Mentre la tensione sale, il biglietto verde è tornato a rappresentare un porto sicuro. Per gli analisti, resterà ben supportato nel breve. Ma nel medio termine potrebbe tornare sotto pressione
Per i mercati, la seconda settimana di guerra in Medio Oriente si è aperta all’insegna dell’alta tensione. La nomina del figlio di Ali Khamenei a nuova guida suprema dell’Iran ha infatti acuito i timori di un conflitto più lungo ed esteso. Il petrolio è schizzato oltre quota 100 dollari, facendo salire la paura di uno shock energetico e accrescendo le preoccupazioni per le ripercussioni sull’inflazione. Tanto che ora i trader stimano un doppio rialzo dei tassi da parte della BCE nel corso dell’anno, con il primo ritocco atteso già entro giugno. Un aumento dell’avversione al rischio, tangibile sui listini, che però continua a sostenere il dollaro e riafferma il suo ruolo di bene rifugio per eccellenza. Solo la scorsa settimana il biglietto verde è infatti cresciuto dell’1,66%, mettendo a segno l’allungo maggiore da quattro mesi, e ora gli analisti si chiedono se la valuta USA sia tornata all’antico splendore o se si tatti di una corsa da maneggiare con cautela.
“In questo clima di forte tensione geopolitica”, osservano gli analisti di Ebury,“borse e obbligazioni stanno cadendo insieme e il dollaro americano si conferma asset sicuro per eccellenza”. In generale, fanno notare dalla fintech, gli investimenti negli Stati Uniti stanno sovraperformando quelli nel resto del mondo e questo sta invertendo il trend ‘sell America’ emerso dopo lo shock dei dazi. A loro parere, come avviene di consueto nei momenti di tensione finanziaria, il biglietto verde è percepito come il bene rifugio supremo grazie alla sua liquidità e al sostegno proveniente dal rialzo del petrolio dato il ruolo degli USA come esportatore netto di energia. Il debole rapporto sui payrolls di febbraio, che sembra contraddire la solidità di altri dati macro, pare invece essere stato ampiamente ignorato dagli investitori. “Dato che negli Stati Uniti il prezzo del barile pesa meno sull’inflazione totale”, viene sottolineato, “non abbiamo visto un cambio di rotta sui tassi così drastico come in Europa e i mercati continuano a scommettere su un altro taglio della Fed entro fine 2026 o forse già a giugno”. Da qui l’enfasi attribuita al report sui prezzi di questa settimana, che sarà “fondamentale”, per capire se la priorità si sta spostando dalla crescita economica al timore di nuovi rincari.
Vincitori e vinti
Secondo Ebury, tra i grandi vincitori di questa crisi c’è anche il dollaro canadese: “E’ protetto dalla distanza geografica e favorito dal suo ruolo di esportatore di energia”, è la tesi. E, con lui, ci sono la corona norvegese e il franco svizzero. Gli analisti evidenziano poi come questa settimana il calendario economico sia piuttosto scarno, per cui l’evoluzione del conflitto mediorientale sarà il fattore decisivo per i mercati. “Una guerra prolungata, prezzi dell’energia più elevati e l’interruzione delle forniture colpiranno duramente Cina ed Eurozona insieme alle altre aree importatrici, in”, avvertono. Al contrario, ne trarranno beneficio i produttori di energia lontani dal conflitto: Canada, Norvegia e America Latina.
Più cauto Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global WM, secondo cui lo scenario attuale richiede una gestione attenta dell’esposizione valutaria. A suo parere, se i dati sull’inflazione a stelle e strisce di questa settimana risulteranno superiori alle attese, il biglietto verde resterà ben supportato nel breve termine. “Un ulteriore significativo aumento dei prezzi energetici potrebbe anche spingere il cambio con l’euro nuovamente verso il range 1,10-1,12”, afferma. Tuttavia, precisa, meglio non aspettarsi una replica di quando la moneta unica scivolò sotto la parità. La sua previsione è infatti quella di un conflitto di breve durata, considerando il rapido degrado delle capacità militari iraniane e gli incentivi politici americani ad evitare un prolungato periodo di prezzi energetici elevati in vista delle elezioni di metà mandato.
I venti contrari restano
Ne deriva che la forza del dollaro “potrebbe svanire con il progredire dell’anno”, dal momento che “i venti contrari strutturali per il biglietto verde rimangono intatti”. Nonostante i dazi abbiano contribuito a ridurre il deficit commerciale con alcuni partner, Haefele fa infatti notare come il disavanzo commerciale complessivo per il 2025 sia sceso solo dello 0,2%. A questo si aggiunge poi anche un ampio disavanzo fiscale. Tutti fattori che dovrebbero pesare sul biglietto verde nel lungo termine. “Vediamo un appetito limitato da parte degli investitori globali per aumentare ulteriormente l’esposizione al dollaro”, sostiene quindi l’esperto, “dato che le allocazioni sono già elevate”. Poi mette in guardia: “Con la Fed ancora sulla buona strada per tagliare i tassi d’interesse entro l’anno, in concomitanza con la transizione alla nuova leadership, ci aspettiamo che il biglietto verde torni sotto pressione”.
Inoltre, Haefele crede che i potenziali interventi governativi andrebbero a limitare la debolezza di alcune valute asiatiche, mentre la spesa fiscale della Germania dovrebbe fornire un ulteriore supporto all’euro. “Continuiamo a vedere prospettive di crescita economica più forti per il Vecchio Continente”, assicura, stimando un rafforzamento della moneta unica “verso l’obiettivo di circa 1,20 contro il dollaro”. Data quindi la probabilità che la volatilità dei cambi rimanga elevata nel breve periodo, per il cio UBS GWM è opportuno che gli investitori gestiscano le allocazioni valutarie per ridurre il rischio che oscillazioni potenzialmente ampie compromettano gli obiettivi finanziari, considerando anche l’utilizzo di strumenti di copertura. “All’interno dei portafogli globali continua a esserci una preferenza per il dollaro australiano, il dollaro neozelandese, la corona norvegese, lo yuan cinese e altre valute di mercati emergenti ad alto rendimento”, conclude.
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