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Tra nuove regole, scetticismo e intelligenza artificiale, l’ESG entra nella sua fase selettiva. I fund selector raccontano come cambia il modo di scegliere i fondi verdi
Dopo anni di entusiasmo quasi euforico, etichette e storytelling, la finanza sostenibile si trova davanti a un bivio. Gli standard si alzano, la regolamentazione stringe le maglie e gli investitori (scottati da performance altalenanti e accuse di greenwashing) guardano con crescente prudenza al mondo ESG. Il vento della moda sembra placarsi eppure la direzione di marcia non cambia: la sostenibilità non è più un’etichetta da esibire, bensì una competenza da dimostrare.
“Selezionare un fondo ESG oggi richiede rigore metodologico: prioritizzare trasparenza, materialità e governance del gestore, usare le nuove disclosure normative a vantaggio dell’analisi e guardare alle strategie orientate alla transizione”, spiega Federica Bego, del team ESG di Banca Patrimoni & Sella. Una sfida non da poco, in un contesto in cui le nuove linee guida ESMA, la Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) e la Sustainability Disclosure Requirements (SDR) impongono una coerenza sempre più stretta tra le parole e i portafogli. Bego sottolinea come “le novità normative aumentano la qualità informativa e riducono il greenwashing, ma comportano costi e richiedono adattamento operativo; nel medio-lungo termine contribuiranno a consolidare la credibilità e la sostenibilità del mercato ESG”. In altre parole, la regolamentazione fa selezione: chi ha processi solidi e strutture interne adeguate emerge,
mentre chi si è limitato a cavalcare la narrativa verde rischia di restare indietro. L’uso dell’intelligenza artificiale, aggiunge Bego, può diventare un vantaggio competitivo: “Le tecnologie come l’AI possono aumentare l’efficacia degli strumenti identificando segnali rilevanti nelle comunicazioni aziendali, generando punteggi climatici quantitativi e integrando risultati direttamente nei sistemi di trading”. L’intelligenza artificiale, però, non sostituisce l’analista: amplia la sua visione, aiutando a individuare i transition winners, ovvero le aziende che si decarbonizzano
più rapidamente rispetto alle attese del mercato.
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Dal boom alla riflessione
Il boom dei fondi green tra il 2020 e il 2022 ha lasciato il posto a una fase
di consolidamento. Gli investitori sono più selettivi, i criteri di classificazione più chiari e le strategie meno omogenee. L’aumento dei tassi e il ritorno della performance come criterio primario hanno portato molti investitori (soprattutto retail) a fare un passo indietro. Eppure, per chi guarda al lungo periodo, l’ESG resta una bussola imprescindibile. Bego lo ricorda chiaramente: “I fondi ‘sostenibili’ non sono omogenei: alcuni si
limitano all’esclusione di settori, altri integrano i fattori ESG nel processo
di valutazione, altri ancora adottano approcci best-in-class, impact
investing o engagement attivo”. Comprendere la differenza è essenziale
per non confondere il marketing con la strategia. Una visione condivisa anche da Gaia Resnati, del team Responsible Investments & Stewardship di Eurizon, che racconta come la selezione dei fondi ESG sia oggi un processo strutturato e continuo. “Per la selezione di un fondo ESG riteniamo sia molto importante l’analisi dell’universo investibile della strategia proposta e il dialogo con il team di gestione”, spiega. Eurizon ha introdotto questionari ESG per valutare la coerenza tra filosofia d’investimento e reale integrazione dei criteri di sostenibilità: “Solo il dialogo con il team di gestione può poi evidenziare quanto l’impostazione ESG sia intrinseca allo stile di gestione oppure ‘imposta’; nel secondo caso definirà solamente i titoli che il gestore non potrà investire”. La differenza tra un fondo ‘light green’ e uno ‘dark green’ può sembrare sfumata, ma incide profondamente sul rischio e sulla performance. Resnati sottolinea
che “le deviazioni settoriali e a volte anche geografiche del portafoglio rispetto a un benchmark puramente finanziario possono derivare dalle
esclusioni ex ante o da tematiche d’investimento molto di nicchia”. Un approccio più rigoroso spesso comporta un tracking error maggiore,
ma anche maggiore coerenza con gli obiettivi dichiarati. Negli ultimi anni, l’ESG ha vissuto anche un effetto collaterale di stile: “Le tematiche ESG portano a portafogli caratterizzati da stili quality growth che di conseguenza possono essere penalizzati in determinate fasi del ciclo economico, in primis durante i periodi di restrizione monetaria”. Tuttavia, aggiunge Resnati, “l’orizzonte di investimento di più lungo periodo porta gli investitori istituzionali a focalizzarsi anche sui rischi derivanti da cambiamento climatico oltre che su quelli reputazionali”. In buona sostanza, il breve può penalizzare la sostenibilità, ma il lungo periodo la premia.
La stretta normativa come leva di credibilità
La rivoluzione regolamentare in corso sta poi…

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