle risorse stanno diventando sempre più importanti”.
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