Il ceo di BlackRock interviene sul Financial Times per invitare a superare il binomio globalismo-protezionismo: “Finanza aperta ma con le persone e gli interessi nazionali al centro”. Uno sforzo che passa dall’unione e dalla democratizzazione dei mercati dei capitali
Larry Fink, ceo di BlackRock
Molto di più di un ritorno al protezionismo o alla pura convenienza politica. La guerra commerciale aperta dal presidente USA Donald Trump con l’applicazione dei dazi ha il sapore di una reazione radicale ai tempi che sono stati. E gli investitori devono essere pronti a prendere le adeguate contromisure, se non vogliono incorrere in brutte sorprese. A dirlo è nientemeno che Larry Fink, amministratore delegato e presidente di BlackRock, che in settimana è intervenuto sulle pagine del Fincial Times per fornire la sua interpretazione dello scenario in cui si muoveranno nei prossimi anni i mercati finanziari. Un’interpretazione che muove dalla ritrovata importanza della geopolitica per approdare a un avvertimento: “Occorre trasformare la crescita globale in ricchezza locale”.
Il leader della società di investimento americana non ha dubbi: l’attuale incertezza geopolitica, in particolare legata alla frammentazione commerciale, rappresenta solo la superficie di un cambiamento che in realtà è ben più strutturale. “Le tariffe dell’amministrazione Trump”, scrive Fink sul quotidiano britannico, “sono il sintomo di una reazione all’era di quella che si potrebbe definire globalizzazione senza guardrail”. Il modello economico dominante degli ultimi decenni, secondo il guru, ha cioè prodotto una crescita globale senza precedenti dalla caduta del Muro di Berlino ma senza che i suoi benefici fossero “distribuiti equamente” come molti si aspettavano. Circostanza che ha spinto sempre più elettori, in maniera tanto progressiva quanto inesorabile, a sposare le istanze anti-establishment promosse dall’attuale inquilino della Casa Bianca e da altri leader politici in giro per il mondo.
Mercati dei capitali: la terza via per salvare l’economia
Secondo Fink, il modello di globalizzazione che ha funzionato per decenni sta quindi “andando in frantumi”. Eppure, anche il nazionalismo economico offerta da Trump rappresenta un’alternativa “non convincente”. Di qui, l’appello del top manager a imboccare una terza via: “Né globalismo né protezionismo ma una combinazione tra mercati aperti e la volontà di perseguire gli obiettivi nazionali e il benessere dei lavoratori”. Un nuovo paradigma, insomma, al cui centro occorre però porre i mercati dei capitali. “Se ben indirizzati”, ha spiegato Fink, “questi possono infatti trasformare la crescita globale in ricchezza locale e far sì che i risparmi dei cittadini tornino a beneficio del tessuto produttivo nazionale”. Il ceo ha quindi riconosciuto anche i rischi di un’espansione incontrollata dei mercati: “La finanziarizzazione senza freni rischia di alimentarele iniquità”. “Quella che sta emergendo ora è la seconda bozza della globalizzazione”, ha aggiunto, “pensata non solo per generare prosperità ma per mettere le persone al centro”.
Uno dei pilastri di questa visione è l’allargamento della platea degli investitori, sottolinea il numero uno di BlackRock. “I governi di tutto il mondo stanno ripensando a chi sono destinati i mercati finanziari”, ha detto Fink, sottolineando come la priorità sia ora quella di democratizzare il mondo degli investimenti dopo che ha servito per decenni solo i cittadini più ricchi e le grandi istituzioni. Un chiaro riferimento al programma Nisa del Giappone, pensato per introdurre un sistema di incentivi fiscali a investire in prodotti pensionistici, così come alla proposta attualmente in discussione negli States: baby bond sotto forma di un conto d’investimento da assegnare a ogni neonato. Tuttavia, ha sottolineato Fink, creare più investitori è solo metà della battaglia: “L’altra è assicurare che il capitale venga effettivamente allocato nei territorie nelle economie locali”. Ed è qui che emergono i nodi strutturali, come le difficoltà dell’Europa a superare la burocrazia di 27 Stati diversi e far sì che il capitale possa davvero alimentare la crescita.
Largo a CMU e SIU
Per Fink, il raggiungimento di tutti questi obiettivi non può dunque che passare da uno snodo cruciale: “Una vera unione del risparmio e degli investimenti, accompagnata da riforme che aiutino a costruire un quadro normativo unico insieme a permessi più veloci e meno burocrazia sull’intelligenza artificiale”. Un chiaro endorsement alla Capital Markets Union e alla Savings and Investments Union, tra i dossier più importanti oggi in discussione dalla parti di Bruxelles per rilanciare la competitività dei 27 di fronte alle tante sfide globali. “Se fossi un politico dell’UE”, ha precisato il ceo, “quell’unione sarebbe la mia massima priorità”.
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