Secondo gli analisti, l’oro nero va incontro a un “super eccesso” di offerta che peserà sulle quotazioni. Per i metalli strategici, invece, la domanda continuerà a salire mentre la produzione arranca
Mettendo da parte l’oro che ormai fa storia a sé, per le materie prime si prospetta un 2026 a più velocità. Se infatti il petrolio rischia un eccesso di offerta monstre, che già nei prossimi mesi potrebbe gravare pesantemente sui prezzi, per molti metalli come il rame la situazione si prospetta invece diametralmente opposta. Con una domanda in continua crescita a fronte di una produzione sempre più in difficoltà. Proprio questi squilibri, uniti alle crescenti tensioni geopolitiche e ai trend strutturali, secondo molti analisti renderanno le commodity sempre più rilevanti nei portafogli di investimento del prossimo anno, richiedendo un’attenta capacità di scelta.
L’ultimo a lanciare l’allarme sul petrolio è stato il colosso del trading di commodity Trafigura. La società ha infatti segnalato il rischio di un surplus enorme l’anno prossimo, causato da un aumento nelle nuove forniture che andrà a scontrarsi con una domanda debole. “Che sia un eccesso o un super eccesso, sarà piuttosto difficile uscirne”, ha avvertito il capo economista Saad Rahim. Secondo l’AIE, l’abbondanza di offerta, che ha già fiaccato le quotazioni quest’anno, raggiungerà i 4 milioni di barili al giorno nel corso del 2026, pari a circa il 4% dei consumi globali. Da inizio 2025, il Brent ha già perso più del 16% e il WTI oltre il 18%. A questa eccedenza, secondo Rahim, contribuiscono diversi fattori, tra cui l’entrata in produzione di nuovi progetti petroliferi pianificati anni fa e la frenata della domanda cinese. Pechino è infatti il primo importatore di oro nero al mondo, ma l’aumento della flotta di veicoli elettrici sta riducendo i consumi di carburante del Paese. “C’è bisogno che Pechino continui a comprare con questa velocità, affinché questo super eccesso non si palesi persino prima”, ha rimarcato Rahim.
Giù le stime sul barile
Anche J.P. Morgan vede grigio. Secondo gli analisti della banca USA, il prezzo del Brent potrebbe scendere a 58 dollari l’anno prossimo, mentre il WTI potrebbe attestarsi circa 4 dollari più giù. E per il 2027 è attesa un’ulteriore diminuzione di circa un dollaro per barile. Stesso discorso per Fitch Ratings, che ha tagliato le sue stime per il periodo 2025-2027 proprio a causa dell’eccesso di offerta. Goldman Sachs stima Brent e Wti rispettivamente a 56 e 52 dollari il prossimo anno, ma ritiene possibile un aumento rispettivamente fino a 80 e 76 dollari entro il 2028 a condizione che il surplus cessi. Macquarie punta a 60,75 dollari e 56,63 dollari nei prossimi dodici mesi. In sostanza, tutti gli analisti sono convinti che senza interventi di stabilizzazione, il barile potrebbe scendere a cifre vicine ai 30 dollari, livelli mai più raggiunti dal crollo del 2020. Tuttavia, sia J.P. Morgan sia Goldman Sachs ritengono che l’industria petrolifera agirà prima che l’oro nero sprofondi, attraverso una combinazione di aumento della domanda indotto dai prezzi più bassi e tagli volontari o forzati alla produzione. Il mercato, insomma, troverà gradualmente un equilibrio, ma fino ad allora le prospettive restano complicate.
Scenario opposto per i metalli strategici, la cui domanda sta esplodendo mentre la qualità e quantità dei giacimenti da cui estrarli precipita. Rame, nickel, cobalto e zinco sono infatti fondamentali per la produzione di auto elettriche, pale eoliche, pannelli solari, reti intelligenti e data center che alimentano l’intelligenza artificiale. Tuttavia, come fa notare Giacomo Calef, country head Italy di NS Partners, “il lato dell’offerta mostra segnali di affaticamento strutturale”. Il dato più emblematico, secondo l’esperto, arriva dal Cile, principale produttore mondiale di rame: “La concentrazione media del minerale è diminuita in modo significativo negli ultimi decenni, con un calo rilevante delle percentuali di metallo nei materiali estratti, che costringono a trattare molto più materiale per ottenere la stessa quantità di metallo”, spiega. In questo caso, aprire nuovi siti non è la soluzione rapida che si potrebbe immaginare: dal ritrovamento di un giacimento all’avvio produttivo passano in media fra i 15 e i 18 anni. Lo squilibrio tra domanda e offerta è stato anche quantificato: secondo l’Aie il rame potrebbe affrontare un deficit significativo nei prossimi anni, con proiezioni che parlano di gap fino al 30% entro il 2035/2040.
Il paradosso energetico
C’è poi anche quello che Calef chiama “il paradosso energetico”. “L’estrazione e la raffinazione diventano più energivore, con studi accademici e analisi industriali che mostrano inoltre come il mining incida già sull’uso energetico globale e come questa quota possa ancora crescere”, chiarisce. Da qui derivano due assi d’azione, secondo l’esperto, che non escludono ma integrano il mining: innovazione tecnologica e riciclo, componenti fondamentali della cosiddetta ‘economia rigenerativa’. “L’AI migliora l’esplorazione, nuove tecniche come l’ ‘in-situ leaching’ riducono l’impatto fisico e il riciclo può soddisfare una quota significativa della domanda futura”, precisa. Sempre l’AIE stima che politiche ambiziose di circular economy possano, in alcuni scenari, ridurre la necessità di nuova attività estrattiva fino a un terzo.
Secondo Calef è infine cruciale il fattore politico e socioculturale. Sempre più comunità si oppongono infatti a progetti che minacciano acqua, terre e paesaggi, e requisiti ambientali e di governance sempre più stringenti innalzano barriere tecniche e temporali. Pertanto, a suo parere, la sola apertura di nuove miniere non sarà più sufficiente a compensare il calo della qualità dei minerali e l’aumento vertiginoso della domanda globale. “Diventa quindi indispensabile ripensare il nostro rapporto con le risorse: progettare prodotti che durino più a lungo, favorire la standardizzazione e rendere il riciclo un processo semplice ed efficiente”, avverte. Concludendo che la transizione energetica non può esistere “senza una parallela transizione verso un’economia realmente rigenerativa, in cui l’estrazione di materiali vergini rappresenti l’eccezione, e le aziende che la porteranno avanti potrebbero trarre un reale beneficio”.
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